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Pasquale Ruocco
Leggi i suoi articoliQuattordici gradini conducono sottoterra. Poi un ingresso in arenaria inciso di geroglifici, formule funerarie, un disco solare alato protetto da due cobra. Più avanti, camere sepolcrali costruite in mattoni di fango e, sopra di esse, una struttura a forma di piramide. Potrebbe sembrare una tomba appartenente a un Egitto molto più antico. È invece un monumento di epoca romana, e proprio questa apparente contraddizione costituisce uno degli aspetti più interessanti della nuova scoperta archeologica avvenuta nell’oasi di Dakhla, nel deserto occidentale egiziano.
La missione archeologica egiziana impegnata a Bir Al-Shaghala, necropoli dell’antica Mothis, ha riportato alla luce una tomba appartenuta, secondo il Consiglio Supremo delle Antichità, a un uomo e a sua moglie. Ma il monumento conserva soprattutto qualcosa di più difficile da seppellire: la stratificazione culturale di una società nella quale tradizioni egizie, lingua greca e potere romano continuavano a convivere.
L’architettura parla anzitutto egiziano. Dopo la scalinata di quattordici gradini si raggiunge un ingresso costruito in arenaria, decorato con testi geroglifici contenenti formule e recitazioni funerarie protettive. Sopra compare il disco solare alato affiancato dai cobra, mentre una lastra di pietra con immagini legate a Osiride sigillava l’accesso. Seguono una sala trasversale voltata e due camere funerarie intonacate. Sopra queste ultime sorgeva la struttura piramidale in mattoni di fango. La piramide, però, non costituisce di per sé un’eccezione. Monumenti funerari di questa tipologia erano già noti a Bir Al-Shaghala. A rendere particolare la nuova tomba è ciò che sopravvive sulle sue pareti e attorno alla sua architettura: testi, immagini e oggetti appartenenti a tradizioni culturali differenti, utilizzati contemporaneamente per costruire l’identità dei defunti e accompagnarli nell’aldilà.
Una delle testimonianze più significative compare sull’architrave dell’ingresso. Gli archeologi vi hanno identificato una rappresentazione della settima ora dell’Amduat, l’antico testo funerario egizio che descrive il viaggio notturno del dio sole attraverso il mondo dei morti. Secondo il Consiglio Supremo delle Antichità, è la prima volta che questa specifica scena viene documentata a Bir Al-Shaghala. La distanza cronologica è considerevole. Le origini dell’Amduat risalgono al Nuovo Regno, oltre un millennio prima della realizzazione della tomba. La sua presenza in un monumento di epoca romana mostra quanto a lungo alcune concezioni egizie della morte e della rinascita abbiano continuato a essere operative anche dopo secoli di dominazioni persiana, greca, tolemaica e romana. Roma aveva conquistato l’Egitto; non ne aveva cancellato l’aldilà.
Incastonata nella parete meridionale della struttura piramidale, una stele funeraria rettangolare presenta sulla sommità un frontone e un disco solare scolpito a rilievo. Sotto, però, non compaiono geroglifici. Diciannove versi scritti in inchiostro rosso compongono un poema funerario in greco antico, dedicato a un uomo chiamato Psychtis. Un primo studio suggerisce che potesse aver ricoperto la carica di giudice, anche se l’identificazione non è stata ancora stabilita definitivamente. L’elegia viene datata tra la fine del III e l’inizio del IV secolo d.C. e offre quindi una testimonianza della cultura letteraria presente nelle oasi egiziane durante l’età romana. La combinazione è particolarmente eloquente: la protezione ultraterrena è affidata alle immagini e alle formule religiose dell’antico Egitto; la memoria individuale del defunto passa invece attraverso la poesia greca. Non sono due momenti successivi della stessa tomba, almeno per quanto consente di affermare la documentazione disponibile, ma linguaggi differenti che partecipano allo stesso universo funerario.
E Roma compare materialmente tra gli oggetti recuperati dagli archeologi. Accanto a una tavola per le offerte in arenaria, una vasca per la purificazione e diversi recipienti ceramici è stata rinvenuta una moneta di bronzo con l’immagine dell’imperatore Costantino. Tre sistemi culturali finiscono così per sovrapporsi nello spazio di pochi metri: l’antica religione funeraria egizia, la cultura e la lingua greca e l’orizzonte politico dell’Impero romano. La scoperta diventa interessante proprio perché rende difficile applicare categorie identitarie troppo nette a chi abitava l’Egitto di quel periodo. Bir Al-Shaghala permette del resto di osservare questa contaminazione su una scala più ampia. Il sito apparteneva alla necropoli di Mothis, capitale dell’oasi di Dakhla durante l’epoca tolemaica e romana e corrispondente all’attuale Mout. Il Consiglio Supremo delle Antichità egiziano vi conduce scavi dal 2002 e le campagne hanno individuato tombe con configurazioni differenti: cortili aperti, scalinate affiancate da altari probabilmente destinati ai rituali funerari, santuari e strutture piramidali. Gli archeologi hanno ipotizzato che la necropoli potesse servire membri dell’élite della capitale dell’oasi.
Anche le altre sepolture mostrano la stessa capacità di conservare linguaggi differenti: sarcofagi in pietra o ceramica, volte in arenaria o mattoni di fango, Libri egizi dell’Aldilà accanto a elementi greci e romani. La nuova tomba, dunque, non rappresenta una curiosità isolata, ma si inserisce in una tradizione funeraria locale nella quale forme culturali diverse potevano essere adottate contemporaneamente. La storia del monumento potrebbe inoltre non essersi conclusa con la prima sepoltura. Sopra l’ingresso principale sono stati individuati una cappella in mattoni di fango e un santuario funerario sorretto da quattro colonne quadrate. Gli archeologi ritengono che possano testimoniare una successiva fase di riutilizzo, ma saranno necessari ulteriori studi per stabilirne cronologia e modalità. È per questo che l’elemento più spettacolare della scoperta, la piramide, rischia quasi di essere quello meno importante. Più significativa è la possibilità di osservare come un individuo vissuto nell’Egitto romano potesse essere commemorato attraverso una poesia greca e contemporaneamente affidato all’aldilà attraverso immagini e formule religiose che avevano già più di mille anni. Egizio nella morte, greco nella memoria, romano nel tempo storico in cui viveva: la tomba di Bir Al-Shaghala restituisce, quasi 1.700 anni dopo, un’identità che non aveva alcuna necessità di scegliere una sola appartenenza.
Pasquale Ruocco
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