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Maria Rita Cerilli. Copyright: Copyright 2015 Stone Grether. All rights reserved

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Maria Rita Cerilli. Copyright: Copyright 2015 Stone Grether. All rights reserved

Il sorriso della Guggenheim. Un ricordo di Maria Rita Cerilli

Responsabile del Dipartimento Comunicazione della Collezione Peggy Guggenheim, Maria Rita Cerilli è scomparsa a Venezia a soli 46 anni dopo una lunga malattia affrontata con discrezione. In quasi vent'anni di lavoro ha contribuito a trasformare il modo di raccontare uno dei principali musei italiani, coniugando competenza, visione e una rara attenzione alle persone. Lascia un'eredità fatta di relazioni, generosità e passione per l'arte.

«Grazie Maria Rita, per averci insegnato ad affrontare ogni cosa con il massimo della serietà, senza mai perdere la leggerezza del sorriso», la ricordano i colleghi della Collezione Peggy Guggenheim. E avevano assolutamente ragione. Ci sono infatti colleghi, professionisti esemplari, che costruiscono la reputazione di un museo senza mai cercare di occupare la scena. Lavorano dietro le quinte, trasformando idee, mostre e progetti in racconti capaci di raggiungere il pubblico. Maria Rita Cerilli apparteneva a questa categoria rara. Maria Rita è scomparsa a soli 46 anni, dopo una lunga malattia affrontata con quella stessa discrezione che aveva caratterizzato la sua vita personale e professionale.

Da quasi vent'anni il suo nome era legato alla Collezione Peggy Guggenheim, dove era entrata nel 2007 come stagista. Negli anni aveva costruito, con pazienza e competenza, un percorso che l'aveva portata nel 2022 alla guida del Dipartimento Comunicazione, contribuendo a ridefinire il modo in cui il museo dialogava con il proprio pubblico, accompagnando l'evoluzione dei linguaggi digitali senza mai perdere di vista la qualità del racconto. Alla Guggenheim ricordano la sua capacità di affrontare ogni progetto proprio «senza mai perdere la leggerezza del sorriso». È una frase che restituisce bene il tratto forse più distintivo della sua personalità. Serietà, professionalità e un'autorevolezza mai esibita, una determinazione sempre accompagnata dall'ascolto, una naturale eleganza nei rapporti umani.

Per Maria Rita la comunicazione museale era una forma di mediazione culturale. Credeva che raccontare un museo significasse comprenderne profondamente l'identità e trovare ogni volta il linguaggio più giusto per condividerla. In questa visione ha accompagnato la crescita della presenza digitale della Peggy Guggenheim, l'apertura dei primi canali social, lo sviluppo di nuovi strumenti narrativi, fino a progetti come il podcast Volevo essere libera, dedicato alla figura di Peggy Guggenheim. Accanto alla progettazione, c'era un altro aspetto del suo lavoro che molti ricordano con gratitudine: la formazione delle nuove generazioni. Decine di giovani professionisti hanno trovato in lei una guida attenta, capace di trasmettere metodo, responsabilità e fiducia prima ancora che competenze tecniche. Non insegnava semplicemente un mestiere; insegnava un modo di stare dentro un'istituzione culturale, fondato sul rispetto delle persone e sulla cura di ogni dettaglio.

Originaria della Spezia, dove aveva frequentato il liceo classico Costa, Maria Rita aveva mantenuto un legame profondo con la propria terra. Ogni volta che poteva tornava alla Serra di Lerici, nella casa di famiglia affacciata sul Golfo dei Poeti, luogo degli affetti e della quiete. Venezia era diventata la città della sua vita professionale; quel tratto di Liguria era rimasto la sua casa interiore. Negli ultimi diciotto mesi aveva affrontato la malattia con la stessa riservatezza che aveva sempre scelto per sé. Fino all'ultimo ha continuato a seguire il lavoro del museo, senza lasciare che la sofferenza modificasse il modo di essere con gli altri. Nel mondo dell'arte si parla spesso di grandi direttori, curatori e artisti. Più raramente si riflette su quelle figure che rendono possibile il dialogo quotidiano tra le istituzioni e il pubblico. Maria Rita Cerilli apparteneva a questa comunità silenziosa di professionisti che hanno contribuito a cambiare il volto dei musei italiani negli ultimi vent'anni, rendendoli più aperti, più accessibili e più vicini alle persone.

Il suo lascito è fatto soprattutto di relazioni costruite con intelligenza e gentilezza, di giovani accompagnati nella crescita professionale, di colleghi che oggi la ricordano come una presenza rassicurante e generosa. Perché, come accade alle persone migliori, il segno più profondo che lascia non coincide con ciò che ha realizzato, ma con il modo in cui ha saputo far sentire gli altri.

 

 

Redazione, 06 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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