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Un manoscritto dell’«Ab Urbe condita», di Tito Livio, appartenuto a Ippolita Maria Sforza e venduto per oltre 500mila euro

Courtesy Il Ponte Aste

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Un manoscritto dell’«Ab Urbe condita», di Tito Livio, appartenuto a Ippolita Maria Sforza e venduto per oltre 500mila euro

Courtesy Il Ponte Aste

Il rapporto semestrale delle case d’asta tra qualità e diversificazione

Il fatturato degli operatori nei primi sei mesi del 2026 conferma una certa solidità, con risultati in crescita per molti grandi nomi del mercato. A trainare il semestre sono varietà dell’offerta e ritorno d’interesse per i comparti più specialistici

Davide Landoni

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Non è una questione di volumi o frequenza di vendita ma di picchi e momenti in grado di esaltare il mercato. Congiunture dove l’ottimo lavoro dell’offerta trova la giusta propensione della domanda, che innesca una spirale virtuosa che non smette di propagarsi. Il cosiddetto circolo virtuoso che nel primo semestre del 2026 ha preso sotto braccio le case d’asta italiane, portandole nella maggior parte dei casi a migliorare i propri parziali in termini di fatturato. Forse, più d’ogni altro aspetto, in questi mesi le maison sono riuscite a calibrarsi sui driver principali dei collezionisti di oggi: meno acquisti d’impulso, maggiore selettività e una ricerca quasi ossessiva per il pezzo raro, inedito o con provenienza impeccabile. Sintomo che la qualità, almeno in questo settore, vince spesso contro la quantità. Agire con efficienza non solo è fattibile, ma sembra addirittura consigliabile. Basta guardare a Sotheby’s, a cui sono bastati appena tre incanti, tutti a Milano, per superare la soglia dei 15 milioni di euro. A fare da traino è stata la sessione di fine maggio dedicata al moderno e contemporaneo, dominata dal giallo abbagliante di un «Concetto spaziale, Attese» di Lucio Fontana, passato di mano per 1,8 milioni di euro, ad oggi la cifra più alta battuta in Italia nel 2026. La forza determinante dell’opera iconica si è espressa in maniera evidente anche nei numeri di Farsetti, dove sui 4,9 milioni di euro complessivi incassati dalla casa d’aste un’imponente fetta è da attribuire al solo Giorgio Morandi, la cui «Natura morta» del 1921 è stata aggiudicata per 1,7 milioni. Più partecipata, invece, l’attività di Finarte, che ha firmato il miglior parziale della sua storia sfiorando i 20 milioni di euro totali con la performance straordinaria dei dipartimenti di gioielli e orologi, fotografia, numismatica, antiquariato e libri antichi. Se cerchiamo il picco solista, dobbiamo però tornare all’arte moderna e da Giorgio de Chirico con la sua «Niobe», venduta a 387.100 euro. Accanto ai grandi capolavori del Novecento, il primo semestre dell’anno ha registrato un prepotente ritorno d’interesse per gli Old Masters e i libri rari, capaci di spostare gli equilibri di bilancio delle maison. Settore, questo dell’antichità, che forse più di tutti è soggetto agli andirivieni dei momenti, e dunque risulta cruciale in un’ottica analitica. Pandolfini, ad esempio, chiude il semestre a quota 20 milioni di euro, con un incremento del 15,9% sul fatturato generale spinto da una crescita del 69% nel solo comparto antico, dove risulta decisiva la vendita della rarissima «Tebaide» di Beato Angelico per 449.200 euro. Dal canto suo, Il Ponte Casa d’Aste totalizza 18,1 milioni di euro sostenuti dai settori trainanti dei gioielli e dell’arte moderna (entrambi a quota 4,9 milioni), mentre l’exploit d’incasso è messo a segno dal manoscritto del IV secolo Ab urbe condita di Tito Livio, battuto a 537.600 euro

Beato Angelico, «Tebaide», battuta all’asta da Pandolfini per 449mila euro

Lucio Fontana, «Senza Titolo (Cornice)», battuta all’asta da Cambi per 436mila euro

Il buon momento dei manoscritti antichi è certificato poi da Gonnelli, che tra le sue aggiudicazioni migliori ha visto due lotti del genere: Geometria indivisibilibus continuorum nova quadam ratione promota (1635) di Cavalieri Bonaventura (45.300 euro) e De viribus electricitatis in motu musculari commentarius (1791) di Luigi Galvani (75.600 euro). Nel complesso, la maison si è tenuta sui suoi livelli consueti con un fatturato di 1,4 milioni di euro. Parallelamente, Capitolium Art raggiunge 8,4 milioni di euro incassandone 176.400 per la tela «Alessandro Magno e Diogene» di Luca Giordano, mentre Bertolami si attesta su un risultato analogo di 7,9 milioni di euro, vedendo schizzare il «Ritratto di giovane gentildonna coronata di lauro» attribuito a Faustina Bordoni da una stima iniziale di 17-25mila euro fino all’aggiudicazione a 128mila. In questo scenario complessivo, la leadership per volume d’affari spetta a Cambi, che conquista la vetta nazionale con 24,6 milioni di euro battuti, in crescita di oltre 3 milioni rispetto allo stesso periodo del 2025. Una prestazione figlia di una strategia eclettica bilanciata su tre pilastri: l’arte del Novecento con una terracotta smaltata di Lucio Fontana a 436.100 euro, il Settecento raffinato del «Ritratto di dama con fiori» di Rosalba Carriera alla medesima cifra e l’alta orologeria con un Cartier Crash Paris in oro giallo esitato a 334.100 euro

La diversificazione catalogica si conferma infatti l’altro grande fattore di resilienza del settore. Lo dimostrano i 22,2 milioni di euro totalizzati da Meeting Art, capace di esplorare opportunità di mercato inedite, come fatto con la prima asta europea dedicata ai videogame, chiusa a 69.500 euro (cfr. n. 471, apr. ’26, «Il Giornale dell’Economia», p. 74) e di consolidare comparti ormai rodati come il design e l’orologeria. Qua, a spiccare, il Patek Philippe Geneve Nautilus del 1980 da 150mila euro. E ovviamente l’arte visiva, con un’installazione di Piero Gilardi a 100mila euro e un piano decorato del XIX secolo attribuito a Cesare Roccheggiani battuto a 62.500. A completare il quadro di un mercato diffuso concorrono poi i risultati di Wannenes, che tocca la soglia dei 15 milioni di euro dividendo il podio tra un anello in oro, smeraldi e diamanti a 177.800 euro, una «Natura morta con Vanitas» del Maestro della Natura Morta Acquavella a 125.100 e un anello in platino con rubino e diamanti a 114.300 euro

Di nuovo un anello, firmato Cartier, ma in oro giallo e impreziosito da un rubino birmano è tra i lotti da copertina di Aste Boetto. 143mila euro d’aggiudicazione che partecipano a un fatturato semestrale, in lievissimo calo, di 5,8 milioni di euro, guidato però da «La tazza di caffè» di Angelo Morbelli che nell’asta di antiquariato di giugno è passato di mano per 162.500 euro

Flessione quasi impercettibile anche per Studio d’Arte Martini, che si tiene sulla linea dei 3 milioni di fatturato pur esitando solo due aste. Pochi lotti quindi, ma buoni. Come «Rossogrigioscuro» di Carla Accardi, vinilico su tela del 1996 venduto per 92.500 euro. Chiudono la rassegna Colasanti, che registra un incremento del 15% raggiungendo 2,9 milioni di euro, con top lot rappresentato da un orologio Bulgari Tubogas Serpente a 57.900 euro, e Blindarte, che attesta il fatturato a 2,1 milioni di euro puntando sulla figurazione italiana, guidata da un «Senza titolo» del 1986 di Enzo Cucchi a 125mila euro e «La partita a carte» di Gaspare Traversi a 50mila euro. I numeri di questo primo semestre restituiscono così un quadro incoraggiante, in cui un collezionismo maturo e consapevole sembra divenuto definitivamente permeabile a categorie d’acquisto differenti, oltre che particolarmente incuriosito da ogni infiltrazione contemporanea. 

Una traiettoria che, ci immaginiamo, potrà proseguire anche nella stagione autunnale.

Davide Landoni, 02 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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