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Danna e Giancarlo Olgiati accanto a «Sculpture - Eponge bleu - Sans Titre» (1960) di Yves Klein

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Danna e Giancarlo Olgiati accanto a «Sculpture - Eponge bleu - Sans Titre» (1960) di Yves Klein

Coniugi Olgiati: collezionare è un matrimonio consensuale

Riproponiamo un’intervista pubblicata sul Vernissage n. 141 allegato a «Il Giornale dell’Arte» n. 324, ottobre 2012
Dalle Avanguardie storiche al Neoastrattismo, il «capitale in Svizzera» di un avvocato e una gallerista: la collezione di Giancarlo e Danna Olgiati diventa un museo a Lugano

Ada Masoero

Giornalista e critico d’arte Leggi i suoi articoli

Che Giancarlo e Danna Olgiati fossero collezionisti di rango lo si sapeva bene nel mondo ristretto dell’arte moderna e contemporanea; che lo fossero a un tale livello lo sapevano i grandi mercanti internazionali, dai quali sono soliti acquistare, e coloro che frequentano la loro casa. Ma ora hanno siglato un accordo con la Città di Lugano, depositando 157 opere della sezione più recente della loro raccolta, riunite in uno spazio aperto accanto al nascente polo del Lac-Lugano Arte Cultura, e le hanno messe a disposizione del Museo d’arte di Lugano e del Museo Cantonale d’Arte (diretti da Marco Franciolli, confluiranno nel Lac; cfr. Il Giornale dell’Arte n. 318, mar. ’12, p. 18). Così, non solo si è rivelata a tutti la qualità delle opere, ma si è palesato anche il progetto culturale sotteso alla collezione, sinora in gran parte inaccessibile. Con molto understatement lo spazio (visitabile gratuitamente tutte le domeniche fino al 28 ottobre, su appuntamento) si chiama «-1» perché è sotterraneo; in realtà è un vero museo, con opere rare e scelte. Tra i maestri italiani, Fontana, Manzoni, Castellani, Bonalumi, Burri, Accardi, Dorazio, Consagra, Colla, Scarpitta, Vedova, Uncini, Festa, Schifano, Isgrò e molti altri, inclusi un prestigioso nucleo di Arte povera, alcuni dipinti e 1.200 libri futuristi. Tra gli stranieri, i Kabakov, Kiefer, Boltanski, Kapoor, Hatoum, Gormley e Neshat, fino alla nuova astrazione e al neo Pop, con Christopher Wool, Mark Grotjahn, Kelley Walker, Wade Guyton e Douglas Gordon. Sono autori praticamente assenti dai musei svizzeri, il che costituirà per Lugano un formidabile punto di forza. Famoso avvocato svizzero lui, nota gallerista italiana lei, specializzata in Futurismo (ma non solo) nella sua galleria Fonte d’Abisso, i due collezionisti sono sposati dal 1985 e da allora hanno formato la raccolta acquistando le opere «solo quando eravamo entrambi totalmente d’accordo. Se non lo eravamo, semplicemente non le si comprava. Ma è accaduto raramente».

Giancarlo e Danna Olgiati, quali sono le linee-guida della collezione depositata al «-1»?
G.O. Nel comporre la nostra collezione avevamo un obiettivo essenziale: documentare le avanguardie del nostro tempo ma con un costante rimando alle avanguardie storiche, per cercarne le radici. All’inizio ho acquistato opere dei nouveaux réalistes ed è grazie a loro che, andando a ritroso, in cerca dei loro «padri» (i futuristi e i dadaisti), ho conosciuto Danna nella sua galleria milanese. Da allora lei è stata per me un grande, imprescindibile alleato. Ma il vero messaggio di questa collezione, che comprende lavori di grandi artisti italiani degli anni Sessanta, Settanta e oltre, messi a confronto con i maestri dell’arte contemporanea internazionale, è quello di mettere a fuoco la grandezza dell’arte italiana e di integrarla con il resto del mondo, per valorizzarla e farla conoscere. E questa è, per i musei svizzeri, francesi, newyorkesi, una linea nuova, complementare alle loro collezioni.

D.O. Non a caso alla preview i direttori di museo e i grandi collezionisti internazionali erano insieme ammirati e stupefatti: hanno letteralmente «scoperto» autori come Accardi, Consagra, Dorazio, Festa e Schifano e ne sono stati sedotti.

Ma lei, avvocato Olgiati, è svizzero: perché tanto amore per l’arte italiana?
G.O. In realtà gli Olgiati sono milanesi. Il mio trisavolo era direttore della Zecca di Milano al tempo degli austriaci ma, da libero pensatore, scriveva sul «Caffè» con Verri e Beccaria. Dovette rifugiarsi in Ticino. Ma mio bisnonno tornò in Italia: era docente di Diritto penale alla Normale di Pisa. Quindi la mia formazione culturale e il mio sguardo sono anche italiani.

L’allestimento è molto efficace, grazie ai continui rimandi e agli accostamenti così eloquenti. Chi lo ha progettato?
D.O. Questo è stato compito mio: ho costruito una maquette dello spazio e i modellini delle opere in scala, ho ideato i setti per dividere l’open space creando prospettive, rimandi e aperture diverse di sguardo. Ma alla fine, come sempre, sono state le opere stesse a «parlare» e a suggerirmi chiavi di lettura inattese.

Dove acquistate e secondo quale criterio?
G.O. e D.O. Acquistiamo solo sul mercato primario, da poche gallerie internazionali con cui abbiamo un rapporto di fiducia: gallerie che hanno il diritto di prima scelta e che preferiscono vendere ai collezionisti che sanno non rimetteranno le opere sul mercato dopo pochi mesi. In questo modo arriviamo per tempo: oggi le ultime avanguardie neo Pop e neoastrattiste sono inavvicinabili. Noi non ci riconosciamo nel mercato veloce, finanziario-speculativo, di oggi. Ogni nostro acquisto è frutto di un lavoro lento di riflessione e di selezione e il nostro interesse non va al nome ma sempre e solo all’opera. Il fil rouge è, ovviamente, il nostro gusto, che ci porta verso l’astrazione (anche dei futuristi preferiamo i più astratti, come Balla, Depero, Prampolini) ma, soprattutto, le opere devono contenere un messaggio che sia insieme nuovo e radicato nella storia, e curato nella forma: la nostra pregiudiziale è storiografica, non di mercato. E poi le opere devono suscitare in entrambi le stesse vibrazioni ed emozioni. Solo allora possono entrare in collezione.

Ada Masoero, 21 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

Ada Masoero

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