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Era il 2 giugno del 1946, ottant’anni fa. La guerra era finita da poche settimane e l’Italia era chiamata a scegliere, attraverso un referendum, tra la monarchia e la repubblica. A votare erano gli uomini e le donne: loro, per la prima volta in una consultazione nazionale.
A questo anniversario epocale, che segnò un punto di non ritorno nella battaglia per l’emancipazione delle donne dalla sudditanza in cui erano state tenute fino ad allora, considerate com’erano state sino ad allora buone solo a «far figli per la patria» e a sbrigare le faccende domestiche, non senza, in sovrappiù (in una società ancora in grande prevalenza agricola), spaccarsi la schiena nei campi come gli uomini. Se nel Ventennio (e pure prima) erano state del tutto prive di voce sul piano politico, ora invece diventavano per la prima volta protagoniste anch’esse della vita del Paese. Ed erano anche in maggioranza, dal momento che le votanti furono quasi 13 milioni e i votanti (ma quanti erano morti in guerra?) poco meno di 12 milioni.
La mostra «Libere! 1946-2026», curata da Renata Ferri per le Gallerie d’Italia Milano, dove sarà visibile nella Sala delle Colonne dal 23 settembre al 3 febbraio, celebra questo anniversario e rievoca la «lunga marcia» successiva che, come ci rammenta Valeria Palumbo nel suo testo in catalogo, oltre alla conquista di diritti fondamentali come il divorzio e l’aborto, ha visto l’abolizione del carcere per la moglie adultera (per l’uomo era prevista una pena solo in caso di «concubinato»), la riforma del diritto di famiglia, nel 1975, «perché il nucleo familiare non fosse più un regno affidato al padrone-padre-marito», e poi, con l’obiettivo imprescindibile dell’autonomia economica, il sorpasso delle iscritte all’università sugli uomini (nel 2014 il 59,2 per cento degli iscritti era costituito da donne), quello del numero del personale femminile di magistratura (il 57,2 per cento), dal 1991 il sorpasso delle donne laureate (50,2 per cento) e, oggi, la parità numerica nella professione legale.
Ottant’anni di diritti conquistati duramente, dunque (sebbene tuttora manchi la parità salariale, sancita nel lontano 1957 dall’allora Comunità economica europea) ma, per una sorta di felice congiunzione astrale, la mostra celebra anche due anniversari del «Corriere della Sera»: i 150 anni del maggiore quotidiano d’Italia e i trent’anni del suo «femminile», il magazine «iO Donna», di cui la curatrice della mostra è da oltre vent’anni uno dei pilastri.
A lei, reduce dal successo dell’inaugurazione del festival internazionale «Cortona On The Move», da lei diretto, chiediamo di raccontarci la mostra milanese.
Fan sugli spalti del Vigorelli al concerto dei Beatles a Milano, 24 giugno 1965. Servizio fotografico di Sergio Cossu e Eugenio Pavone - Publifoto Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo
Simonetta Appolloni e Laura Lo Pieno, donne capostazione tra i binari a Milano Porta Garibaldi, 1967. Fotografia di Carlo Fumagalli - Publifoto Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo
Renata Ferri, come è riuscita a condensare 80 anni di storia delle donne in un’unica sala?
La mostra parte dal voto alle donne del 1946 voto, ma non ripercorre in modo didascalico, anno per anno, ciò che è accaduto da allora. Ho riunito circa cinquanta immagini a partire da quella in cui le donne arrivano per la prima volta ai seggi, un po’ spaurite e impacciate, con i bambini in braccio e ne ho scelte altre lungo i decenni seguendo il percorso compiuto dalle generazioni successive, quelle del femminismo, scese in piazza per i diritti, dal divorzio all’aborto, fino ad arrivare alle libertà di cui godiamo oggi. Ma la mostra, in realtà, presenta tre piani di lettura.
Quali?
Oltre alle immagini storiche, che sono esposte sulle pareti perimetrali, ci sarà una timeline grafica con i testi di Valeria Palumbo, giornalista e storica delle donne che racconta in dettaglio le tappe di questo lungo percorso di emancipazione. Questi testi troveranno posto sulle pareti esterne di un box costruito al centro della Sala delle Colonne, che all’interno ospiterà un video che ho editato dai lavori di artiste contemporanee. Animato con musica e suoni, mostra alcuni aspetti dell’attuale universo femminile. Nell’esposizione si sommano quindi le immagini iconiche, la timeline che racconta in parole e più in dettaglio quella stessa storia e la contemporaneità.
A quali archivi ha attinto per costruire il percorso?
Partendo dagli anni della fotografia di strada (o sociale, o umanista che si voglia dire), ho attinto per il primo periodo, fino agli anni Sessanta-Settanta, a quella miniera delle meraviglie che è l’Archivio dell’agenzia Publifoto (fondata nel 1937 a Milano da Vincenzo Carrese, Ndr), oggi custodito da Intesa Sanpaolo. In seguito, mi sono rivolta all’Archivio di Gianni Berengo Gardin, uno dei pochi grandi fotografi che abbiano continuato fino alla fine a fotografare in modo autoriale la vita quotidiana (il che oggi non accade più, se non con i nostri smartphone, ma senza nessuna autorialità). E inoltre, per il piccolo «cuore» della mostra dedicato al femminismo, è stato prezioso l’Archivio della fotografa torinese Paola Agosti.
Il tentativo di questa mostra è quello di tracciare un filo che unisca i passaggi della nostra storia per ricordare da dove veniamo, consapevoli che, se è vero che tanto abbiamo ottenuto, molto resta ancora da fare».