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Una veduta dello stand di Raffaella Cortese ad Art Basel 2026

Courtesy Raffaella Cortese

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Una veduta dello stand di Raffaella Cortese ad Art Basel 2026

Courtesy Raffaella Cortese

Il mercato dell’arte analizzato dai suoi protagonisti | Raffaella Cortese

«Mi auguro che l’attuale situazione geopolitica non aggravi ulteriormente la fragilità di un sistema dell’arte già poco sostenibile, che le istituzioni diventino più solide e indipendenti, che le fiere prestino maggiore attenzione alla fascia media delle gallerie e che si rafforzi la comprensione reciproca tra artisti e gallerie, nel rispetto dei rispettivi ruoli»

«Il Giornale dell’Arte» ha avviato un confronto con i direttori di alcune delle principali gallerie italiane per riflettere sui cambiamenti che stanno interessando il mercato. Al centro dell’indagine vi sono il tema del ridimensionamento delle strutture, la sostenibilità dei modelli di crescita che hanno caratterizzato gli ultimi decenni, l’evoluzione del ruolo delle fiere e le trasformazioni del collezionismo. Più che offrire risposte definitive, l’obiettivo è raccogliere prospettive ed esperienze diverse per comprendere come gli operatori interpretino una fase che potrebbe segnare una ridefinizione degli equilibri del sistema dell’arte.

Raffaella Cortese, direttrice della galleria Raffaella Cortese, Milano e Albisola Superiore (Sv)

Secondo lei, che cosa cambierà nel sistema dell’arte nei prossimi cinque anni?
È sempre difficile, se non impossibile, fare previsioni, soprattutto in un momento in cui gli eventi geopolitici cambiano con una velocità impressionante. Nessuno avrebbe potuto immaginare le modalità del conflitto in Iran, la crisi dello Stretto di Hormuz o le effettive conseguenze delle decisioni dell’amministrazione Trump. Più che prevedere ciò che accadrà, posso dire che mi auguro che l’attuale situazione geopolitica non aggravi ulteriormente la fragilità di un sistema dell’arte già poco sostenibile, che le istituzioni diventino più solide e indipendenti, che le fiere prestino maggiore attenzione alla fascia media delle gallerie e che si rafforzi la comprensione reciproca tra artisti e gallerie, nel rispetto dei rispettivi ruoli.

Il ridimensionamento di Pace è un episodio isolato o il segnale di una trasformazione strutturale del sistema dell’arte?
Si è parlato molto del ridimensionamento di Pace e credo che questa discussione abbia avuto anche un aspetto positivo, perché ha reso visibili difficoltà che, in forme diverse, riguardano molte gallerie. Bisogna però distinguere tra strutture molto differenti per dimensioni e modello economico. Il caso di una mega-galleria non può essere applicato automaticamente all’intero sistema.

Il modello della mega-galleria globale è ancora sostenibile?
Non penso che le corporate galleries scompariranno. Queste strutture, poche in termini numerici ma dal fatturato molto importante, continueranno a esistere, sicuramente accompagnate da trasformazioni strutturali. Il loro modello va oltre quello della galleria tradizionale, e per questo resta necessario un rapporto continuo con le gallerie di medie e piccole dimensioni, che costituiscono le fondamenta del sistema. Sono spesso queste realtà a scoprire gli artisti e ad accompagnarli attraverso un lavoro sartoriale, fatto di tempo, dialogo e cura, che inevitabilmente si riduce nelle strutture più vicine a un’azienda multinazionale.

Le fiere internazionali restano indispensabili oppure sono diventate economicamente troppo pesanti?
Le fiere internazionali restano importanti, direi quasi indispensabili, per una galleria che opera in un contesto globale, perché permettono di incontrare collezionisti, direttori e curatori museali che difficilmente avrebbero occasione di visitare la galleria. Rappresentano inoltre un prezioso momento di scambio tra gli operatori del sistema dell’arte e un’occasione di confronto professionale e culturale particolarmente stimolante. I costi di partecipazione, tuttavia, continuano a crescere e il rapporto tra investimento e risultato comporta un inevitabile rischio d’impresa. Il valore di una fiera non si misura soltanto attraverso le vendite immediate, ma un impegno economico così rilevante dovrebbe tradursi nella qualità dei nuovi incontri e nella possibilità concreta di avvicinare collezionisti e istituzioni anche alle opere più importanti.

Qual è oggi il vero punto debole del sistema: le gallerie, le fiere, i collezionisti o le istituzioni?
Non credo che il punto debole sia uno dei soggetti coinvolti, ma le regole che ne governano i rapporti e lo squilibrio tra responsabilità e risorse. La ripartizione dei costi al 50% tra artista e galleria non tiene conto di quelli di produzione e di gestione che, moltiplicati per il numero degli artisti, comportano un impegno finanziario considerevole. Le fiere internazionali, essendo sempre più costose, rendono complesso presentare gli artisti più giovani, le cui opere renderebbero difficile il recupero dell’investimento. Le istituzioni hanno meno risorse e chiedono alle gallerie un sostegno maggiore rispetto al passato; i collezionisti palesano necessità di sconti superiori e pagamenti dilazionati. La galleria diventa così un elemento di giuntura tra programma, produzioni, fiere e mostre istituzionali. La fragilità riguarda quindi l’intero sistema e richiede non solo un modello più equilibrato e collaborativo, ma anche un cambiamento di paradigma del bene artistico, riconoscendone il ruolo di ispirazione per l’intera società.

I nuovi collezionisti cercano ancora prestigio e status oppure esperienze, relazioni e contenuti?
Anche i nuovi collezionisti sono molto diversi tra loro. Nella nostra esperienza, fortunatamente, non incontriamo persone interessate soltanto allo status, c’è anche interesse per il lavoro degli artisti, i contenuti, il dialogo e le relazioni culturali e intellettuali che si costruiscono intorno alle opere. Ci sono giovani collezionisti che non possono ancora investire cifre alte, ma che dimostrano curiosità, sensibilità e un autentico desiderio di conoscenza. Cerchiamo di accompagnarli nella loro crescita, rispettandone le possibilità e aiutandoli a perseguire le loro passioni. 

Quanto sta incidendo il passaggio generazionale della ricchezza sul mercato dell’arte?
Non posso misurarlo con precisione sulla base della mia esperienza diretta. Credo però che il passaggio generazionale della ricchezza non coincida automaticamente con un passaggio generazionale del collezionismo. La disponibilità economica, da sola, non è sufficiente: occorrono curiosità, educazione dello sguardo e desiderio di costruire una relazione con l’arte e con gli artisti. 

Quale cambiamento dovrebbe avvenire subito per rendere il sistema più sostenibile?
Non credo che esista una sola soluzione, ma una serie di nuovi accorgimenti, metodi e responsabilità condivise. Le istituzioni dovrebbero innanzitutto essere messe nella condizione di lavorare con budget adeguati. La galleria può offrire un supporto fondamentale a una mostra, mettendo a disposizione lavoro, conoscenze, materiali, tempo e relazioni, ma dovrebbe poter scegliere liberamente se e in quale misura partecipare economicamente. Occorre inoltre costruire con gli artisti un rapporto più equilibrato, capace di durare nel tempo e fondato su dinamiche più fluide. Le fiere dovrebbero invece favorire incontri reali con nuovi collezionisti, istituzioni, curatori, critici e giornalisti, rappresentando con puntualità i cambiamenti culturali ed estetici del mondo dell’arte. La sostenibilità, secondo me, passa da una distribuzione più equilibrata di costi, rischi e responsabilità, mantenendo sempre l’artista al centro.

Redazione, 22 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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