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Il mercato dell’arte analizzato dai suoi protagonisti | Marco Poggiali

«Le fiere rimangono uno strumento importante, ma economicamente sono diventate molto impegnative e non hanno più lo stesso ruolo determinante che avevano in passato»

«Il Giornale dell’Arte» ha avviato un confronto con i direttori di alcune delle principali gallerie italiane per riflettere sui cambiamenti che stanno interessando il mercato. Al centro dell'indagine vi sono il tema del ridimensionamento delle strutture, la sostenibilità dei modelli di crescita che hanno caratterizzato gli ultimi decenni, l'evoluzione del ruolo delle fiere e le trasformazioni del collezionismo. Più che offrire risposte definitive, l'obiettivo è raccogliere prospettive ed esperienze diverse per comprendere come gli operatori interpretino una fase che potrebbe segnare una ridefinizione degli equilibri del sistema dell'arte.

Marco Poggiali, direttore della Galleria Poggiali, Firenze, Milano, Pietrasanta

Secondo lei, cosa cambierà nel sistema dell’arte nei prossimi cinque anni?
È sempre molto difficile anticipare i tempi e prevedere quello che accadrà, ma è evidente che alcuni cambiamenti in atto, come il modello ridimensionato di Pace, generino importanti riflessioni. Personalmente non ne sono particolarmente sorpreso. Gestire una galleria significa seguire in prima persona, con continuità e professionalità, il rapporto con gli artisti e con i collezionisti. Il ruolo del gallerista si basa sulla costruzione di relazioni autentiche e profonde, che difficilmente possono essere completamente delegate. Naturalmente una galleria richiede una struttura organizzata e il supporto di collaboratori, ma ritengo che il valore essenziale di questo mestiere risieda ancora nella presenza del gallerista, nella sua capacità di creare un dialogo costante e di accompagnare nel tempo il percorso degli artisti e dei collezionisti. 

Il ridimensionamento di Pace è un episodio isolato o il segnale di una trasformazione strutturale?
Credo che quello che sta accadendo non sia tanto un ridimensionamento o un riposizionamento, quanto piuttosto un ritorno alle origini. È un progressivo ritorno a rapporti più autentici: il collezionista che torna in galleria, che si confronta direttamente con il gallerista, ma anche l’artista che ritrova un dialogo più stretto e personale con chi lo rappresenta. In questo senso si va verso un modello forse meno dispersivo, ma più umano e più basato sulla fiducia. 

Il modello della mega-galleria globale è ancora sostenibile?
Alcuni esempi dimostrano ancora oggi che una galleria con una dimensione internazionale e globale è un modello assolutamente percorribile. 

Le fiere internazionali restano indispensabili oppure sono diventate economicamente troppo pesanti?
Per quanto riguarda le fiere, invece, credo che il numero sia ormai eccessivo. Sarebbe necessario un processo di diversificazione, creando occasioni e luoghi nuovi capaci di attrarre i collezionisti, che spesso sembrano stanchi di percorrere sempre gli stessi itinerari e di incontrare proposte troppo simili. Le fiere rimangono uno strumento importante, ma economicamente sono diventate molto impegnative e non hanno più lo stesso ruolo determinante che avevano in passato. Inoltre, alcune continuano a dipendere da un circuito ristretto di gallerie e questo inevitabilmente influenza la varietà e la qualità della proposta. 

Qual è oggi il vero punto debole del sistema: le gallerie, le fiere, i collezionisti o le istituzioni?
Un punto debole del sistema deriva anche da alcune dinamiche del passato, in particolare nel mercato degli artisti giovani. Un certo modello di mercato di matrice americana ha spinto molti giovani artisti verso una crescita troppo rapida dei prezzi, creando in alcuni casi vere e proprie bolle speculative. Il successivo ridimensionamento dei valori delle opere ha scoraggiato molti collezionisti e generato una maggiore prudenza. A questo si aggiunge un altro elemento fondamentale: troppo spesso alcuni operatori del settore hanno mostrato una mancanza di professionalità, contribuendo a creare instabilità e a indebolire la fiducia di chi si avvicina al mondo dell’arte. 

I nuovi collezionisti cercano ancora prestigio e status oppure esperienze, relazioni e contenuti?
Credo che oggi i collezionisti cerchino soprattutto persone affidabili, interlocutori seri con cui potersi confrontare e con cui condividere una vera passione per l’arte. Alla fine, il mercato dell’arte si fonda ancora su un elemento imprescindibile: le relazioni umane e la fiducia. 

Quale cambiamento dovrebbe avvenire subito per rendere il sistema più sostenibile?
Un sistema è sostenibile quando le attività economiche sono eque e sane, lo stesso principio vale per l’arte, tutti gli interpreti dovrebbero andare in questa direzione per renderlo tale. 

Redazione, 16 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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