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Redazione
Leggi i suoi articoli«Il Giornale dell’Arte» ha avviato un confronto con i direttori di alcune delle principali gallerie italiane per riflettere sui cambiamenti che stanno interessando il mercato. Al centro dell'indagine vi sono il tema del ridimensionamento delle strutture, la sostenibilità dei modelli di crescita che hanno caratterizzato gli ultimi decenni, l'evoluzione del ruolo delle fiere e le trasformazioni del collezionismo. Più che offrire risposte definitive, l'obiettivo è raccogliere prospettive ed esperienze diverse per comprendere come gli operatori interpretino una fase che potrebbe segnare una ridefinizione degli equilibri del sistema dell'arte.
Antonio Addamiano, direttore di Dep Art Gallery, Milano
Secondo lei, cosa cambierà nel sistema dell’arte nei prossimi cinque anni?
Spero che cambi l’unità di misura. In questi ultimi anni il successo di una galleria si è misurato in metri quadri, numero di sedi, numero di artisti, numero di fiere (e fatturato). Nei prossimi cinque anni, mi auguro, si misurerà in profondità: quanti artisti riesci davvero a seguire, quante mostre riesci a costruire con un intento curatoriale, quanti collezionisti conosci personalmente. Ci saranno, temo, meno gallerie, ma quelle che resteranno saranno più riconoscibili. E credo che tornerà centrale la figura del gallerista che sceglie, che si assume un rischio culturale e non solo finanziario: un’identità definita nel tempo, che i collezionisti del futuro possano ricordare. Nel nostro caso i vent’anni di Dep Art hanno rafforzato il concetto di famiglia dell’arte, composta da noi, dai nostri artisti e dai nostri collezionisti.
Il ridimensionamento di Pace è un episodio isolato o il segnale di una trasformazione strutturale?
È strutturale: il modello della mega-galleria si è decisamente incrinato. Il taglio non è solo un numero di artisti, è una rottura con i collezionisti e con le istituzioni che quegli artisti li hanno comprati e sostenuti, dando enorme fiducia alla galleria che ne aveva costruito la narrazione. Noi gallerie di dimensioni «medie» questa cosa la sappiamo da almeno dieci anni, perché l’abbiamo subita: la corsa alle sedi e agli artisti ha alzato l’asticella dei costi per tutti, anche per chi non aveva nessuna intenzione di correre. La novità non è la crisi. La novità è l’ammissione dell’insostenibilità.
Il modello della mega-galleria globale è ancora sostenibile?
Non nella forma che abbiamo conosciuto. Sedi in tre continenti, centotrenta artisti, oltre quindici fiere l’anno: è una struttura pensata per una crescita che non si è rivelata sostenibile. Il paradosso è che il ridimensionamento porta le mega-gallerie nella direzione delle medie, cioè a lavorare su un numero di artisti che si può davvero seguire. E il punto delicato è proprio questo: quando tagli cinquanta artisti, e insieme a loro il personale dedicato, non stai facendo una manovra di bilancio. Stai ammettendo che il sistema non regge, e che concentrarsi su un gruppo ristretto di artisti è oggi la strada più credibile e più praticabile.
Le fiere internazionali restano indispensabili oppure sono diventate economicamente troppo pesanti?
Tutte e due le cose, ed è un problema serio. La fiera resta l’unico luogo dove incontri il collezionista che in sede non verrebbe mai, e per una galleria italiana che lavora anche fuori confine non è sostituibile da nessuna piattaforma digitale. Ma il rapporto tra costo e ritorno si è rotto: i costi salgono ogni anno, mentre i tempi di decisione del collezionista si allungano. Noi ne facciamo circa dieci all’anno, e credo che la vera competenza, oggi, non sia partecipare, ma scegliere. Meglio cinque fiere fatte bene che dieci fatte per presidiare. Una novità positiva degli ultimi due anni, in alcune fiere internazionali, è la possibilità di dividere lo stand con gallerie che hanno la nostra stessa visione del mondo dell’arte. La galleria chiusa e autocelebrativa non funziona più.
Qual è oggi il vero punto debole del sistema: le gallerie, le fiere, i collezionisti o le istituzioni?
Nessuno dei quattro preso da solo. Il punto debole è la catena di trasmissione tra loro, che in Italia si è spezzata. Il collezionista non nasce direttamente dal mercato: nasce dalla fiducia che qualcuno, e non certo un gallerista, gli ha trasmesso. La famiglia, gli amici, le mostre viste nelle gallerie private, i musei, le collezioni pubbliche. Quasi nulla arriva dalla scuola e dall’università. Se le istituzioni non costruiscono e non trasmettono valore storico, alle gallerie resta associato solo un valore speculativo. Il punto debole è questo: un sistema che chiede al mercato di fare anche il lavoro culturale che non fa nessun altro.
I nuovi collezionisti cercano ancora prestigio e status oppure esperienze, relazioni e contenuti?
Il prestigio non è scomparso, ha cambiato volto. Prima si comprava un nome, e il prestigio della galleria era parte dell’acquisto (ma rispondeva ad altri canoni). Oggi credo esistano due grandi filoni. C’è il collezionista che vuole poter raccontare perché ha comprato quell’opera, e da chi. E c’è quello che vuole entrare in una storia: valuta il percorso in autonomia e pretende di esprimere una propria valutazione sugli artisti. Sono due approcci opposti, e si stanno estremizzando entrambi. È anche per rispondere al secondo che nel 2022, con Dep Art Out a Ceglie Messapica, abbiamo iniziato a costruire una galleria parallela, incentrata sul fare rete: altre gallerie, nuovi curatori, un nuovo modo di fare arte. Il progetto con Beatriz Morales, coordinato da Virginie Puertolas, del 21 luglio ne è un esempio concreto.
Quanto sta incidendo il passaggio generazionale della ricchezza sul mercato dell'arte?
Moltissimo, e il mercato lo sta sottovalutando. Si eredita un patrimonio, non si eredita un gusto, e purtroppo spesso non si eredita nemmeno la conoscenza. Le grandi collezioni costruite tra gli anni Settanta e Duemila stanno tornando sul mercato tutte insieme, e questo crea un’offerta che il collezionismo nuovo non assorbe. Il rischio riguarda anche i maestri storici, che possono passare da bene rifugio a bene illiquido nel giro di pochi anni. La difesa non è commerciale, è culturale.
Quale cambiamento dovrebbe avvenire subito per rendere il sistema più sostenibile?
Il costo delle fiere. È la voce che ha reso la partecipazione sostanzialmente in perdita per una fascia enorme di gallerie e che ha di fatto selezionato il sistema per capacità di spesa e non per qualità del programma. Servono costi proporzionati al servizio e un calendario meno affollato: oggi si lavora per stare in agenda, non per fare mostre, ed è insostenibile. Se le fiere vogliono continuare a esistere devono accettare di essere un servizio per le gallerie, e non il contrario. Il secondo cambiamento non costa nulla ed è più semplice, ma richiede un certo coraggio: fare meno cose, e farle bene.
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