Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Redazione
Leggi i suoi articoliDopo oltre quattro mesi di assenza, l’«Estasi di Santa Cecilia» di Raffaello torna ad accogliere il pubblico nella sala 15 della sezione Rinascimento della Pinacoteca nazionale di Bologna. Il dipinto rientra nella sua sede abituale dopo essere stato protagonista della mostra «Raphael: Sublime Poetry» al Metropolitan Museum of Art di New York, dove ha rappresentato uno dei fulcri del percorso espositivo dedicato al maestro urbinate.
Il ritorno dell’opera segna un momento di particolare rilievo per il museo bolognese, che ritrova uno dei capolavori più rappresentativi delle proprie collezioni dopo un prestito internazionale di grande prestigio. La presenza dell’opera al Met ha contribuito a raccontare al pubblico internazionale la stagione della piena maturità artistica di Raffaello, confermando il valore universale del patrimonio conservato dalla Pinacoteca.
Realizzata nel 1518 per la cappella di Elena Duglioli nella chiesa di San Giovanni in Monte, l’opera è considerata una delle vette del classicismo raffaellesco. Nella composizione, santa Cecilia è raffigurata nel momento dell’estasi mistica, con lo sguardo rivolto al coro angelico che appare nel cielo, simbolo della musica celeste e dell’amore divino. Tra le mani tiene un organo portativo le cui canne scivolano verso terra, allusione all’abbandono delle gioie terrene in favore della contemplazione spirituale. Ai piedi della santa si trovano strumenti musicali dipinti da Giovanni da Udine, allievo e collaboratore di Raffaello, che rafforzano il contrasto simbolico tra la musica terrena e quella celeste, contribuendo alla ricchezza iconografica del dipinto.
Con il rientro dell’«Estasi di Santa Cecilia», la Pinacoteca nazionale di Bologna restituisce al percorso permanente uno dei suoi capolavori più amati, riaffermando il ruolo centrale dell’opera nella storia della pittura rinascimentale italiana e nella valorizzazione del patrimonio artistico della città.
Redazione
Leggi i suoi articoliAltri articoli dell'autore
Dall’Australia al Sudafrica, l’autunno 2026 propone mostre dedicate a identità, memoria, territorio e trasformazioni sociali. Tra arte moderna e contemporanea, fotografia, design e nuove tecnologie, i musei rileggono storie locali e connessioni globali. Particolare attenzione va alle culture indigene, alle eredità coloniali e ai rapporti tra arte, corpo e ambiente
Dall’eccezionale ritorno dell’Arazzo di Bayeux in Inghilterra alla prima riunione dei ritratti di Jan van Eyck, dalla grande monografica di Pontormo alle riletture di Cattelan, Kounellis, Marisa Merz e Willem de Kooning. Tra Londra, Parigi, Madrid, Barcellona, Berlino, Amsterdam, New York e le principali città italiane, abbiamo scelto quindici mostre capaci di attraversare epoche e linguaggi e di restituire alcune delle questioni decisive della stagione.
Un architrave in arenaria con i titoli di Ramses II e un riferimento a Horus, Signore di Masn, rafforza l’ipotesi che Tell Abu Seify, nell’area di Qantara Est, coincida con l’antica città citata dalle fonti del Nuovo Regno. Gli scavi stanno inoltre chiarendo l’organizzazione del complesso templare e la lunga trasformazione del sito, da centro religioso e strategico della frontiera orientale egizia a insediamento tolemaico, castrum romano e infine cava per la produzione di calce.
Fino al 30 settembre all’Art Space Pythagorion di Samos, «Fragments and Futures» mette in dialogo archeologia e arte contemporanea per interrogare il modo in cui il passato viene conservato, ricostruito e reinterpretato. Un percorso tra frammenti, miti, tecnologia, memoria e identità



