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Redazione
Leggi i suoi articoli«Il Giornale dell’Arte» ha avviato un confronto con i direttori di alcune delle principali gallerie italiane per riflettere sui cambiamenti che stanno interessando il mercato. Al centro dell’indagine vi sono il tema del ridimensionamento delle strutture, la sostenibilità dei modelli di crescita che hanno caratterizzato gli ultimi decenni, l’evoluzione del ruolo delle fiere e le trasformazioni del collezionismo. Più che offrire risposte definitive, l’obiettivo è raccogliere prospettive ed esperienze diverse per comprendere come gli operatori interpretino una fase che potrebbe segnare una ridefinizione degli equilibri del sistema dell’arte.
Francesca Simondi, direttrice della galleria Simóndi, Torino
Secondo lei, che cosa cambierà nel sistema dell’arte nei prossimi cinque anni?
Stiamo già assistendo a una trasformazione profonda nel sistema dell’arte che continuerà nei prossimi anni. Viviamo in una società satura: il nostro tempo è saturo, le informazioni sono continue, le immagini si susseguono senza sosta, tutto è sempre più veloce. Proprio per questo cresce il bisogno di rallentare, di creare delle pause, di restituire valore all’attenzione. Questa esigenza sta coinvolgendo inevitabilmente anche il sistema dell’arte. Dovremo imparare a fare meno, ma meglio, privilegiando progetti più solidi, relazioni più durature e un tempo di fruizione più autentico. L’arte ha bisogno di tempo, e forse è proprio questo il valore che tornerà al centro. L’attenzione crescente al valore del tempo porterà probabilmente anche a una razionalizzazione del calendario di fiere ed eventi. Meno appuntamenti non significheranno meno opportunità, ma una migliore selezione: eventi più qualificati, più efficaci e capaci di valorizzare davvero il tempo che espositori e visitatori scelgono di investire.
Il ridimensionamento di Pace è un episodio isolato o il segnale di una trasformazione strutturale del sistema dell’arte?
Non è un episodio isolato, anzi. È uno dei segnali più evidenti di una trasformazione già in corso. Anche le realtà più grandi stanno prendendo coscienza del fatto che la crescita continua non è più un modello sostenibile. Per molti anni il sistema ha inseguito una logica di espansione permanente, ma oggi emerge la necessità di ritrovare un equilibrio tra dimensione economica, qualità della ricerca e sostenibilità del lavoro. Credo che stia cambiando anche il significato stesso del successo: non sarà più misurato solo dal numero di sedi, fiere o artisti rappresentati, ma dalla capacità di costruire progetti solidi, duraturi e realmente significativi. In questo senso, il ridimensionamento non va necessariamente interpretato come un arretramento, ma come un processo di maturazione del sistema.
Il modello della mega-galleria globale è ancora sostenibile?
Il modello delle mega-gallerie non credo che scomparirà, ma sarà sempre più chiamato a confrontarsi con la sostenibilità economica e organizzativa di strutture estremamente complesse. Parallelamente, credo che acquisiranno un ruolo sempre più rilevante le gallerie con una forte identità, nelle quali si riconoscono la visione del gallerista, la coerenza della ricerca e un rapporto autentico con gli artisti. Oggi i collezionisti non cercano soltanto un intermediario commerciale, ma un interlocutore capace di costruire un percorso culturale, condividere una visione e creare relazioni di fiducia nel tempo. In questo senso, l’autenticità è diventata uno dei valori più importanti.
Le fiere internazionali restano indispensabili oppure sono diventate economicamente troppo pesanti?
Le fiere sono ancora luoghi di incontro, di vendita e di costruzione di relazioni. Tuttavia non funzionano più come in passato. Dovranno evolvere, smettendo di misurare il proprio successo soltanto attraverso il numero di espositori o di visitatori e concentrandosi sempre di più sulla qualità delle connessioni che riescono a generare tra gallerie, artisti, collezionisti e istituzioni. Non è un caso che stiano nascendo nuove iniziative promosse direttamente dalle gallerie, come Paris Internationale, o reti collaborative come Italics, di cui faccio parte. Sono modelli che nascono dall’esigenza di creare relazioni più profonde e di valorizzare il patrimonio culturale rappresentato dalle gallerie e dai loro artisti.
Qual è oggi il vero punto debole del sistema: le gallerie, le fiere, i collezionisti o le istituzioni?
Più che individuare un singolo punto debole, credo che il problema sia l’eccessiva frammentazione del sistema. Ognuno tende a lavorare per sé, mentre oggi sarebbe necessario rafforzare le collaborazioni tra gallerie, istituzioni, fondazioni, collezionisti e fiere.
L’arte cresce quando si costruiscono ecosistemi, non quando prevale la competizione. In questo senso il lavoro di rete diventerà sempre più importante.
I nuovi collezionisti cercano ancora prestigio e status oppure esperienze, relazioni e contenuti?
Le due dimensioni convivono in parallelo, anche se le nuove generazioni attribuiscono un valore crescente all’esperienza. Non desiderano soltanto acquistare un’opera, ma comprendere il contesto in cui nasce, conoscere gli artisti, visitare gli studi, sentirsi parte di una comunità. Il collezionismo sta diventando sempre più un’esperienza culturale e relazionale.
Quanto sta incidendo il passaggio generazionale della ricchezza sul mercato dell’arte?
Profondamente, non solo dal punto di vista economico ma soprattutto culturale. Non si trasferiscono infatti soltanto patrimoni, ma anche valori, sensibilità e modalità di vivere il collezionismo. Una collezione è il risultato di anni di ricerca, studio e relazioni: la vera sfida è riuscire a trasmetterne il significato e il valore alle nuove generazioni. Quando nasce un interesse per l’arte, può essere molto autentico, ma necessita di occasioni di conoscenza, dialogo con gli artisti e percorsi costruiti nel tempo. Credo quindi che il sistema dell’arte debba ripensare il modo in cui si relaziona ai nuovi pubblici: non basta intercettare la disponibilità economica, bisogna costruire cultura, fiducia e consapevolezza.
Quale cambiamento dovrebbe avvenire subito per rendere il sistema più sostenibile?
Credo che il cambiamento più urgente sia riconoscere il valore strategico del sistema dell’arte e investire in esso con una visione di lungo periodo. Solo così le politiche di sostegno potranno diventare strutturali e non episodiche, considerando la cultura come un investimento e non come un costo. In questa direzione vanno interventi importanti come la riduzione dell’Iva al 5%, ma anche programmi come l’Italian Council e «Bel Paese. Promoting Italian Art Around the World», che sostengono la ricerca, la produzione e la visibilità internazionale degli artisti italiani. Allo stesso tempo è fondamentale rafforzare le istituzioni culturali e destinare maggiori risorse ai musei. Un museo che acquisisce opere non sostiene soltanto gli artisti contemporanei e la loro ricerca: contribuisce a costruire un patrimonio collettivo, alimenta il dibattito culturale e rende l’intero sistema dell’arte più solido.
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