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Ginevra Borromeo
Leggi i suoi articoliUna pittura che interroga il paesaggio, riportandolo ad un grado zero, ad una forma primitiva, in cui l'umano sembra abbandonare la propria centralità. La ricerca di Nazzarena Poli Maramotti, attualmente in mostra da Artcurial a Milano, esplora una figurazione che, in alcuni casi, cede all'informale, lasciando una traccia di memoria, un'ipotesi di paesaggio.
Una breve intervista per esplorare la sua pratica.
La tua pittura sembra rivolgersi ad un tempo che precede o oltrepassa l’umano, ad un tempo primitivo, in cui la natura poteva manifestare la sua violenza senza essere considerata una minaccia. Qual è il tuo immaginario di riferimento?
Quando dipingo ho vicino a me varie immagini che stampo su carta e “vagabondano” nel mio studio. Ci sono foto di paesaggi, sia trovate che scattate da me, ci sono immagini di opere d'arte più o meno antica, dai soffitti del Tiepolo a Würzburg al Giorgione. Non ho una fonte di ispirazione univoca e ciò che nasce viene dalla “digestione” di tutti questi spunti così lontani tra loro attraverso i miei occhi e la mia memoria. La natura che ne esce non è quindi vissuta, en plein air, piuttosto un'idea di natura lontana e con cui nessuno avrà a che fare. Forse per questo non risulta minacciosa.
La tua pratica affonda in quello spazio ibrido tra figurazione e informale, esiste un confine?
Ogni figurazione si posiziona a un grado di astrazione dalla forma di partenza che l'ha ispirata fino ad arrivare a un totale distacco da essa. La percezione di ogni persona è poi influenzata dai ricordi, dalle proprie capacità visive e di collegamento mentale. Essendo tutto così sfumato e relativo tracciare una linea netta non credo sia saggio. È possibile che la risposta vari ogni volta che ci si pone la domanda.
Negli ultimi anni hai lavorato anche con la ceramica: piccoli paesaggi di cui si perdono i confini, territori sagomati dalle tua impronta, dal peso della tua mano sulla terra. Cosa cerchi nella ceramica?
Il mio lavoro ceramico nasce dalla voglia di uscire dalla bidimensionalità della tela, dal rettangolo del quadro. Un vaso di fiori torna a essere fisico dopo esser stato piatto, i paesaggi escono dai confini e accettano il movimento della terra che si blocca con la cottura. Anche la minore controllabilità della ceramica rispetto alla pittura ad olio è fonte di interesse. Spesso ciò che accade di inaspettato aprendo il forno diventa uno spunto prezioso quando torno alla tela, alla pittura. Mi apre a prospettive molto diverse.
Nella tua ultima mostra “Ci passiamo tutti” hai condiviso lo spazio con l’artista Marina Caneve, com’è stato dialogare con la fotografia e questo linguaggio ha mai avuto un ruolo nel tuo lavoro?
Per quanto apparentemente siano due ricerche molto lontane tra loro (aspetto che ritengo molto arricchente in un dialogo artistico), durante il confronto con Marina sono emersi vari punti di contatto oltre a quelli individuati dai curatori, alcuni anche imprevisti. La fase di allestimento in cui finalmente le opere di entrambe erano affiancate ha anche svelato delle assonanze visive che mi hanno suggerito una connessione sottile sotterranea. L'approccio più libero di Marina al posizionamento dei pezzi sulle pareti, poi, mi ha fatta uscire dai binari del mio modo abituale di esporre per trovare una via comune che credo abbia aggiunto un ulteriore livello di dialogo. Paesaggi più diretti, più descrittivi si affiancano a opere più concettuali in cui è la mente a individuare nel mondo esterno il modo per esprimersi, e il confine tra il mondo delle foto di Marina e quello dei miei dipinti a tratti si è fatto più sfumato.
Allestimento mostra "Ci passiamo tutti" con Marina Caneve e Nazzarena Poli Maramotti da Artcurial Italia. Ph. Alessandro Sambini
Allestimento mostra "Ci passiamo tutti" con Marina Caneve e Nazzarena Poli Maramotti da Artcurial Italia. Ph. Alessandro Sambini
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