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Una veduta del Dalí Boulevard Cibernètic a Barcellona

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Una veduta del Dalí Boulevard Cibernètic a Barcellona

Il futuro secondo Salvador Dalí: a Barcellona un’esperienza immersiva dimostra la chiaroveggenza del maestro surrealista

È stato inaugurato il 16 settembre Dalí Boulevard Cibernetico, che invita i visitatori a esplorare l’universo dell’artista da una prospettiva connessa alla sua ossessione per la cibernetica, la fisica quantistica e la biologia, oltre che il suo rapporto con la moda

Roberta Bosco

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È passato un secolo da quando Salvador Dalí, a 21 anni, espose le sue opere alle Galeries Dalmau sul Paseo de Gracia. Il fulcro della Barcellona modernista, che fu testimone dei suoi primi successi, accoglie dal 16 settembre il Dalí Boulevard Cibernètic, una proposta permanente che invita i visitatori a esplorare l’universo dell’artista da una prospettiva connessa alla sua ossessione per la cibernetica, la fisica quantistica e la biologia: non con dipinti, ma attraverso la realtà virtuale, immagini digitali, proiezioni e un viaggio immersivo nel suo affascinante universo.

Creato da Layers of Reality in collaborazione con la Fondazione Gala-Salvador Dalí, il progetto ripropone l’esperienza presentata in anteprima al centro di arte digitale Ideal di Barcellona nel 2022 e successivamente in diverse città internazionali, ampliandola e aggiornandola per farne un’installazione permanente nel seminterrato della Casa Amatller di Puig i Cadafalch, proprio a fianco della Casa Batlló di Gaudí.

La curatrice Anna Pou, responsabile del progetto con Jordi Sellas, materializza un Dalí «umanista, visionario e cibernetico». È questo probabilmente l’aspetto più interessante del progetto: non tanto dimostrare che Dalí fosse un visionario, cosa che fa già parte della sua leggenda, quanto attestare che il suo interesse per la scienza non fu un’idea tardiva, ma una costante del suo pensiero. In un’intervista originale proiettata alla fine del percorso espositivo, l’artista stesso parla del suo fascino per la cibernetica e gli esseri artificiali, androidi e manichini. È «l’umanità androgina» a cui dedicò nel 1971 un numero speciale di «Vogue» proprio sulla cibernetica con in prima pagina la celebre immagine dei volti amalgamati di Marilyn Monroe e Mao.

Una parte significativa della mostra si concentra sul rapporto di Dalí con la moda, la gioielleria e il design, ambiti in cui la sua immaginazione trovò terreno particolarmente fertile. La rassegna, che si apre con una riproduzione della tuta da astronauta dorata disegnata dall’artista nel 1958, presenta riferimenti alle sue collaborazioni con Christian Dior e Paco Rabanne. Sono esposti anche oggetti originali, tra cui uno dei suoi bastoni da passeggio, gli occhiali da sole Eskimo Eclipse, disegnati per Courrèges, «per sognare in technicolor», la crisalide che disegnò per pubblicizzare l’ansiolitico Miltown e alcuni dei gioielli che considerava «micromacchine capaci di rendere visibile l’invisibile».

In Dalí, la moda emerge come un dispositivo per vaticinare il futuro e gli accessori come tecnologie capaci di amplificare le capacità dell’essere umano, anticipando di mezzo secolo il concetto di cyborg e di «corpi aumentati». In alcuni dei suoi modelli, come «le scarpe capaci di produrre melodie allegre che riempiono di musica le strade», si possono riconoscere intuizioni che appaiono sorprendentemente contemporanee: dispositivi incorporati nel corpo, nuove forme di percezione e oggetti che sfumano il confine tra accessorio, tecnologia e organismo.

Una veduta del Dalí Boulevard Cibernètic a Barcellona

Roberta Bosco, 22 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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