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Antonella Cimatti, «Ghost still life #5», 2026

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Antonella Cimatti, «Ghost still life #5», 2026

L’alchimia della ceramica made in Italy affascina la Spagna

Parliamo della mostra con il curatore Enzo Biffi Gentile, che presenta opere inedite pensate appositamente per il seicentesco Palazzo di Abrantes, sede dell’Istituto Italiano di Cultura di Madrid

Roberta Bosco

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«I rapporti tra arte e alchimia sono stati ampiamente studiati, mentre paradossalmente con la ceramica, arte del fuoco che combina i quattro elementi: terra, acqua, fuoco e aria, non è mai stato fatto. È la prima volta che si abborda questa tematica in una rassegna, grazie a Elena Fontanella, committente di questa mostra non conforme, che riunisce 18 artisti ceramisti e diverse opere inedite, create appositamente per quest’evento». Lo afferma il curatore ed esperto Enzo Biffi Gentile, incaricato da Elena Fontanella, direttrice per Chiara Fama dell’Istituto Italiano di Cultura (IIC) di Madrid, di realizzare una mostra-evento site specific per celebrare il genio creativo e la manifattura d’eccellenza degli artieri (termine adottato come sintesi e superamento di quelli di artista e artigiano) italiani contemporanei. Il risultato è «La Grande Opera Ceramica», aperta dal 13 ottobre al 13 novembre nel Palazzo di Abrantes, sede dell’Istituto. «La mostra, che rinnova il nostro impegno nella valorizzazione del patrimonio creativo italiano e del dialogo tra arte, alto artigianato, innovazione e produzione, è una necessaria dichiarazione d’indipendenza disciplinare e spirituale dell’arte ceramica, un invito a riscoprire l’essenza di un’espressione artistica troppo a lungo relegata a un ruolo marginale», afferma la direttrice Elena Fontanella, che con quest’invito rispondeva alla rivendicazione di Biffi Gentile lamentando la scarsa attenzione istituzionale verso le forme di pensiero e di arte divergente.

Il percorso si divide in tre parti come le tre sale dell’IIC, ribattezzate per l’occasione Sala della Figulina, Sala della Luccicanza e Sala della Statuaria, e i 18 artieri in mostra sono decisi oppositori di ciò che Biffi Gentile definisce «la dittatura della scissura», cioè della separazione tra l’artista che concepisce l’opera e il ceramista che la realizza. «Senza vergogna di essere tecnicamente eminenti, recuperiamo la volontà di perfezionamento individuale e spirituale che viene dalla tradizione dei compagnons francesi», spiega il curatore che ha scelto come immagine della mostra una spettacolare opera di Paolo Schmidlin: un Pinocchio «tecnicamente oltraggioso con il grillo sul naso, circondato dai libri», proprio nell’anno in cui si commemorano i 200 anni della nascita del suo autore Carlo Collodi. Noto per le figure anziane, soprattutto di dive sul viale del tramonto, Schmidlin invecchia Pinocchio, ma rappresenta Ana Mendoza, Principessa di Eboli, di cui solo esistono due ritratti del Cinquecento, nel fiore degli anni con la caratteristica benda sull’occhio che sembra avesse perso in un combattimento. La misteriosa e affascinante vita della principessa, che secondo Schmidlin «ha attraversato il fuoco», è legata al Palazzo di Abrantes, dove sembra che continui ad apparire in veste di fantasma e a percorrere i sotterranei che collegavano la sua dimora al Palazzo Reale. La accompagnano nella Sala della Statuaria, uno dei perturbanti «Ghosts Underground» di Livio Scarpella, un simulacro del divino di Riccardo Monachesi, un Arcimboldo contemporaneo con la testa di spazzatura di Bertozzi & Casoni, un demoniaco quasi ripugnante Arlecchino del 2006 di Carlo Previtali «realizzato con la tecnica del raku che perde la sobrietà del suo Giappone natale ed è usata in forma distorta» e un «Omino spaziale» creato 60 anni prima da Rinaldo Rossello, che trasformò la ceramica in un campo d’indagine filosofico e plastico.

Bertozzi & Casoni, «Ricordo Pinocchio»

Per quanto concerne tecniche e materiali, secondo Biffi Gentile «sarebbe un errore pensare che ci si limiti a rielaborare quelle più tradizionali». Lo si apprezza nella Sala della Figulina, dove si espone la proposta di Antonella Cimatti, che usa substrati di allumina sinterizzata, un materiale ceramico avanzato per cristallizzare non la forma in sé, ma il suo spettro, di modo che la tecnica si trasformi in linguaggio e la ceramica perda la sua solidità e il suo peso. In cambio Chiara Berta dematerializza il vaso e lo converte in fantasma riformandolo con frammenti di terraglia bianca e azzurra, in omaggio alla maiolica di Talavera, uniti da una rete di fil di ferro. «Entrambe fanno sparire il vaso nella sua fisicità», sottolinea Biffi Gentile che completa questa sezione con Edgardo Abozzo, Sandro Lorenzini, Ugo Marano e Mirkò (Mirko Guida), che racconta il viaggio della trasformazione alchemica attraverso tre vasi da farmacia, creati ex professo, uno dei quali è un omaggio al filosofo catalano Ramon Llull (Raimondo Lullo).

Anche nella Sala della Luccicanza incentrata sulla tecnica considerata più difficile, quella del lustro, della trasformazione apparente della terra in oro, è evidente la ricerca di artisti che, come assicura il curatore «riflettono sulla ceramica come alchimia, sull’apertura interdisciplinare e sull’affermazione di una forte connessione tra corporeità, intelligenza e spiritualità». È il caso di Tullio Mazzotti, che realizza calici cerimoniali lustrati con la modellazione 3D, di Maurizio Tittarelli Rubboli, che utilizza stampanti laser per i suoi piatti da parata, e di Arturo Mora, erede di una famiglia di Manises (Valenza), che realizza un autoritratto all’interno di una coppa, accompagnata dai versi di Ezra Pound sul significato del riflesso. «Come Mirkò anche la italo-giapponese Iurico Damiani si rifà al viaggio iniziatico della trasformazione nel suo trittico ceramico dedicato a Nigredo, Albedo e Rubedo, i tre stadi dell’alchimia. Il suo uovo madreperlaceo è un omaggio alla “Metamorfosi di Narciso” di Salvador Dalí e la sottile frattura dorata, realizzata con la tecnica del kintsugi e che attraversa tutta l’opera, rappresenta il passaggio dall’ego alla coscienza», aggiunge il curatore, che completa la sala con un’opera di Giovanni Ruggiero, gemella di quella che vinse nel 2011 il prestigioso Premio Internazionale della Ceramica d’Arte di Faenza, e un’opera di Samuele Bonomi, creata per la mostra e ispirata ai «Sonetti funebri» di Luis de Gongora y Argote, uno dei poeti più originali e influenti del Barocco spagnolo. «Il genio italiano dimostra che l’alto artigianato è una forza viva, un’avanguardia industriale e poetica capace di dialogare con il futuro senza mai perdere la propria anima arcaica», conclude Elena Fontanella.

Carlo Previtali, «Testa di Arlecchino», 2006

Roberta Bosco, 13 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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