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Francesco Scoppola
Leggi i suoi articoliLa scoperta straordinaria nel criptoportico comunale del Colle Oppio era in buona parte già nota. Tuttavia, la parte inferiore dell’enorme mosaico parietale era sinora incognita: al di sotto dell’architettura teatrale, sotto il filosofo, la recente ripresa degli scavi (effettuati da Alchimia) ha riportato in luce il panorama di una città sul mare, la seconda, dopo quella raffigurata nel grande affresco sul fondo del criptoportico. Le città marine riprodotte in questi ambienti quindi sono due. Le novità sono positive e rilevanti e, al di là delle polemiche che molto spesso sovrastano gli studi, le domande specifiche restano per lo più senza risposta.
Sono due differenti città portuali reali o fantastiche? O si tratta di due vedute diverse dello stesso porto? Vi sono analogie o ipotesi comparative a Roma o nel mondo? Sono ravvisabili rapporti tra questa fase del Colle Oppio, presto cancellata dalla costruzione delle soprastanti Terme di Traiano, con l’assetto del Claudium, presso il Celio, sul lato opposto del Colosseo? Non sono questioni oziose e marginali. Inoltre, sono stati approntati accorgimenti che finalmente consentiranno la presenza di pubblico in questi straordinari ambienti, sia pure con incertezze sui materiali metallici (nell’ipogeo sarebbe più sicuro il pultruso). Si tratterà inizialmente di una visita sperimentale gratuita, limitatissima: non più di 90 persone per soli due giorni la settimana. Vale a dire circa 720 persone al mese: 8.640 visitatori l’anno. In misura maggiore al momento le visite non paiono compatibili con la conservazione dei fragilissimi reperti, che, per quanto unici e giganteschi, verranno ammirati da pochi. E qui si apre il dilemma tra conservazione e fruizione, che può spingersi fino al dibattito tra originale e copia. I tesori rarissimi vanno conservati più a lungo possibile nella loro integrità, ma come farli conoscere? La più avveduta soluzione al dilemma pare essere oggi quella delle riproduzioni e degli approfondimenti da postazione remota. Molti musei dell’area anseatica offrono ormai in rete riproduzioni delle opere ad altissima risoluzione. Ma per aderire a questi modelli occorre convincersi che i musei, come le accademie, le biblioteche, gli archivi, le scuole e le università, non sono centri di produzione economica, di ricchezza quantificabile in denaro, ma piuttosto servizi di moltiplicazione di valori inestimabili. Orientati alla qualità più che alle quantità. Investimenti dunque, più che centri produttivi. Sempre più raramente si arriva a capirlo.
Sull’Oppio, giova ricordare che a fronte di un’estrema diffusione dei mosaici pavimentali, in epoca classica sono più rari quelli parietali, e addirittura rarissimi quelli su volte e soffitti: a Roma rinvenuti solo presso San Carlo ai Catinari e sotto Palazzo Rospigliosi Pallavicini. Ricordare che molti progetti in ogni età sono rimasti parzialmente o totalmente incompiuti. Ricordare la storia del Mediterraneo, come culla del mito di Europa. Un’Europa itinerante sul mare che dai suoi confini geografici e mitologici antichi (il gelo settentrionale, i deserti della Scizia, della Fenicia, della Mauritania e l’Oceano), attraverso innumerevoli guerre pare unione pacifica dalla quale senza contese ogni Nazione possa entrare e uscire. Succede per la prima volta al mondo, pagando un prezzo solo economico, non di sangue: in una dinamica non violenta. Ma tardano tragicamente i principi condivisi e comuni di una costituzione. Gioverebbe ricordare lo scomparso delta del Tevere che si diramava dalla laguna interna, con l’aggiunta del canale artificiale di Fiumicino, con i porti di Claudio e Traiano. Non si può quindi sottovalutare Ostia, con le bocche del suo primo porto naturale, lagunare, simile a quello di Venezia.
Potremmo insomma riconoscere nelle due città riemerse forse due ritratti, o due progetti, dello scalo più antico di Roma, «portus in cilia maris», attorniato da ville imperiali, a nord di Lavinio e dell’«Heroon» detto di Enea, ma attribuito ora a Tito Tazio. Scalo che potrebbe con una crasi aver dato origine al nome della gens Porcilia. Ipotesi correlabile ai nomi di Portus, della via Portuense, di Porciliano, poi Castelporziano e perfino di monte Porzio, che si innalza come un faro albano esattamente a levante della foce del Tevere, sul confine tra i nomi della pianura costiera: la latina Maremma e la magnogreca Pontina. Con l’eccezione isolata, in riva sinistra, nel nome del Tuscolo, piccolo Toscano. Il paesaggio musivo ritrovato richiede e invoca lo studio delle difese e dei canali di Ostia e di Porto.
Francesco Scoppola
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