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Ginevra Borromeo
Leggi i suoi articoliUn dipinto di Gustav Klimt da 236,4 milioni di dollari, un Jackson Pollock da 181,2 milioni, una scultura di Constantin Brâncuși da 107,6 milioni. Le ultime grandi aste di New York hanno riportato al centro dell'attenzione il mercato delle cosiddette trophy works, opere di artisti consacrati, caratterizzate da rarità, provenienze prestigiose e un riconoscimento storico-artistico ormai consolidato. Un segmento nel quale la disponibilità di capitali straordinari incontra un'offerta strutturalmente limitata, alimentando una competizione che continua a produrre risultati eccezionali anche nelle fasi di rallentamento del mercato.
Ma chi sono, oggi, i grandi collezionisti internazionali? E soprattutto, quale influenza esercitano sulla storia dell'arte, sulle carriere degli artisti e sulle istituzioni culturali? La Top 200 Collectors 2026 di ARTnews, pubblicata il 6 ottobre e giunta alla sua trentasettesima edizione, offre una prospettiva su questo universo. La selezione annuale della rivista americana riunisce duecento grandi collezionisti e nuclei collezionistici internazionali, individuati attraverso la loro attività nel mercato e nel sistema artistico. Non si tratta di una graduatoria ordinata per patrimonio o valore economico delle raccolte, quanto di una ricognizione sulle personalità che contribuiscono a orientare il collezionismo mondiale.
Accanto ai grandi protagonisti della finanza, della tecnologia, dell'industria e del lusso compaiono fondatori di musei, promotori di istituzioni indipendenti, sostenitori di artisti emergenti e figure che hanno costruito raccolte specializzate in ambiti ancora relativamente marginali rispetto al mercato dei capolavori. È questa pluralità a rendere significativa l'edizione 2026. Alla tradizionale immagine del collezionista come acquirente di opere eccezionali si affiancano modelli nei quali il capitale privato interviene direttamente nella produzione culturale, nella ricerca storico-artistica e nella costruzione delle infrastrutture istituzionali.
Il mercato dei trofei e il valore del consenso
ARTnews ha scelto di dedicare l'introduzione della nuova edizione al cosiddetto «anno del trofeo», interrogando i grandi collezionisti sul significato di questo concetto. La stagione delle aste newyorkesi offre un contesto eloquente. Nel novembre 2025, il Ritratto di Elisabeth Lederer (1914-1916) di Klimt, proveniente dalla collezione di Leonard A. Lauder, è stato aggiudicato per 236,4 milioni di dollari. Nel maggio 2026, Number 7A (1948) di Pollock e Danaïde (1913 circa) di Brâncuși, entrambi provenienti dalla raccolta di S.I. Newhouse, hanno raggiunto rispettivamente 181,2 e 107,6 milioni di dollari da Christie's. Nella stessa stagione, No. 15 (Two Greens and Red Stripe) (1964) di Mark Rothko, appartenuto ad Agnes Gund, ha stabilito un nuovo record per l'artista a 98,4 milioni.
Queste vendite evidenziano un fenomeno centrale nel mercato dell'arte: la capacità delle grandi collezioni storiche di continuare a generare valore anche dopo la scomparsa dei loro fondatori. Il passaggio di opere eccezionali dalle raccolte private alle aste rappresenta un momento di redistribuzione del patrimonio artistico, nel quale provenienza, reputazione e scarsità assumono un peso decisivo. Per i collezionisti americani Jennifer e Alec Litowitz, un'opera trofeo è sostanzialmente un lavoro sul quale il sistema dell'arte ha raggiunto un consenso condiviso. Monet, Picasso o Klimt appartengono a un canone consolidato; il loro riconoscimento riduce l'incertezza culturale che accompagna gli artisti meno storicizzati.
Da questa prospettiva, il prezzo eccezionale può essere interpretato come il costo della certezza. L'opera assume alcune caratteristiche di una riserva patrimoniale: è rara, riconoscibile, sostenuta dalla reputazione dell'artista e desiderata da una fascia estremamente ristretta di compratori. La stessa dinamica pone però interrogativi sulla reale formazione dei prezzi. Nel segmento più elevato, le garanzie finanziarie e le offerte irrevocabili concordate prima delle aste possono ridurre l'incertezza della vendita. Il risultato finale riflette quindi anche accordi preventivi e strategie finanziarie, oltre alla competizione manifestata in sala.
Pedro Barbosa, collezionista brasiliano attivo nell'arte concettuale e negli archivi, propone una lettura differente. Il mercato dei capolavori consacrati, sostiene, costituisce una porzione estremamente visibile del sistema, più vicina alle logiche della conservazione patrimoniale che a quelle della ricerca artistica. Il vero rischio del collezionista consiste nel riconoscere un'opera importante prima che il suo valore sia stato condiviso e certificato dal mercato. È una distinzione fondamentale: acquistare ciò che è già stato riconosciuto oppure contribuire a costruirne il riconoscimento.
Dal possesso alla costruzione delle istituzioni
La Top 200 permette di osservare una trasformazione che riguarda il ruolo del collezionismo privato nel sistema artistico internazionale. Alcuni dei suoi protagonisti hanno progressivamente esteso la propria attività dall'acquisizione di opere alla creazione di fondazioni, musei, programmi di produzione e ricerca. In Germania, Julia Stoschek ha costruito una delle principali raccolte private internazionali dedicate alle opere basate sul tempo e sui media, con oltre mille lavori che comprendono video, film, performance, installazioni e pratiche digitali. Attraverso la propria fondazione e gli spazi di Düsseldorf e Berlino, ha sviluppato un modello di conservazione, studio e accessibilità pubblica per linguaggi che presentano esigenze tecnologiche e conservative particolarmente complesse.
Il significato dell'intervento privato emerge qui con chiarezza. Collezionare un'installazione video o un'opera digitale comporta responsabilità differenti rispetto all'acquisizione di un dipinto: richiede aggiornamento dei dispositivi, conservazione dei formati, documentazione e competenze specialistiche. La collezione può diventare una struttura di supporto alla sopravvivenza materiale e culturale delle opere. In Brasile, Bernardo Paz ha dato origine a uno degli esperimenti più riconoscibili di integrazione tra arte contemporanea e paesaggio: Inhotim, il grande museo e giardino botanico di Brumadinho, aperto al pubblico nel 2006. Oggi non partecipa più alla sua gestione, mentre sta sviluppando un nuovo progetto museale, il Museu Bernardo Paz, con i primi padiglioni previsti nel 2027. Il suo caso mostra come il collezionismo possa tradursi in una trasformazione fisica del territorio, attraverso architetture, commissioni artistiche e spazi concepiti per opere di dimensioni monumentali.
Un modello differente è quello di Nadia e Rajeeb Samdani, fondatori in Bangladesh della Samdani Art Foundation e promotori del Dhaka Art Summit. La loro attività ha contribuito a rafforzare la visibilità internazionale della ricerca artistica dell'Asia meridionale, costruendo relazioni tra artisti, curatori, istituzioni e pubblici che spesso rimangono ai margini dei principali circuiti occidentali. Questi esempi mostrano come la disponibilità di capitale possa tradursi in capacità di produrre legittimazione culturale. Un grande collezionista può finanziare la realizzazione di un'opera, sostenerne la prima presentazione pubblica, favorirne l'ingresso in una collezione museale e contribuire alla carriera internazionale dell'artista. Può inoltre intervenire nella valorizzazione di linguaggi che, per caratteristiche materiali o economiche, incontrano maggiori difficoltà sul mercato. Il collezionista diventa così un attore della produzione artistica e, in alcuni casi, un interlocutore capace di esercitare un'influenza paragonabile a quella delle istituzioni pubbliche.
Chi riscrive la storia dell'arte?
Un altro elemento che emerge dalle risposte raccolte da ARTnews riguarda la ridefinizione del canone storico-artistico. Per Pamela J. Joyner e Alfred J. Giuffrida, il collezionismo rappresenta uno strumento per contribuire al riconoscimento di artisti che non hanno ricevuto un'attenzione proporzionata alla qualità del loro lavoro. La loro attività si colloca in un processo più ampio di revisione della storia dell'arte, nel quale le raccolte private, le mostre e la ricerca contribuiscono a modificare gerarchie consolidate.
Anita Blanchard e Martin Nesbitt sottolineano come la costruzione del canone sia stata storicamente condizionata dall'accesso alle istituzioni, dalla disponibilità di risorse e dalla distribuzione del potere culturale. Il mercato conserva ancora squilibri significativi nella valorizzazione degli artisti neri, latinoamericani e indigeni. Da un'altra prospettiva, il collezionista giapponese Ryutaro Takahashi richiama l'attenzione sulla prevalenza dei riferimenti estetici occidentali nella definizione internazionale delle grandi opere.
Il problema riguarda dunque chi abbia avuto, storicamente, la possibilità di collezionare, esporre e scrivere la storia dell'arte. E chi possa farlo oggi. Una posizione particolarmente interessante è quella di Ariel Marcelo Aisiks, che concentra parte della propria attività sul recupero di archivi, pubblicazioni e materiali documentari. Una grande acquisizione, nella sua prospettiva, può consistere in un insieme di documenti capace di ampliare stabilmente le conoscenze degli studiosi, anche quando il suo valore economico rimane distante dalle cifre delle grandi aste. Si tratta di una concezione che attribuisce al collezionismo una funzione di ricerca. Il valore culturale di una raccolta dipende anche dalla sua capacità di preservare testimonianze, rendere accessibili documenti e offrire strumenti per nuove interpretazioni della storia artistica.
La geografia del collezionismo e i nomi italiani
La selezione di ARTnews restituisce una geografia che attraversa Stati Uniti, Europa, Asia, America Latina e Medio Oriente, con storie collezionistiche molto differenti. Accanto alle grandi dinastie patrimoniali e ai protagonisti del mercato americano emergono figure come Purat «Chang» Osathanugrah, legato al nuovo centro d'arte contemporanea Dib Bangkok; Basma Al Sulaiman, collezionista saudita che identifica in The Black Arch delle sorelle Raja e Shadia Alem, presentato al primo Padiglione dell'Arabia Saudita alla Biennale di Venezia del 2011, un'opera fondamentale per la storia artistica del proprio Paese; e Hortensia Herrero, che ha reso accessibile la propria raccolta attraverso il centro d'arte aperto a Valencia.
Questi casi indicano come il ruolo internazionale del collezionista sia sempre più legato alla capacità di costruire occasioni di visibilità per le culture artistiche dei rispettivi territori. L'Italia è rappresentata nella Top 200 del 2026 da quattro personalità, raccolte in tre presenze collezionistiche: Miuccia Prada e Patrizio Bertelli, Patrizia Sandretto Re Rebaudengo e Augusto Perfetti, imprenditore italiano residente in Svizzera.
La presenza di Prada e Bertelli richiama uno dei modelli più influenti di interazione tra impresa, collezionismo e produzione culturale. Attraverso la Fondazione Prada, il patrimonio privato ha contribuito alla costruzione di una piattaforma internazionale dedicata alla ricerca artistica, alle mostre e al confronto tra discipline. Patrizia Sandretto Re Rebaudengo rappresenta un'esperienza differente, fondata sulla continuità del sostegno agli artisti contemporanei e alle nuove generazioni. Dal 1995, la Fondazione che porta il suo nome ha sviluppato un programma internazionale di esposizioni, commissioni, formazione e collaborazioni istituzionali. Nelle risposte ad ARTnews, Sandretto prende le distanze dall'idea dell'opera trofeo. La sua posizione privilegia la scelta delle opere rispetto alla notorietà dei nomi e alle oscillazioni delle quotazioni. Una concezione che attribuisce particolare importanza alla relazione costruita nel tempo con gli artisti.
Il numero limitato di presenze italiane nella selezione americana non rappresenta, naturalmente, una misura esaustiva della dimensione del collezionismo nazionale. Evidenzia però una questione di posizionamento: quanti collezionisti italiani possiedono oggi la capacità di incidere stabilmente sulle carriere e sulle istituzioni internazionali? E quanti trasformano il proprio patrimonio in programmi culturali riconoscibili oltre i confini nazionali?
Il potere privato e la responsabilità pubblica
Dalle risposte raccolte da ARTnews emerge una diffusa distanza dall'idea di collezionare per competere. Francesca Thyssen-Bornemisza rifiuta apertamente il linguaggio del trofeo, associandolo a una logica di conquista estranea al suo rapporto con l'arte. Estrellita e Daniel Brodsky insistono invece sulla responsabilità di custodire temporaneamente un patrimonio destinato a sopravvivere ai propri proprietari. Anche Grażyna Kulczyk richiama una distinzione essenziale: i tempi della storia dell'arte non coincidono necessariamente con quelli del mercato.
Queste posizioni esprimono una consapevolezza crescente della dimensione pubblica del collezionismo. Occorre tuttavia considerare che si tratta di dichiarazioni dei protagonisti stessi: raccontano i principi con cui desiderano identificare la propria attività, mentre la misura della loro efficacia richiede di osservare acquisizioni, prestiti, programmi istituzionali e risultati effettivi. La questione è particolarmente rilevante in un sistema nel quale il capitale privato esercita un'influenza sempre maggiore sulla produzione e sulla circolazione dell'arte. Un collezionista può sostenere ricerche trascurate dalle istituzioni pubbliche e contribuire alla scoperta di nuovi artisti. Può anche orientare le priorità culturali attraverso scelte personali, interessi patrimoniali e relazioni privilegiate con musei, curatori e gallerie.
Il rapporto tra autonomia delle istituzioni e influenza dei finanziatori privati diventa quindi uno dei nodi centrali del sistema contemporaneo. La qualità di una collezione non dipende esclusivamente dal valore delle opere che riunisce, ma anche dalle condizioni di accesso, dalla continuità delle attività e dalla libertà scientifica garantita a chi la studia e la presenta. Un interrogativo ulteriore riguarda il futuro di queste raccolte. Le vendite delle collezioni Newhouse, Gund e Lauder dimostrano come patrimoni costruiti nell'arco di decenni possano tornare sul mercato, alimentando nuovi record e trasferendo opere di eccezionale importanza ad altri proprietari. La successione generazionale, le strategie patrimoniali e le decisioni degli eredi diventano così parte integrante della storia economica e culturale dell'arte. Il caso più eloquente, tuttavia, è forse quello evocato da Francesca Thyssen-Bornemisza quando ARTnews chiede quale sia il grande trofeo che le è sfuggito. La sua risposta riguarda le opere, le antichità e gli archivi sottratti o distrutti durante la guerra in Ucraina, dal patrimonio scita di Melitopol alle collezioni di Kherson e Mariupol. Una perdita culturale che non può essere misurata attraverso le quotazioni del mercato.
Ginevra Borromeo
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