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Courtesy Biennale Cinema Venezia

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Courtesy Biennale Cinema Venezia

Guida alla Mostra del Cinema di Venezia 2026: date, film, registi, star e curiosità

Dal 2 al 12 settembre torna la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Danny Boyle apre con Ink, Giovanni Veronesi chiude con Dio ride, mentre il concorso schiera Werner Herzog, Martin McDonagh, Nanni Moretti, Hirokazu Koreeda, Lee Chang-dong e una vasta geografia internazionale. George Clooney ed Ellen Burstyn ricevono il Leone d’Oro alla carriera; al Lido sono attesi, tra gli altri, Robert Pattinson, Penélope Cruz, Javier Bardem, John Malkovich e Susan Sarandon. E tra film di oltre cinque ore, documentari, restauri, serie, fotografia e architettura, Venezia conferma quanto sia cambiata l’idea stessa di festival cinematografico.

Per undici giorni un'isola lunga dodici chilometri torna a essere uno dei centri dell'industria culturale mondiale. Dal 2 al 12 settembre la Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia arriva alla sua 83ª edizione, preceduta il 1° settembre dalla tradizionale preapertura, e mette insieme una quantità difficilmente sintetizzabile di cinema: grandi produzioni, autori radicali, documentari, restauri, serie, cortometraggi e sperimentazioni che allargano ormai stabilmente i confini della forma cinematografica.

Questo il dato da cui partire. Venezia è diventata contemporaneamente festival, piattaforma industriale, macchina mediatica, luogo di legittimazione culturale e formidabile acceleratore della vita commerciale dei film. Il Lido mette per qualche giorno sullo stesso terreno il cinema d'autore europeo e asiatico, Hollywood, le piattaforme, i produttori indipendenti, la critica e uno star system che continua a essere indispensabile all'economia dell'attenzione. La formula costruita negli anni dalla direzione di Alberto Barbera ha trovato proprio in questo equilibrio uno dei suoi punti di forza: essere abbastanza autorevole da consacrare un autore e sufficientemente mediatica da trasformare una première in un evento globale.

Danny Boyle dà il via alla corsa

L'apertura ufficiale, il 2 settembre, è affidata a Ink di Danny Boyle, adattamento dell'omonima pièce di James Graham, con Jack O'Connell, Guy Pearce e Claire Foy. Il giorno precedente la preapertura avrà già stabilito un legame con la storia del cinema italiano attraverso il restauro di Col cuore in gola di Tinto Brass per Venezia Classici.

È quasi un manifesto programmatico: restauro e nuovo cinema, memoria e industria contemporanea a distanza di ventiquattr'ore. Da lì il calendario accelera. Werner Herzog presenta Bucking Fastard, Martin McDonagh Wild Horse Nine, con John Malkovich, Sam Rockwell e Steve Buscemi. Arrivano quindi Cédric Kahn e Shinya Tsukamoto; Lance Oppenheim porta Primetime, con Robert Pattinson; Nanni Moretti torna in concorso con Succederà questa notte. Seguono il coreano Lee Chang-dong con Possible Love, Andrea Pallaoro con The Echo Chamber, Hirokazu Koreeda con Look Back, Florian Zeller con Bunker, Casey Affleck con Company, Ilya Khrzhanovsky con Dau, Stéphane Brizé, Nicolas Pariser, Ali Asgari e Marco Bechis.

Il ritorno di Nanni Moretti

Il fronte italiano è particolarmente articolato. Moretti è certamente il nome dalla maggiore riconoscibilità internazionale, con Succederà questa notte, ma il concorso comprende anche L'estranea di Paolo Strippoli, Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis e Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis. Tra gli interpreti compaiono Jasmine Trinca, Adriano Giannini, Vanessa Scalera e Luca Marinelli. Orizzonti costruisce un secondo fronte italiano: Alina Marazzi apre la sezione con La ragazza con la Leica; seguono La città dei vivi di Edoardo Gabbriellini, I figli della scimmia di Tommaso Landucci e Una storia, esordio alla regia di Anna Foglietta. Il dato problematico riguarda invece la rappresentanza femminile nel concorso principale: secondo i materiali forniti, May el-Toukhy risulta l'unica regista donna in gara. È un elemento destinato inevitabilmente ad accompagnare la discussione critica sull'edizione.

Clooney e Burstyn, due Leoni per due idee di cinema

Il grande racconto veneziano passa anche attraverso i premi alla carriera. Nel 2026 i Leoni d'Oro alla carriera sono due: George Clooney ed Ellen Burstyn, su proposta di Barbera approvata dal Cda della Biennale presieduto da Pietrangelo Buttafuoco. La scelta è interessante perché mette accanto due traiettorie molto diverse. Clooney rappresenta una delle rare figure capaci di attraversare senza apparente frizione recitazione, regia, produzione, cinema commerciale e cinema politico americano. Burstyn appartiene a una genealogia differente, quella della grande recitazione statunitense formatasi tra New Hollywood, teatro e cinema indipendente. E poi ci sono le star, che a Venezia rimangono una componente strutturale, non decorativa. Sono annunciati Robert Pattinson, Penélope Cruz, Javier Bardem, John Malkovich, Sam Rockwell, Steve Buscemi, Rooney e Kate Mara, Orlando Bloom, Alicia Vikander, Susan Sarandon, Al Pacino, Dakota Johnson, Saoirse Ronan e Russell Crowe. Il red carpet è la superficie visibile di un'economia più complessa. Produce immagini, copertura internazionale, valore per gli sponsor, posizionamento per i marchi di moda, contenuti social e attenzione sui film. Un festival contemporaneo compete anche sulla propria capacità di occupare simultaneamente giornali, televisioni, Instagram e TikTok.

Dal film di 90 minuti alle sei ore: Venezia dilata il cinema

Tra le curiosità più interessanti dell'edizione c'è però un fenomeno quasi opposto alla velocità dei social: i film diventano lunghissimi. La Biografía de Jorge Luis Borges di Mariano Llinás arriva a 330 minuti. Joie de vivre di Luca Guadagnino è articolato in due parti da 183 e 243 minuti: oltre sette ore complessive. Intermission di Yonfan dura 225 minuti, Musk di Alex Gibney 212, Dau di Khrzhanovsky 195. My Undesirable Friends: Part II — Exile di Julia Loktev viene a sua volta presentato in capitoli. 

È una piccola rivoluzione culturale. Mentre l'industria digitale riduce progressivamente la durata dell'attenzione, una parte del cinema d'autore sembra rivendicare il diritto opposto: occupare tempo. Il festival diventa uno dei pochi contesti nei quali una simile radicalità può ancora essere proposta come evento. Anche la serialità entra ormai senza complessi nel recinto cinematografico. Peccato di Valerio Vestoso, con Emanuela Fanelli, Francesca Archibugi e Alessandro Borghi, viene proiettato integralmente per 185 minuti. La distinzione tra film, serie, documentario, opera audiovisiva e installazione temporale appare quindi sempre meno rigida. E Venezia registra questa trasformazione anziché opporvisi.

Wenders filma Zumthor: quando cinema, arte e architettura si incontrano

Per un giornale d'arte come il nostro, alcuni attraversamenti meritano particolare attenzione. Wim Wenders presenta From Inside Out – The Architecture of Peter Zumthor, dedicato all'architetto svizzero e proposto in 3D. Il progetto è emblematico della progressiva contaminazione del cinema con le altre discipline visuali. Architettura, fotografia, performance e arti contemporanee utilizzano ormai diffusamente l'immagine in movimento, mentre il cinema assorbe linguaggi installativi e documentari. Anche La ragazza con la Leica di Alina Marazzi porta la fotografia dentro la programmazione, mentre Nino - Un film su Nino Rota di Walter Fasano riapre il rapporto tra cinema e musica. È qui che Venezia torna ad assumere un significato particolare per il sistema dell'arte: la Mostra appartiene alla stessa istituzione che organizza le Biennali di Arte e Architettura e condivide con esse una domanda sempre più evidente. Dove termina oggi una disciplina e dove ne comincia un'altra?

La memoria come parte del contemporaneo

Venezia guarda avanti attraverso una macchina che continua contemporaneamente a ricostruire il proprio passato. Venezia Classici riporta sullo schermo Minnie e Moskowitz di John Cassavetes, Vogliamo vivere! di Ernst Lubitsch, Viaggio in Italia di Roberto Rossellini e Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola, oltre al già citato Brass. Il restauro cinematografico è ormai uno dei grandi cantieri della conservazione culturale contemporanea. Pellicole, negativi, supporti magnetici e formati digitali pongono questioni molto vicine a quelle affrontate da musei e archivi: autenticità, obsolescenza tecnologica, ricostruzione dell'originale, conservazione e accessibilità. Venezia Classici rende questo lavoro parte dello spettacolo festivaliero. Un film restaurato torna a essere una première.

Il documentario diventa uno dei luoghi dove si racconta il presente

Ancora più indicativa è la quantità di documentari. Alex Gibney dedica Musk a Elon Musk; Sergei Loznitsa presenta Imperium; Amos Gitai The Road to Jericho; Julia Loktev continua My Undesirable Friends; Jimmy Chin ed Elizabeth Chai Vasarhelyi firmano Everest: The Other Side. E c'è perfino il ritorno degli Oasis attraverso Don't Look Back in Anger. Il documentario ha cessato da tempo di rappresentare un territorio laterale del festival. È diventato uno dei formati attraverso cui il cinema compete con giornalismo, saggistica e arte contemporanea nella costruzione delle immagini del presente. Politica, guerre, tecnologia, musica, architettura, biografie: la non fiction occupa una quota crescente dello spazio simbolico tradizionalmente riservato alla fiction.

E il 12 settembre si chiude all'italiana

Il finale è affidato a Giovanni Veronesi. Dio ride, con Pierfrancesco Favino e Silvio Orlando, sarà presentato Fuori Concorso il 12 settembre, prima della cerimonia di premiazione. Tra l'apertura di Boyle e la chiusura di Veronesi saranno trascorsi appena dieci giorni, ma il Lido avrà attraversato quasi tutte le forme che oggi definiamo cinema. Ed è forse questo il dato più interessante di Venezia 83. La Mostra continua a chiamarsi Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica, una denominazione nata quando il cinema doveva ancora conquistare pienamente la propria legittimità artistica. Quasi un secolo dopo, quella formula torna curiosamente attuale. Perché il cinema si è espanso: è sala, piattaforma, serie, documentario, restauro, 3D, archivio, fotografia, architettura, musica, industria e cultura visuale. Venezia funziona precisamente perché riesce ancora a mettere questa complessità dentro un unico dispositivo. Per undici giorni il Lido diventa un gigantesco laboratorio nel quale il valore culturale viene discusso, quello economico negoziato e quello simbolico prodotto quasi in tempo reale. Il Leone d'Oro arriva alla fine. La vera partita comincia molto prima, quando un film entra a Venezia e il mondo decide di guardarlo.

Gioia Meli, 19 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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