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Frieze London 2025

Courtesy of Frieze

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Frieze London 2025

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Frieze 2026 a Londra: gallerie, sezioni e progetti delle edizioni London e Masters

Tra le principali novità: The Code Universe a cura di Carol Yinghua Lu, il progetto Queering Modernism e la nuova edizione ampliata di Spotlight a Frieze Masters

Lavinia Trivulzio

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A oltre vent'anni dalla sua fondazione, Frieze continua a rappresentare uno degli osservatori privilegiati attraverso cui leggere le trasformazioni del sistema artistico internazionale. Le edizioni 2026 di Frieze London e Frieze Masters, in programma dal 14 al 18 ottobre a Regent's Park, confermano questa vocazione, proponendo un modello che supera la semplice dimensione commerciale della fiera. Con quasi 300 gallerie provenienti da 48 Paesi e territori distribuiti su sei continenti, le due manifestazioni restituiscono un'immagine dell'arte globale profondamente diversa da quella che aveva caratterizzato il mercato internazionale fino a pochi anni fa. La vera peculiarità del format londinese risiede nella relazione sempre più stretta tra le due fiere. Lontane dall'essere eventi paralleli, Frieze London e Frieze Masters funzionano oggi come rassegne complementari. Da una parte il presente, le pratiche emergenti, le nuove generazioni e le sperimentazioni linguistiche; dall'altra la rilettura del passato, il lavoro archivistico, la revisione critica dei canoni e delle genealogie culturali. Nello spazio che si apre tra queste due dimensioni Frieze costruisce la propria identità, trasformando la visita in un continuo «rimando» tra ciò che l'arte è stata e ciò che potrebbe diventare. 

Frieze London si presenta quest'anno con 171 gallerie. Accanto ai protagonisti consolidati del mercato internazionale, da Gagosian a Hauser & Wirth, da David Zwirner a Pace, da White Cube a Perrotin, emerge con forza una geografia più ampia e articolata. La presenza di realtà provenienti dall'Asia meridionale, dall'Asia orientale, dal Medio Oriente, dall'Africa e dall'America Latina è ormai elemento strutturale dell’identità della fiera. Gallerie come Experimenter, Vadehra Art Gallery, Jhaveri Contemporary, Carbon 12, Athr, Gypsum, Selma Feriani, OMR o Proyectos Ultravioleta testimoniano un progressivo riequilibrio delle centralità culturali e la crescente importanza di sistemi artistici che fino a pochi anni fa occupavano posizioni marginali all'interno del mercato globale. 

Questa ridefinizione delle geografie trova una sintesi particolarmente efficace nella nuova sezione The Code Universe, affidata alla curatela di Carol Yinghua Lu. Direttrice dell'Inside-Out Art Museum di Pechino e figura centrale del dibattito curatoriale internazionale, Lu costruisce un percorso che attraversa quasi quarant'anni di produzione artistica per interrogare il rapporto tra cultura di massa e trasformazione sociale. Il titolo stesso suggerisce l'idea di un sistema di codici che organizza e struttura la nostra esperienza del mondo contemporaneo: flussi informativi, immagini mediatiche, oggetti di consumo, linguaggi pubblicitari e tecnologie della comunicazione diventano il terreno su cui gli artisti misurano le tensioni della contemporaneità. Le presentazioni dedicate a Carolyn Lazard, Nikita Kadan, Selma Selman, Karim Boumjimar o Shinro Ohtake riflettono differenti modalità di confrontarsi con le strutture che regolano la produzione e la circolazione del significato. The Code Universe appare come una riflessione sul modo in cui l'arte continua a negoziare la propria autonomia rispetto ai sistemi che modellano il comportamento collettivo. Ugualmente significativa è la conferma di Artist-to-Artist, progetto sviluppato con il sostegno di Tiffany & Co. La sezione introduce una logica differente affidando ad artisti riconosciuti il compito di selezionare colleghi che ritengono meritevoli di maggiore attenzione. Firelei Báez, Yinka Shonibare, Jeffrey Gibson, Otobong Nkanga e Gala Porras-Kim diventano così figure di mediazione culturale, capaci di trasferire capitale simbolico verso pratiche ancora in fase di consolidamento. Artist-to-Artist parrebbe un esercizio di responsabilità collettiva all'interno della comunità artistica e questo non può che suscitare un plauso. La vocazione alla scoperta trova poi nella sezione Focus, consigliato da Cédric Fauq (curatore capo e responsabile dei progetti, CAPC Musée d'art Contemporain de Bordeaux), Joumana Asseily (fondatrice, Marfa') e Freddie Powell (fondatore e curatore, Ginny on Frederick), uno dei propri strumenti più efficaci. Dedicata alle gallerie fondate negli ultimi dodici anni, la piattaforma continua a rappresentare uno dei principali laboratori internazionali per la ricerca emergente. Molte delle realtà che negli anni passati hanno trovato visibilità in Focus sono successivamente entrate nei radar delle istituzioni e dei grandi collezionisti. L'edizione 2026 mantiene questa funzione incubatrice, riunendo una nuova generazione di gallerie provenienti da contesti geografici estremamente diversificati tra cui new entry come: 243 Luz, Chemould CoLab, eastcontemporary, Ehrlich Steinberg, Galerina, Linseed e Theta

 

Seventeen Gallery, Frieze London 2025. Photo by Linda Nylind. Courtesy of Frieze

Se Frieze London guarda al presente, Frieze Masters continua invece a interrogare il passato come terreno di continua riscrittura. Con quasi 140 gallerie specializzate provenienti da 30 Paesi e regioni, la fiera estende il proprio raggio cronologico dalle civiltà antiche fino al secondo Novecento. Tuttavia, ciò che distingue Frieze Masters da altre manifestazioni dedicate all'arte storica è la volontà di mettere costantemente in discussione l'idea stessa di canone. Questa impostazione emerge con particolare chiarezza nella nuova edizione di Spotlight, affidata alle studiose Devika Singh e Sofia Gotti del Courtauld Institute of Art. La sezione, la più ampia dalla sua introduzione nel 2012, propone una serie di presentazioni monografiche dedicate ad artisti del XX secolo la cui importanza storica non è stata adeguatamente riconosciuta. Dall'artista filippina Pacita Abad all'africano Ernest Mancoba, da Emma Reyes a Fong Chung-Ray, passando per Mahjoub Ben Bella, María Martorell e Anwar Jalal Shemza, emerge una costellazione di figure che obbligano a ripensare le narrazioni tradizionali della modernità.  Spotlight suggerirebbe insomma l'esistenza di storie parallele che fino a oggi sono rimaste ai margini delle grandi istituzioni occidentali. 

Su questa stessa linea si colloca Queering Modernism: Visual Languages of the 20th Century, nuovo percorso curatoriale ideato da Anke Kempkes. Lontano dall'essere confinato in uno spazio specifico, il progetto si diffonde trasversalmente attraverso la fiera, generando connessioni inattese tra opere, periodi storici e contesti geografici differenti. Attraverso figure come Claude Cahun, Judy Chicago, Lotte Laserstein, Glyn Philpot e Bahman Mohasses, la modernità viene riletta attraverso differenti  esperienze, desideri e identità che la storiografia tradizionale ha spesso ignorato (o marginalizzato). La sezione, che mette in primo piano opere che si confrontano con l'esperienza queer e la rappresentazione di soggetti LGBTQIA+, narra un'evoluzione che va dalle prime sperimentazioni moderne alla scena artistica postmoderna degli anni '80. Questa sorta di revisione metodologica mette in discussione le categorie attraverso cui l'arte del Novecento è stata interpretata. 

Particolarmente raffinata appare anche la seconda edizione di Reflections, curata da Abby Bangser. Prendendo come riferimento Casa Luis Barragán a Città del Messico e The Cosmic House di Charles e Maggie Jencks a Londra, il progetto riflette sul rapporto tra architettura, collezionismo e costruzione dell'identità culturale. Le due abitazioni vengono assunte come microcosmi in cui idee, oggetti, opere e forme dell'abitare convergono nella definizione di una precisa visione del mondo. Attraverso opere provenienti dalle collezioni e dagli universi culturali che hanno animato questi luoghi, Reflections amplia ulteriormente il dialogo tra arte, design e storia delle idee. A fare da sfondo alle due fiere sarà infine una Frieze Week particolarmente ricca, capace di trasformare Londra in epicentro culturale diffuso. Dall'attesa mostra dedicata a Salman Toor al Courtauld Gallery alla retrospettiva su Robert Ryman al Barbican, dall'Arazzo di Bayeux al British Museum fino ai progetti espositivi dedicati ad Ana Mendieta, Cecilia Vicuña, Tarek Atoui, Es Devlin e Anish Kapoor, l'intera città entrerà in risonanza con l'appuntamento di Regent's Park. 

Lavinia Trivulzio, 15 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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