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Jenny Dogliani
Leggi i suoi articoliGente che va, gente che viene. Correva l’anno 1960, l’Italia era ancora in «bianco e nero», ma in pieno boom economico, e sulla rete Nazionale, in prima serata, Enzo Trapani, insieme a una giovanissima Monica Vitti, conduceva uno dei primi esperimenti di varietà d’autore in cui la macchina da presa assecondava il flusso frenetico del viavai metropolitano che dava il titolo allo show, passando per la prima volta dai codici della rivista teatrale alla frammentazione del linguaggio televisivo moderno e a una contaminazione di generi che farà scuola nei decenni successivi. Sessantotto anni dopo, in un’Italia a colori ma afflitta da calo demografico, crisi climatica e da un futuro sempre più incerto per le giovani generazioni, il dossier vincitore di Civita di Bagnoregio + Bolsena Capitale dell’Arte Italiana 2028 si chiama “Arte che viene, arte che va” e sperimenta proprio un rapporto nuovo con la gente, contamina linguaggi e modi di produrre e condivide arte nel territorio. Ne parliamo con Maria Teresa Grillo e Federico Riboldazzi di TIWI, che hanno coordinato proprio la stesura del dossier e che già l’anno scorso avevano lavorato su quello di Alba.
Una vittoria per due anni di fila di un bando così importante. Come ci si sente?
Felici, certo, ma anche molto responsabili. Siamo stati parte per due anni di due squadre stupende e molto diverse tra loro. In entrambi i casi il segreto è stato ascoltare i territori, che sono l’unica cosa che conta davvero. E poi tenere il punto su quattro cose che non sempre viaggiano insieme: la competenza curatoriale, perché un progetto, prima di tutto, deve essere buono; la strategia, con professionisti che i bandi li conoscono dall’interno e sanno che cosa chiedono davvero; le reti, perché in poco tempo abbiamo costruito collaborazioni importanti, con realtà che hanno creduto nel progetto. E poi la capacità di raccontare, che per noi non è un vestito da mettere alla fine, ma una competenza di partenza. In questi contesti la comunicazione si sottovaluta, quasi fosse un di più rispetto alla sostanza. È un errore. Un progetto che non si sa raccontare, semplicemente, non esiste.
Qual è la differenza con l’anno scorso?
Sono moltissime le differenze e lo ha sottolineato bene la presidente della giuria Baroncelli durante le audizioni. Alba era una corazzata, un insieme di personalità, Fondazioni, industrie e associazioni di categoria che hanno messo in piedi un progetto ambizioso e di grandi dimensioni. Infatti nell’assegnare il titolo ad Alba hanno sottolineato la volontà di consolidare il premio. Civita e Bolsena erano l’esatto contrario: non che il progetto non sia ambizioso, anzi, ma ovviamente le risorse erano decisamente limitate rispetto a quelle che hanno sostenuto Alba, ma sembra che anche la prudenza del budget sia stato uno dei motivi della vittoria. E poi anche quest’anno abbiamo avuto la fortuna di lavorare con persone fantastiche ed entusiaste: in prima linea con noi, oltre ovviamente ai sindaci, ci sono stati e ci sono Mario Cristiani con l’Associazione Arte Continua, e poi l’Associazione Civita, la Fondazione Reggio Children, il FAI, la struttura del Prof. Guido Guerzoni e tanti altri. E sul territorio una rete di persone impossibile da citare per intero – se non altro Fabio Lucarelli, che ci ha introdotti a un territorio che conosce molto bene, e Massimiliano Capo, che ne è stato uno dei motori principali della candidatura. E poi il complesso scolastico ha giocato un ruolo cruciale. La differenza vera con lo scorso anno però è il territorio stesso. Alba sono le Langhe: un paesaggio già forte, benestante, strutturato intorno al vino e a un’identità culturale consolidata. Qui siamo in un’area interna, fragile, con lo spopolamento alle porte e una bellezza – il tufo, Civita, il lago – potente ma esposta. Ad Alba l’arte contemporanea dialogava con un contesto forte; nella Tuscia deve contribuire a crearlo. È un compito diverso e molto urgente.
Che cosa intendete per arte e qual è l’arte che viene e l’arte che va?
Per noi l’arte non è un oggetto da custodire in una teca, ma uno strumento per fare domande: sul posto in cui si vive, su chi lo abita, su cosa se ne farà. Il titolo nasce da lì: ci piaceva l’idea di un’arte in movimento, come lo è la vita di un territorio. L’arte che viene è quella che va incontro alle persone: è “il Baleno”, il bus-laboratorio che verrà realizzato da Tobias Rehberger con la Fondazione Reggio Children, che porta l’arte e la “cultura della domanda” dentro le scuole e le piazze. L’arte che va è quella verso cui ci si muove: le gite dei ragazzi, i cammini permanenti lungo i quindici chilometri che uniscono Civita e Bolsena, le opere che restano nel paesaggio e lo abitano. Due movimenti opposti e complementari – e sullo sfondo, inevitabilmente, l’altro andirivieni: quello di chi se ne va da questi paesi e di chi potrebbe tornarci.
Che cosa volete cambiare nella vita di chi abita qui?
Più che cambiare, vorremmo aprire possibilità. Ai ragazzi, perché imparino presto che la cultura non è altrove – non è solo a Roma o a Milano – ma può nascere e restare anche qui. E all’arte stessa, perché chi attraversa la Tuscia la incontri in un modo nuovo, fuori dai circuiti consueti. Cambiare la vita delle persone è una promessa che nessun bando può mantenere; offrire occasioni, invece, si può.
Quali sono i punti cardine del dossier?
Potremmo perderci in un elenco, ma forse quello che tiene insieme gli altri, è la “cultura della domanda”: l’idea – comune a Reggio Children e all’arte contemporanea che amiamo – che non si parte dalle risposte, ma dalle domande giuste. Un’opera e un bambino, in fondo, fanno la stessa cosa: interrogano il mondo invece di spiegarlo.
Come è nata l’idea?
L’intuizione iniziale è di Nicolas Ballario. È stato lui a immaginare il concept e a mettere insieme la squadra. Poi, con molta generosità, si è fatto completamente da parte per lasciarci proseguire. È successo appena è stato nominato direttore artistico di Alba Capitale, per evitare sovrapposizioni. Ma la cosa forte è che questa idea, fin da subito, ha riscontrato grande entusiasmo da parte di tutti. In primis da parte dei due sindaci, Luca Profili e Andrea Di Sorte, e poi da tutta una squadra radicata sul territorio, senza la quale “Arte che viene, arte che va” sarebbe rimasta un bel titolo e basta.
Il dossier collega luoghi d’arte già attivi e restituisce alla comunità spazi in disuso. Quale ricchezza di Bolsena e Bagnoregio volete rendere di nuovo parte della vita quotidiana?
Lo ha detto meglio di noi il dirigente scolastico Massimo Angeloni in audizione: la ricchezza più grande è la capacità di guardare alle stesse bellezze, nello stesso posto, con occhi nuovi.
Definite il territorio «un’area interna fragile e di straordinaria bellezza». Come avete chiesto agli artisti di confrontarsi con la fragilità, oltre che con la bellezza?
Chiedendo loro di non arredare il paesaggio, ma di ascoltarlo. Di usare materiali che appartengono già a questa terra – il tufo, l’argilla, gli elementi naturali – e di dialogare con gli spazi del quotidiano e con chi li abita. La fragilità, qui, non è un limite da nascondere: è un materiale. Le opere di Chiara Camoni, per esempio, sono pensate perché cambino nel tempo, perché la natura le riprenda in parte: non un degrado, ma un rinnovamento vivo. Nico Vascellari, invece, lavorerà sul filo del cammino, disseminando lungo il percorso interventi che per i più piccoli diventano quasi una caccia al tesoro: la fragilità di un’area interna trasformata in occasione di scoperta. È il contrario del monumento che pretende di essere immutabile, in un territorio che immutabile non è.
Foto di A. Sbaffi e E. A. Minerva - Ministero della Cultura
Bonaventura Tecchi chiamava Civita «il paese che muore». Il dossier si propone di contrastare lo spopolamento: che cosa volete e potete cambiare nella vita di chi abita qui?
Quella formula, “il paese che muore”, ha fatto la fortuna turistica di Civita ma, c’è da chiedersi, anche la sua condanna? L’ha trasformata nella cartolina di una fine? Ecco noi vorremmo ribaltarla. L’arte è uno strumento critico: aiuta chi vive qui a diventare consapevole di ciò che ha, e la consapevolezza è la premessa di ogni scelta – compresa quella di restare, o di investire sul proprio futuro in un posto che si è imparato di nuovo a guardare. Non promettiamo di fermare lo spopolamento. Diciamo che un paese raccontato solo come “morente” è già mezzo morto, e che cambiare quel racconto è il primo lavoro da fare.
Come entrerà il progetto nella giornata di chi non va alle mostre?
È la domanda che più ci sta a cuore, perché il nostro pubblico vero è proprio chi alle mostre non ci va. Per i ragazzi il progetto sarà fatto di gite e laboratori – l’arte che entra a scuola. Per tutti gli altri, l’idea è che non ci sia più un “dentro” e un “fuori”: le opere stanno lungo i cammini, negli spazi di ogni giorno, accanto ai festival che già animano i due paesi con cui abbiamo stretto partnership. Un museo diffuso in cui ci si imbatte mentre si fa altro. Il contrario del pellegrinaggio al capolavoro.
Che cosa può nascere dall’incontro tra Bolsena e Bagnoregio che nessuna delle due potrebbe fare da sola?
Da sole, Civita e Bolsena sono due piccoli Comuni – per quanto bellissimi e anche molto attivi culturalmente. Insieme diventano un sistema: quindici chilometri di cammino le uniscono fisicamente, e intorno a quel filo si tiene il primo nucleo di una rete che guarda a tutta la Tuscia. Ma la cosa più preziosa che nasce dall’incontro è l’esempio: due paesi che smettono di competere per gli stessi visitatori e scelgono di costruire qualcosa a due. Per i tanti piccoli Comuni italiani che si somigliano in questo, è una lezione più utile di cento convegni.
Chi terrà vivo il progetto e si prenderà cura delle opere e degli spazi dopo il 2028? Con quali risorse e con quale posto per i cittadini?
La regìa resterà ai due Comuni, legati da un “Patto per il Contemporaneo” con altre realtà e istituzioni del territorio, tra cui il Sacro Bosco di Bomarzo, Villa Caviciana del Fai, l’Isola Bisentina… ne citiamo solo alcune, ma sono tantissime. Quanto ai cittadini, il loro posto non è in platea: li abbiamo coinvolti nei cantieri-scuola che restituiscono gli spazi, e l’obiettivo dichiarato è formativo, accompagnare due generazioni nell’arco di cinquant’anni.
Se arrivassero più visitatori, ma vivere qui diventasse più difficile, lo considerereste un successo?
No. E non è una risposta di cortesia: l’arte deve dare agli abitanti una ragione per esserci, non solo agli altri una ragione per passare.
Jenny Dogliani
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