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Chafleare a Bene Vagienna, con Iván Argote e il Barone rampante, dietro le quinte di Radis

Per la terza edizione di Radis, l’artista colombiano realizza Piazza del Chafleo: sculture da abitare e una parola inventata, il cui significato sarà scritto dagli abitanti. Un omaggio a Calvino, Napoleone e alla Beata Paola

Jenny Dogliani

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Iván Argote (Bogotá, 1983) è un artista e cineasta colombiano che vive e lavora a Parigi. Attraverso sculture, video, performance e interventi nello spazio pubblico, esplora il rapporto tra potere, memoria collettiva e colonialismo. Il suo linguaggio unisce critica politica, ironia e tenerezza: mette in discussione i monumenti e le narrazioni ufficiali della storia, invitando a immaginare forme di convivenza più inclusive. Nel 2024 ha partecipato con due opere alla mostra centrale della Biennale di Venezia, intitolata «Stranieri ovunque – Foreigners Everywhere» e curata da Adriano Pedrosa: ai Giardini, Descanso (2024), una replica in pietra della statua di Cristoforo Colombo di Madrid, distesa a terra insieme a parte del piedistallo e invasa dalla vegetazione, trasformando un simbolo del potere coloniale in un giardino vivente; all’Arsenale il video Paseo, in cui la statua di Colombo viene trasportata per le strade di Madrid in un simbolico esilio. Tra le sue opere più riconoscibili c’è il mastodontico Dinosaur, il piccione monumentale in alluminio dipinto, alto circa cinque metri, installato nel 2024 sulla High Line di New York. Le dimensioni rovesciano il rapporto abituale: è il piccione a guardarci dall’alto. Un’opera divertente e spiazzante che racchiude la sua ricerca sulla fragilità del potere e sul rispetto per gli altri esseri viventi. Per Bene Vagienna, nel Cuneese, ha invece realizzato «Piazza del Chafleo» di Iván Argote, l’opera permanente frutto della terza edizione di Radis, il progetto avviato nel 2024 dalla Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT, con la collaborazione della Fondazione CRC.  Se le prime due edizioni si confrontavano con il paesaggio, quest’anno l’attenzione si sposta sulla comunità e sulla possibilità di creare uno spazio pubblico da vivere quotidianamente. La scelta di Argote nasce dal legame della sua ricerca con le comunità gli spazi condivisi. Nell’area verde  precedentemente conosciuta come la Rotonda o piazza dei sospiri, Piazza del Chafleo, un progetto che l’artista sviluppava dal 2016 e che comprende elementi scultorei concepiti per essere esplorati e utilizzati, trova una sua realizzazione permanente. Ci si può sedere a chiacchierare, arrampicarsi sul monolite per guardare verso le Langhe, fermarsi intorno alla fontana ed esprimere un desiderio, insomma chafleare, una parola a cui ciascuno può attribuire il proprio significato. Ne parliamo con l’artista.

Piazza del Chafleo nasce da un'idea che coltiva da quasi dieci anni. Come è nata l'idea di dedicare una piazza a un verbo inventato? E perché ha aspettato tanto prima di darle una forma concreta?
Nel 2016 ero in Colombia, quando venne lanciato un bando per realizzare una nuova opera d'arte pubblica nel centro di Bogotá. È un luogo che conosco bene, e pensai: e se invece di creare un oggetto fisico inventassimo una parola, e fosse proprio quella parola a diventare un monumento collettivo? Mi venne subito in mente il verbo “chaflear”. È una parola che in spagnolo suona simile a silbar (fischiare), chiflar, chanfle, chance… In un certo senso evocava diverse azioni, gesti che prendono direzioni inaspettate. L'idea era quindi proporre questo nuovo verbo e vedere come si sarebbe evoluto nel tempo. Se per esempio le persone fossero andate in piazza a baciarsi, forse chaflear sarebbe diventato un modo di baciarsi. Il cuore del progetto era invitare i cittadini a dare un significato a una nuova parola, a seconda di come avrebbero vissuto la piazza. Continuai a pensarci molto, ma alla fine non presentai la proposta perché temevo che non l'avrebbero presa sul serio. In fondo volevo semplicemente ribattezzare la piazza, magari creare degli arredi urbani legati a questa parola e accompagnare il tutto con una campagna civica. Qualche anno dopo, tra il 2018 e il 2019, fui invitato a realizzare una mostra al museo MALBA di Buenos Aires e pensai che avrei dovuto fare un film sulla Plaza del Chafleo, un film che spiegasse l'idea. Così iniziai a girarlo, ma mi resi conto che spiegare il concetto era relativamente semplice. Decisi allora di usare il film per immaginare che cosa potesse significare chaflear e, con questa scusa, realizzai diversi interventi nello spazio pubblico. Il più importante fu quello di ridare vita a una fontana abbandonata di Buenos Aires, la Fontana della Poesia. La trovai completamente asciutta e mi sembrò molto triste, anche perché sono particolarmente affezionato alla letteratura argentina. Così comprai 15.000 litri d'acqua e la riempii di nuovo. Facemmo anche pressione sull'amministrazione comunale perché tornasse a prendersene cura. E funzionò! Avevamo chafleato la fontana, e questa aveva ripreso vita. Un anno fa, nel 2025, quando Marta Papini venne nel mio studio per parlarmi di Radis, pensai alla Plaza del Chafleo, ma più come a una fonte d'ispirazione. Per me è sempre stata un'idea utopica, platonica. Qualcosa che mi è servito come ispirazione o come strumento per sviluppare altri progetti. Con Marta esplorammo diverse possibilità, anche in altri luoghi di Bene Vagienna, ma quando arrivò il momento di decidere, ci dicemmo che era proprio la Plaza del Chafleo ciò che dovevamo realizzare.

 

 

 

Che cosa ha riconosciuto nella Rotonda di Bene Vagienna che le ha fatto capire che proprio lì avrebbe potuto realizzare questo progetto? Quanto è cambiata l'idea originaria dopo il confronto con il luogo?
Quando andammo a visitare la Rotonda di Bene Vagienna, eravamo accompagnati da un gruppo di abitanti e dal sindaco, che nel frattempo ci raccontavano storie e condividevano informazioni sul luogo. Appena arrivati, la prima cosa che ci dissero fu che i giovani venivano lì per innamorarsi e per “limonare”, un verbo che imparai proprio in quel momento. Ovviamente questa cosa mi rimase in testa: l'idea dell'innamoramento, di immaginare uno spazio dove incontrarsi, sedursi. E poi la parola limonare, un verbo divertente, pieno di immagini e di sapore, proprio come chaflear! Non c'era mai stata un'idea originale già definita. Non ero arrivato con qualcosa di pensato o preparato. Al contrario, mi piace avere la mente libera e lasciare che sia il luogo a parlarmi. Tutte le opere della Plaza del Chafleo si ispirano a storie e mitologie locali. Alle rovine romane, alla letteratura e in particolare al Barone rampante di Italo Calvino, che racconta la storia di un ragazzo del Piemonte che, dopo un litigio con i genitori, sale su un albero e decide di non scendere mai più. Lassù costruisce la propria vita, si innamora e invecchia. La Rotonda mi ha fatto pensare a quella storia. E poi, come piccolo aneddoto, durante la visita andammo anche a trovare la Beata Paola. Sono molto rispettoso delle credenze religiose di tutti, pur essendo ateo dalla nascita. Sono anche una persona spirituale, così a un certo punto mi allontanai dal gruppo per chiedere alla Beata Paola il permesso di realizzare il mio progetto. Proprio mentre ero davanti a lei e le chiedevo il permesso, suonò una campana. Per me fu un segno di benvenuto, se non della Beata Paola, almeno della vita.

 Forme geometriche e animali, lettere, cemento rosa e acciaio dorato: quali riferimenti artistici e architettonici hanno accompagnato il suo lavoro?
Il mio linguaggio formale è molto vario. Queste opere fanno riferimento diretto alle rovine romane, mentre il colore riprende una tonalità calda che si ritrova anche nelle facciate di Bene Vagienna. Nel mio lavoro c'è anche l'influenza degli architetti radicali italiani degli anni Settanta e delle loro riflessioni sul rapporto tra architettura, corpo e società. Ho realizzato molte opere che sono luoghi dove sedersi insieme ad altre persone. Mi piace creare spazi d'incontro. Mi piace anche includere personaggi non umani, altre specie, animali e vegetali. Qui ho inserito un grande piccione dorato, molto elegante e allegro. Volevo che ci fosse un personaggio ad abitare la piazza.

 Le iscrizioni sulle panchine evocano il ricordo di qualcosa che non è ancora accaduto. L'anticipazione di una memoria futura. Che rapporto c'è, nel suo lavoro, tra linguaggio, immaginazione e memoria collettiva?
L'intero progetto è un invito a creare ricordi e a generare azioni in questo luogo. Che diventi uno spazio d'incontro, d'amore, di protesta, di lettura. Ora la proposta è rivolta a chi vive a Bene Vagienna: inventare insieme il significato di questo luogo e di questa parola.

 

 

 

In molte sue opere ha messo in discussione i monumenti e le figure di potere che rappresentano. Con Piazza del Chafleo sembra compiere un passaggio ulteriore: dalla critica del monumento alla costruzione di uno spazio pubblico alternativo. È una trasformazione che riconosce nella propria ricerca?
Molte delle mie opere sviluppano un discorso critico su come vengono creati i simboli nello spazio pubblico e su ciò che questi simboli celebrano. In effetti ho realizzato molti lavori che criticano la presenza violenta e umiliante delle figure coloniali. Cerco anche di parlare molto della mancanza di rappresentazione nei monumenti: delle donne, dei migranti, dei lavoratori, ma anche di altre entità, altre specie, altre idee… Credo che possiamo creare monumenti e memoriali dedicati a cose più vicine alle nostre vite, alle nostre nonne e ai nostri nonni, celebrare qualcosa di diverso dai soliti uomini politici o militari che siamo abituati a vedere sopra i piedistalli. Ma la riflessione non sarebbe completa se mi fermassi soltanto alla critica. Per questo sento la responsabilità di proporre altri usi, altri modi di appropriarci, fisicamente e simbolicamente, dello spazio pubblico. La Plaza del Chafleo è un esempio di questo.

 Radis accompagna la realizzazione delle opere con attività educative e iniziative rivolte agli abitanti. A Bene Vagienna sono stati coinvolti anche gli studenti delle scuole. Quali incontri con la comunità hanno inciso sulla progettazione? C'è qualcosa che ha scoperto attraverso gli abitanti e che non avrebbe potuto conoscere osservando soltanto il luogo?
Tutto! È attraverso il dialogo che di solito alimento la mia ricerca. Presto molta attenzione alle parole e ai gesti, al contatto umano. Credo che chi conosce meglio un luogo sia chi lo vive. Per questo il mio sguardo è sempre molto attento a ogni tipo di dettaglio: il linguaggio locale, i colori, la vegetazione. Ricordo che durante la prima visita ci raccontarono che Napoleone, ai suoi tempi, aveva invaso questa zona e che per questo alcune strade portano ancora nomi francesi. Fu proprio questo a farmi ricordare Il barone rampante, perché a un certo punto del romanzo il Barone incontra Napoleone, che viene a trovarlo dopo che è diventato un personaggio conosciuto nella regione per il fatto di vivere sugli alberi.

 Piazza del Chafleo sarà un'opera permanente, ma il suo significato dovrebbe continuare a cambiare. Se tornasse a Bene Vagienna tra dieci anni, che cosa le piacerebbe trovare? E che cosa le farebbe capire che la piazza ha cominciato a vivere indipendentemente da lei?
Mi piacerebbe arrivare, sedermi in un bar e sentire all'improvviso qualcuno, al tavolo accanto, usare la parola chafleo. Berrei il mio caffè senza dire niente, andrei a visitare la piazza, mi siederei un po' a pensare, e poi me ne andrei a fare una passeggiata nei dintorni.

 

Jenny Dogliani, 26 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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