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Bringing Up Baby (Susanna!)

Foto Academy Museum

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Dai fossili al grande schermo: i dinosauri conquistano la Mole Antonelliana

Alla sede del Museo Nazionale del Cinema di Torino due scheletri giganti e centinaia di oggetti ripercorrono la trasformazione del T. rex in star cinematografica

In «Fantasia» di Walt Disney, del 1940, il Tyrannosaurus rex ha tre dita per mano. Lo scheletro esposto nel 1915 all’American Museum of Natural History di New York aveva contribuito a fissarne quell’anatomia: mancavano gli arti anteriori e, per ricostruirli, si era preso a modello un altro dinosauro carnivoro, l’Allosaurus. Il museo aveva corretto il montaggio già negli anni ’20, riducendo le dita a due, ma sullo schermo sopravviveva la ricostruzione precedente. Il fascino di questi giganti preistorici, estinti 66 milioni di anni fa per lo schianto dell’asteroide di Chicxulub (con un diametro stimato tra i 17 e i 23 chilometri), alimenta oggi una dinomania anche collezionistica: nel 2020 il T. rex Stan è stato venduto da Christie’s per 31,8 milioni di dollari; nel 2024 lo stegosauro Apex ha raggiunto da Sotheby’s i 44,6 milioni di dollari, stabilendo il nuovo record d’asta mondiale per un fossile.

A Torino due scheletri di T. rex, lunghi circa dieci metri ciascuno e provenienti dal South Dakota, saranno esposti uno di fronte all’altro nell’Aula del Tempio della Mole Antonelliana. Intorno a loro, «T. rex vs T. rex. Da fossili a icone del cinema», un percorso sulla rampa elicoidale con oggetti di scena, manifesti, fotografie e sceneggiature accanto a modelli, giocattoli e videogiochi, a cura di Gianni Canova e Stefano Boni con la collaborazione di Giaime Alonge, per ricostruire il passaggio da reperto a star cinematografica. Tra i prestatori figurano la Cinémathèque française, la Fondazione Carlo Rambaldi, la Ray and Diana Harryhausen Foundation e Weta Workshop.

La mostra, al Museo Nazionale del Cinema dal 17 dicembre al 31 gennaio 2028, è realizzata in collaborazione con la galleria aretina Theatrum Mundi e con il Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, che contribuisce alla dimensione scientifica del progetto. Vetri ottocenteschi per lanterna magica, bozzetti, storyboard, modelli e animatronics documentano gli strumenti con cui si è dato corpo a creature conosciute attraverso resti incompleti. Il programma spazia dal lavoro di Karel Zeman, Ray Harryhausen e Carlo Rambaldi alle creature di «Jurassic World», alle interpretazioni di Bruno Bozzetto e Zerocalcare, materiali che consentono di osservare come viene costruita un’immagine prima che il montaggio e la proiezione ne cancellino la lavorazione necessaria a ricostruire un’anatomia, stabilire come possa camminare, renderla credibile dentro un’inquadratura.

Jurassic Park diorama

È su questi passaggi concreti che si può leggere la distanza tra il fossile e il dinosauro che ricordiamo. Un passaggio decisivo è «Jurassic Park» di Steven Spielberg, del 1993, che prevedeva inizialmente dinosauri robotici e animazione in go-motion, una tecnica a passo uno che simula la sfocatura del movimento, ma i test della Industrial Light & Magic convinsero la produzione a ricorrere all’animazione digitale, che valse al film l’Oscar per gli effetti visivi.

Fino al 5 aprile prosegue inoltre la mostra «Gillo Pontecorvo. Una battaglia dopo l’altra», curata da Mauro Genovese con Caterina Massignani a vent’anni dalla morte del regista (1919-2006, Ndr). Il percorso nasce dall’Archivio Gillo Pontecorvo, donato dalla famiglia al Museo: appunti di lavoro, sceneggiature, corrispondenza, fotografie, materiali preparatori e filmati, in larga parte inediti e digitalizzati per l’occasione. Pontecorvo la guerra l’aveva vissuta. Nato a Pisa nel 1919 in una famiglia ebraica e antifascista, nel 1939 si trasferisce a Parigi, dove lavora nel giornalismo ed entra in contatto con il Partito comunista clandestino. Durante la guerra partecipa alla Resistenza in Piemonte con il nome di battaglia Barnaba.

Il cinema arriva nel dopoguerra, prima davanti alla macchina da presa: nel 1946 recita ne «Il sole sorge ancora» di Aldo Vergano. Seguono il documentario, il lavoro come aiuto regista e infine la regia. Nel 1955 gira «Giovanna», episodio del film collettivo «La rosa dei venti», dedicato a un’operaia che guida le compagne contro la chiusura della fabbrica. Con «Kapò», nel 1960, affronta la Shoah attraverso la vicenda di una giovane ebrea deportata in un campo di concentramento. Anche qui Pontecorvo cerca per le immagini una qualità documentaria, con un effetto più sporco e meno levigato. Una ricerca che troverà nella «Battaglia di Algeri» la sua forma più radicale.

Jenny Dogliani, 25 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

Jenny Dogliani

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