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Una veduta aerea del cantiere in corso, affacciato sul Canale di Bruxelles

Credits Kanal Playground Assemble

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Una veduta aerea del cantiere in corso, affacciato sul Canale di Bruxelles

Credits Kanal Playground Assemble

E se il museo del futuro non fosse più soltanto un museo? La scommessa di Kanal

Dall’ex garage Citroën nasce una delle più ambiziose nuove istituzioni museali europee. La curatrice Silvia Franceschini ne racconta la costruzione, le tensioni con il territorio, il rischio di gentrificazione, le nuove responsabilità delle istituzioni culturali e i limiti del sistema dell’arte italiano: «Molte istituzioni sembrano dedicare più attenzione ai finanziatori privati e ai pubblici già consolidati che a comunità più ampie e diversificate» 

Che cosa significa costruire oggi un grande museo europeo? E quale ruolo può assumere un'istituzione culturale in una città attraversata da disuguaglianze sociali, trasformazioni urbanistiche e tensioni politiche? A Bruxelles, Kanal prova a rispondere a queste domande attraverso la riconversione dell'ex garage Citroën lungo il canale, un vasto complesso industriale destinato a ospitare arte contemporanea, architettura, ricerca, performance e attività pubbliche. Un progetto di scala internazionale, sviluppato anche grazie alla collaborazione con il Centre Pompidou di Parigi, ma che rivendica una propria autonomia curatoriale e un radicamento nella storia della capitale belga.

Tra le protagoniste di questa trasformazione c'è Silvia Franceschini, curatrice italiana dal percorso internazionale, formatasi attraverso esperienze al Centre Pompidou, alla V-A-C Foundation di Mosca, alla Biennale di Kyiv e a Z33 in Belgio, prima di approdare nel 2022 al CIVA, oggi confluito in Kanal. La sua ricerca intreccia arti visive, architettura, storia politica e trasformazioni sociali, con una particolare attenzione alle modalità attraverso cui le istituzioni producono e condividono conoscenza.

Che cosa significa oggi lavorare come curatrice in un’istituzione che nasce già con una forte dimensione internazionale e sperimentale come Kanal?
Significa lavorare dentro un’istituzione che è ancora in una fase di definizione, e quindi avere la possibilità, ma anche la responsabilità, di contribuire non solo ai suoi contenuti, ma alla sua stessa forma. È una condizione che trovo stimolante, perché il lavoro curatoriale non coincide semplicemente con la produzione di mostre, ma significa anche interrogarsi su come un’istituzione costruisce relazioni, su quali voci rende visibili, su come si posiziona rispetto alla città, alla sua scena artistica e ai suoi pubblici. La sfida è non dare per scontato il modello di museo europeo che ereditiamo, ma provare a capire che tipo di istituzione pubblica possa essere rilevante oggi.

Kanal nasce da una trasformazione architettonica e urbana molto significativa: il recupero dell’ex garage Citroën lungo il canale di Bruxelles. Qual è il ruolo dell’architettura nella definizione dell’identità del museo?
Il progetto architettonico è guidato da Atelier Kanal, il consorzio formato da noAarchitecten, Sergison Bates architects ed EM2N. L’ambizione è preservare e valorizzare il carattere industriale dell’ex garage Citroën, trasformandolo attraverso interventi relativamente leggeri. Invece di imporre un’identità architettonica completamente nuova, il progetto mantiene la scala, la materialità e l’apertura dell’edificio esistente, reinterpretandolo come una «fabbrica urbana della cultura»: un luogo destinato non solo alla presentazione dell’arte, ma anche alla ricerca, alla produzione, alla performance e alle attività collettive. Tre grandi volumi climatizzati sono stati inseriti all’interno della struttura esistente per accogliere i principali spazi espositivi del museo e i programmi di Kanal Architecture. Intorno a essi, gli enormi ex laboratori e gli spazi di circolazione formano una rete interconnessa di ambienti pubblici. Circa 20mila metri quadrati, all’incirca la metà dell’edificio, saranno accessibili senza biglietto e comprenderanno spazi dedicati all’incontro, all’apprendimento, alla performance, alla ristorazione e al tempo libero. Questa permeabilità è essenziale per l’identità di Kanal: l’architettura è concepita per rendere l’istituzione parte della vita quotidiana della città, anziché un museo da vivere esclusivamente attraverso le mostre. La storia e il carattere fisico dell’edificio non costituiscono quindi un semplice sfondo, ma contribuiscono attivamente a definire il programma artistico e curatoriale. La scala industriale, le proporzioni insolite, le rampe, i vuoti e gli spazi residuali invitano a forme di intervento artistico che non sarebbero possibili in un museo convenzionale concepito come un insieme di white cube. Questo sarà già evidente nelle mostre inaugurali. Allo stesso tempo, stiamo lavorando sugli spazi pubblici e interstiziali dell’edificio per capire come Kanal possa accogliere comunità diverse, permettendo loro di utilizzare e progressivamente appropriarsi dell’istituzione in modi differenti.

Un render di Kanal da piazza Sainctelette a Bruxelles. Credits Kanal Playground Assemble

Playground, una veduta del cantiere del Kanal di Bruxelles. © Bart Grietens

Kanal si presenta come un museo ma anche come una piattaforma multidisciplinare che include arti visive, architettura, performance e pratiche urbane. Quanto questa pluralità è centrale nel progetto?
La pluralità disciplinare è uno dei principi fondativi di Kanal. Bruxelles è stata, nel corso del Novecento, un luogo di straordinaria sperimentazione e interdisciplinarità. In particolare, a partire dagli anni Settanta, la scena artistica della città si è sviluppata attraverso una forte contaminazione tra musica, cinema, performance, arti visive e architettura. Questo contesto ha profondamente informato il progetto del museo. La sfida sarà tradurre questa vocazione in una programmazione capace di produrre un reale dialogo tra le discipline, evitando che esse si limitino semplicemente a coesistere all’interno dello stesso edificio. Anche il Centre Pompidou di Parigi nacque da una visione radicalmente interdisciplinare; nel tempo, tuttavia, la crescente strutturazione dell’istituzione ha reso più complessa l’interazione tra i diversi ambiti. Creare le condizioni per collaborazioni, contaminazioni e formati ibridi sarà quindi uno degli aspetti cruciali per il futuro di Kanal.

Quali sono oggi le sfide principali nella definizione di un nuovo grande museo europeo nel XXI secolo? 
Una delle sfide principali è definire il ruolo del museo in un momento attraversato da profonde tensioni geopolitiche, ambientali e culturali. Viviamo una fase di vere e proprie culture wars, nella quale le istituzioni culturali non si limitano a rappresentare i conflitti globali, ma diventano esse stesse luoghi di negoziazione e confronto. Kanal non è soltanto un museo europeo: è un museo situato a Bruxelles, capitale politica dell’Europa e città profondamente multiculturale. Questo comporta una responsabilità particolare. Occorre interrogare criticamente che cosa significhi oggi essere «europei», pensando l’Europa non come uno spazio chiuso, ma attraverso le sue relazioni con ciò che viene considerato il suo «fuori»: le migrazioni e le diaspore, le frontiere, le eredità coloniali, ma anche i territori e le risorse da cui dipendono le sue economie e infrastrutture. La sfida è preservare il museo come luogo di produzione attiva e condivisa del sapere: uno spazio capace non soltanto di presentare opere, ma anche di favorire partecipazione, confronto e nuove forme di cittadinanza, convivenza e appartenenza. Questo significa anche difendere l’autonomia critica dell’istituzione rispetto alle pressioni politiche, economiche e mediatiche, affrontando questioni controverse senza rinunciare alla complessità. Infine, il museo deve rispondere sia alla crisi ambientale sia alle trasformazioni prodotte dall’intelligenza artificiale. La questione ecologica riguarda non soltanto i contenuti della programmazione, ma anche il modo in cui le istituzioni costruiscono, producono, trasportano e consumano risorse. Allo stesso tempo, in una sfera pubblica sempre più condizionata da algoritmi, immagini sintetiche e informazioni accelerate, il museo può continuare a offrire qualcosa di fondamentale: uno spazio fisico di esperienza, verifica, discussione e costruzione collettiva della conoscenza attraverso l’arte.

Bruxelles è insieme capitale europea, città multiculturale e territorio attraversato da profonde trasformazioni urbane. Come si inserisce Kanal in questo contesto e quale rapporto sta costruendo con il quartiere, le comunità locali e le diverse realtà culturali della città?
L’avvio di Kanal non è stato semplice. La concentrazione di risorse in un’unica grande istituzione ha suscitato critiche da parte di diverse realtà culturali locali. Alcune associazioni urbane hanno inoltre espresso il timore che un progetto di tali dimensioni possa accelerare la gentrificazione dell’area del canale, aumentando la pressione immobiliare e contribuendo progressivamente all’espulsione degli abitanti e delle attività più vulnerabili. Credo sia importante riconoscere queste tensioni, perché il rapporto con la città non può essere dato per acquisito: deve essere costruito nel tempo, interrogando non soltanto la posizione del museo all’interno di un ecosistema culturale già estremamente ricco ma spesso fragile, ma anche il suo possibile impatto sociale e urbano sul quartiere. Kanal e Kanal Architecture stanno cercando di rispondere a questa contraddizione attraverso l’apertura della programmazione e la collaborazione con artisti, associazioni e comunità presenti a Bruxelles. Anche l’acquisizione di opere di artisti legati alla città può contribuire a sostenere la scena locale, ma il punto decisivo è sviluppare progetti nei quali la partecipazione non sia soltanto un tema, bensì un vero metodo di lavoro, capace di condividere risorse, competenze e autorialità. Per la mostra inaugurale di Kanal Architecture, Right to the City, una mostra sulla storia delle lotte urbane a Bruxelles, stiamo lavorando con Adelita Husni Bey a una nuova iterazione di Convention on the Use of Space, che coinvolge attivisti e organizzazioni impegnati sul diritto alla casa e sull’uso degli spazi vacanti. Non si tratta semplicemente di rappresentare queste istanze all’interno del museo, ma di creare uno spazio nel quale possano essere elaborate e discusse insieme ai soggetti che operano quotidianamente sul territorio. A questo lavoro, e ad altre commissioni di questo tipo, si affianca un importante programma di educazione e mediazione, sviluppato in collaborazione con le scuole e le comunità del quartiere e della città. L’edificio ospiterà inoltre spazi pensati per favorire la partecipazione e l’uso da parte del territorio, tra cui un parco giochi progettato dallo studio londinese Assemble e una sala stampa, ideata dal Werker Collective, nella quale associazioni e movimenti potranno stampare gratuitamente manifesti e altri materiali. Questi progetti non risolvono automaticamente la tensione tra la scala di Kanal e la fragilità dell’ecosistema locale, ma indicano una via possibile.

Un render di Kanal a Bruxelles. Credits Kanal Playground Assemble

Kanal nasce anche dalla collaborazione con il Centre Pompidou di Parigi. In che modo questa relazione influisce sul progetto curatoriale e sull’identità dell’istituzione?
La collaborazione con il Centre Pompidou costituisce una risorsa importante nella fase di costruzione e consolidamento di Kanal. L’accordo, attualmente previsto fino al 2031, consente al museo di accedere alle collezioni del Centre Pompidou attraverso prestiti a medio e lungo termine e di beneficiare della sua esperienza in ambiti che vanno dalla conservazione e dalla produzione espositiva alla mediazione, allo sviluppo dei pubblici e alla gestione museale. Questa relazione, tuttavia, non esaurisce né determina unilateralmente il programma curatoriale di Kanal. Kanal è un’istituzione autonoma, dotata di una propria direzione artistica, di una collezione in costruzione e di un programma sviluppato a partire dal contesto specifico di Bruxelles. Una parte della programmazione viene concepita in collaborazione con il Centre Pompidou, mentre altre linee espositive e di ricerca sono sviluppate autonomamente da Kanal.

Se dovesse descrivere in una frase l’ambizione culturale del progetto Kanal per Bruxelles, quale sarebbe?
L’ambizione di Kanal è diventare un museo radicalmente interdisciplinare nel cuore di Bruxelles: un museo europeo non perché celebri un’identità prestabilita, ma perché sappia interrogare criticamente la costruzione dell’Europa, affrontare le urgenze globali attraverso l’arte e l’architettura e dare spazio alla realtà multiculturale della città e alle sue diverse comunità.

Lavorare fuori dal proprio paese comporta inevitabilmente uno sguardo diverso sulle dinamiche del sistema dell’arte nazionale. Che cosa le appare oggi più evidente osservando l’Italia da Bruxelles?
Osservato da Bruxelles, il sistema dell’arte italiano mi appare ancora spesso condizionato da logiche sociali piuttosto chiuse. Molte istituzioni sembrano dedicare più attenzione alle relazioni con i finanziatori privati e con i pubblici già consolidati che alla costruzione di programmi capaci di coinvolgere comunità più ampie e diversificate. Naturalmente non si può generalizzare: esistono realtà molto innovative, che stanno sperimentando nuovi modelli istituzionali e forme di partecipazione. Nel complesso, tuttavia, si avverte una certa difficoltà a trasformare strutturalmente il sistema. L’Italia rimane inoltre relativamente poco attrattiva per artisti e curatori internazionali, non per mancanza di patrimonio o di qualità culturale, ma per la fragilità delle strutture, la precarietà professionale e la tendenza a funzionare attraverso reti spesso ristrette e autoreferenziali. Questo limita la circolazione delle esperienze e rischia di rendere il settore meno plurale, tanto culturalmente quanto socialmente.

Quanto conta oggi la dimensione internazionale nella formazione di un curatore? È diventata una condizione quasi necessaria?
La dimensione internazionale è fondamentale nella formazione di un curatore, perché l’arte contemporanea opera da tempo all’interno di un sistema globale. Un periodo di studio o di lavoro all’estero può certamente rappresentare un punto di partenza importante. Esistono tuttavia diversi modi di confrontarsi con la dimensione internazionale. Per me ha significato soprattutto entrare in relazione con contesti differenti, anche fuori dall’Europa, costruendo rapporti duraturi e studiando come le questioni globali assumano forme specifiche nei diversi territori. Anche all’interno di un mondo culturale apparentemente globalizzato persistono infatti profonde disuguaglianze, fratture locali, microsistemi e pratiche di resistenza che mettono in discussione i modelli dominanti. Bisogna sapersi situare, ascoltare e tradurre tra prospettive differenti, riconoscendo anche le asimmetrie di potere che attraversano il sistema dell’arte. Senza questa capacità di cambiare prospettiva, il rischio è che i curatori finiscano semplicemente per riprodurre modelli, gerarchie e linguaggi già esistenti. Direi quindi che la sensibilità internazionale è quasi necessaria, mentre la mobilità internazionale non dovrebbe diventare un requisito esclusivo: si può sviluppare uno sguardo internazionale anche lavorando profondamente in un territorio.

Se domani le venisse affidato un progetto museale in Italia, quali elementi del lavoro che sta sviluppando a Bruxelles cercherebbe di trasferire?
Mi piacerebbe trasferire innanzitutto l’idea del museo come luogo di co-produzione della conoscenza: non soltanto uno spazio che presenta contenuti, ma un’infrastruttura civica capace di creare relazioni durature con scuole, università, associazioni e comunità locali. L’esperienza di Bruxelles mi ha mostrato anche l’importanza di costruire programmi tematici trasversali, nei quali arti visive, architettura, performance, cinema e ricerca possano realmente interagire, e di inserire il museo all’interno di reti internazionali. La sfida, in Italia, non sarebbe semplicemente importare modelli sviluppati altrove, ma tradurli a partire dalla specificità del paese. L’Italia possiede un patrimonio culturale e una rete di istituzioni territoriali straordinarie, ma spesso soffre di scarsa continuità progettuale e una concezione del museo ancora fortemente concentrata unicamente sull’esposizione e la conservazione. Porterei quindi con me da Kanal la visione di un museo come spazio pubblico e arena di discussione, l’interdisciplinarità come metodo, la produzione condivisa di conoscenza e la capacità di essere, allo stesso tempo, profondamente radicato nel territorio e connesso a questioni globali.

Guardando ai prossimi dieci anni, quale ruolo dovrebbero avere i musei europei nel costruire nuove forme di cooperazione culturale?
È una domanda particolarmente importante in un momento in cui molte istituzioni culturali subiscono tagli ai finanziamenti, pressioni politiche e forme di censura, mentre alcune sono costrette a ridimensionarsi o a chiudere. Nei prossimi dieci anni sarà quindi essenziale costruire reti di solidarietà che permettano ai musei non soltanto di condividere pensiero, ma anche risorse, competenze, collezioni e capacità produttive. La cooperazione dovrebbe tradursi in coproduzioni, programmi di ricerca condivisi, mobilità di artisti e lavoratori culturali e forme di sostegno concreto alle istituzioni più fragili o minacciate. La sfida sarà trasformare il museo da istituzione isolata e competitiva in un’infrastruttura di solidarietà, capace di difendere l’autonomia culturale e mantenere aperti spazi di confronto anche nei momenti di maggiore polarizzazione.

Un render di Kanal a Bruxelles. Credits Kanal Playground Assemble

Luca Zuccala, 02 novembre 2026 | © Riproduzione riservata

Luca Zuccala

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