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Luca Zuccala
Leggi i suoi articoliEra il 5 novembre del 2001 quando il Cardinale Carlo Maria Martini inaugurava il Museo Diocesano di Milano, che ancora oggi porta il suo nome. Venticinque anni dopo, il museo compie il suo primo quarto di secolo e sceglie di festeggiare con una giornata di apertura gratuita al pubblico, proprio il 5 novembre, allacciando a una data simbolica il valore dei tanti passi compiuti per arrivare fino a qui. Un momento per tirare le fila e condividere con il pubblico i progetti futuri, come la rinnovata veste grafica del sito, a cura di VIVA!, o i due importanti restauri che vedranno oggetto San Giuseppe con il Bambino di Guido Reni (1575-1642) e Sola! di Emilio Longoni (1859-1932). Solo due delle tante iniziative in cantiere, le quali sottolineano l'importanza della ricorrenza e lo slancio con cui il museo vuole proiettarsi nel prossimo futuro. Di alcuni di questi - come l'istituzione di una sala dedicata a Gaetano Previati o la mostra che mette avvicina Beato Angelico e Adrian Paci - ce ne ha parlato la direttrice Nadia Righi (1969). L'identità, le prospettive e le sfide del Museo Diocesano emergono in una conversazione che ci restituisce l'ambizione di un museo che dal cuore di Milano ha voglia di arrivare a dialogare con le grandi istituzioni internazionali.
Venticinque anni di Museo Diocesano. Il museo nasce nel 2001 per volontà del Cardinale Carlo Maria Martini, all'interno di una visione della cultura come strumento di conoscenza e confronto. Quanto è rimasta attuale quella missione e come si è trasformata l'identità del museo in questi venticinque anni?
Direi che la missione e l’identità del museo sono le stesse: raccontare la tradizione della fede e la storia del popolo ambrosiano a partire da un'identità certa, ma rimanendo aperti al dialogo e al confronto, così come auspicato dal Cardinal Martini. Questo è un aspetto che nel tempo non è mai venuto meno. Parallelamente abbiamo cercato di sperimentare forme espressive sempre nuove e attuali, con particolare attenzione alle esigenze del pubblico.
Che cosa significa dirigere un museo diocesano oggi? In una società sempre più secolarizzata, quale ruolo può svolgere un'istituzione nata per custodire e valorizzare il patrimonio artistico religioso? E come si può rendere questo patrimonio culturalmente rilevante anche per un pubblico distante dalla dimensione della fede?
Gli anni del Covid ci hanno costretto ad interrogarci sul significato, sullo scopo e sul compito di un museo come il nostro. Credo che sia stato per noi, come per tanti altri, un punto di svolta anche nel concepire il proprio lavoro. Nei mesi in cui siamo stati chiusi non abbiamo mai cessato le nostre attività, rendendoci conto che era nostro dovere accompagnare il nostro pubblico, attraverso la bellezza, a non perdere speranza e ad aprirsi a domande di senso. Questo aspetto appartiene a tutti gli uomini, indipendentemente dalla fede o credo religioso.
Milano possiede uno dei sistemi museali più articolati d'Italia. Dalla Pinacoteca di Brera al Museo del Novecento, dalle Gallerie d'Italia alle grandi fondazioni private, l'offerta culturale è estremamente competitiva. Qual è il posizionamento del Museo Diocesano in questo ecosistema e quale contributo specifico ritiene possa offrire alla città?
Certo, se ci confrontiamo con le grandi istituzioni che abbiamo appena nominato, siamo una realtà piccola e non avrebbe senso metterci in competizione con loro. Ma credo che la nostra forza stia proprio altrove. In una società e in una città sempre più multiculturali, per poter dialogare davvero con tutti è importante sapere da dove si viene, avere un’identità solida e consapevole. Conoscere la propria storia e la propria tradizione, che comprende anche una storia di fede cristiana, significa anche capire che cosa vuol dire essere «ambrosiani». E, paradossalmente, è proprio questa consapevolezza delle proprie radici che ci permette di aprirci agli altri con maggiore libertà, curiosità e disponibilità a tutte le persone che incontriamo, dentro il museo e non solo.
Artemisia Gentileschi (Roma 1593 - Napoli post 31 gennaio 1654), Annunciazione, Olio su tela, cm 257 x 179, Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte
Guido Reni (Bologna 1575 - 1642), San Giuseppe con il Bambino, Olio su tela, 124,8 x 91 cm, Milano, Museo Diocesano Carlo Maria Martini
La collezione permanente conta oltre mille opere, dal III al XXI secolo. Eppure il Museo Diocesano è spesso conosciuto soprattutto per le esposizioni temporanee e per l'iniziativa «Un Capolavoro per Milano». Quanto è difficile valorizzare stabilmente il patrimonio permanente? Quali opere o nuclei della collezione ritiene ancora insufficientemente conosciuti?
È vero, le mostre temporanee e soprattutto «Un Capolavoro per Milano» hanno una capacità di attrazione molto forte e finiscono inevitabilmente per essere più visibili. La collezione permanente, invece, richiede un tempo diverso: bisogna riuscire a creare delle occasioni perché il pubblico abbia voglia di tornare a scoprirla, magari anche attraverso percorsi e chiavi di lettura sempre nuove.
Per noi, però, le due cose non sono in contrapposizione. Anzi, cerchiamo proprio di fare in modo che le mostre diventino una porta d’ingresso al museo e che chi viene per vedere un’esposizione sia poi incuriosito dalle opere della collezione permanente. È un lavoro che richiede tempo, perché abbiamo un patrimonio molto ampio e articolato, con opere che raccontano secoli di storia e di cultura ambrosiana.
Ci sono poi opere che forse meriterebbero una maggiore attenzione proprio perché non sono immediatamente riconducibili all’idea più tradizionale di arte sacra. Penso, per esempio, alla Via Crucis di Lucio Fontana, che amo particolarmente e che considero ancora oggi un’opera capace di interrogare il pubblico. Fontana non è un artista che associamo immediatamente alla dimensione religiosa, eppure qui si confronta con uno dei grandi temi della storia dell’arte, quello del sacro, e lo fa introducendo già quel segno, il taglio, che diventerà poi così caratteristico della sua ricerca. È un’opera che, ogni volta che la si guarda, apre nuove domande.
Il programma del museo attraversa continuamente i secoli. Nel 2027 il Compianto su Cristo morto di Beato Angelico sarà posto in relazione con l'opera video di Adrian Paci. Che cosa può aggiungere l'arte contemporanea alla lettura dell'arte sacra antica? E quale criterio guida la scelta degli artisti chiamati a confrontarsi con la tradizione cristiana?
Il progetto nasce da una collaborazione con Casa Testori, che è stata definita sulle pagine di un importante quotidiano una «fucina dell’arte contemporanea». La scelta degli artisti che vengono chiamati a dialogare con un’opera del passato viene affidata alla sensibilità e alla visione di Giuseppe Frangi, presidente dell’Associazione Testori. Quello che viene chiesto agli artisti coinvolti in questo tipo di progetto non è tanto di confrontarsi con l’arte sacra antica in sé, ma con temi universali, che hanno a che fare con l’uomo e le sue grandi domande.
Il ritorno della «Via Crucis» di Gaetano Previati rappresenta uno degli interventi più significativi dell'anniversario. Quattordici grandi affreschi torneranno a essere esposti in una sala permanente appositamente allestita. Qual è il valore storico-artistico di questo recupero e quali opportunità apre per la conoscenza del Divisionismo e dell'arte religiosa tra Otto e Novecento?
Siamo contentissimi di questa occasione, che ci è stata offerta dalla Città di Castano Primo. La sala in cui un tempo erano esposte in museo (sono state nelle nostre sale per circa dieci anni dall'inaugurazione), era tra le più amate dal pubblico. Si tratta in realtà del ciclo che Previati eseguì prima della sua svolta divisionista, e forse per questo è particolarmente interessante, perché permette di cogliere le origini di questo grande cambiamento. A Castano Primo esiste tuttora il luogo da cui gli affreschi sono stati rimossi anni fa, il porticato del cimitero, e soprattutto è visibile la preziosa «seconda pelle», cioè le tracce cromatiche evidenti e leggibili delle stesse scene. La presentazione di questo ciclo al Museo si inserisce in un progetto più ampio di valorizzazione di un bene del territorio, per il quale è previsto un importante restauro.
Tra i progetti dell'anniversario figurano anche i restauri di Guido Reni ed Emilio Longoni. Quali sono oggi le principali difficoltà nella conservazione del patrimonio di un museo diocesano? Esistono opere che richiederebbero ulteriori interventi e quali risorse, competenze e collaborazioni sono necessarie per garantirne la tutela nel lungo periodo?
La difficoltà principale, naturalmente, è riuscire a reperire le risorse necessarie. Il nostro impegno quotidiano parte dal monitoraggio costante dello stato di conservazione delle opere e dalla manutenzione ordinaria, ma quando si rendono necessari interventi più importanti occorre trovare finanziatori che possano sostenerli, come è avvenuto anche in questo caso. Il museo non dispone di restauratori interni e ci affidiamo quindi a professionisti accreditati presso la Soprintendenza, che nel tempo hanno imparato a conoscere bene il nostro patrimonio e possiedono le competenze necessarie per intervenire con attenzione e consapevolezza.
Federico Garolla, Napoli, 1959. Dal reportage Infanzia abbandonata @ Archivio Federico Garolla
Il Museo Diocesano ha progressivamente ampliato la propria programmazione alla fotografia. Dopo i progetti dedicati ai grandi maestri internazionali, nel 2026 arriva Federico Garolla, con un racconto dell'Italia del dopoguerra. Come si inserisce la fotografia nella strategia curatoriale del museo? È uno strumento per raggiungere nuovi pubblici oppure una componente ormai strutturale della sua identità?
Il museo si occupa di fotografia fin dalla sua inaugurazione, ma negli anni il programma si è fatto sempre più articolato. Alle mostre dedicate ai grandi maestri internazionali, che si concentrano solitamente nel periodo estivo, affianchiamo progetti dedicati alla riscoperta e alla valorizzazione di importanti autori italiani del Novecento, più o meno conosciuti, come Mario De Biasi, Giovanni Chiaramonte, Elio Ciol e, oggi, Federico Garolla. A questi si aggiungono poi progetti dai contenuti più direttamente sociali: penso, per esempio, alla mostra sull’emergenza climatica con le fotografie di Alessandro Grassani, al progetto sul carcere realizzato con Margherita Lazzati o alla mostra dedicata all’Alzheimer, nata dalla collaborazione con Sacra Famiglia, con immagini di Berengo Gardin, Sambiase e Zuppi.
La fotografia, del resto, è un linguaggio immediato, capace di parlare a un pubblico molto ampio. Proprio per questo cerchiamo di intrecciare i diversi progetti, facendo in modo che le mostre fotografiche convivano spesso con quelle dedicate all’arte sacra antica. Ci piace pensare che questo accostamento possa incuriosire i visitatori e invitarli a confrontarsi con linguaggi e forme espressive diverse, magari anche a uscire, almeno per un momento, dalla propria comfort zone.
Un museo oggi deve confrontarsi con la sostenibilità economica e con l'evoluzione dei pubblici. Quanto incidono il sostegno dei privati, le fondazioni e le imprese nella realizzazione delle attività? E quali sono le principali sfide nella costruzione di un pubblico stabile, soprattutto tra le nuove generazioni, oltre l'attrattività delle grandi mostre temporanee?
Gli sponsor – privati, pubblici e fondazioni – hanno un peso importante e sono fondamentali per la sostenibilità di un piccolo museo come il nostro. Devo dire che mi colpisce molto il fatto che alcuni di loro continuino ad accompagnarci nel tempo: è un segnale che, evidentemente, riconoscono e condividono il nostro progetto culturale. Anche gli eventi che organizzano qui in museo hanno, secondo me, un valore particolare, perché non sono mai svincolati dalla visita al museo o alle mostre. Anzi, diventano un’occasione per far conoscere i nostri spazi e il nostro patrimonio a persone nuove, ampliando così anche la nostra rete di relazioni. In questo senso, per noi, il sostegno degli sponsor ha davvero un doppio valore.
Per quanto riguarda il pubblico, ci siamo accorti che esiste ormai una comunità di visitatori affezionati, persone che nel corso dell’anno tornano più volte: per rivedere la collezione permanente, per le mostre temporanee, ma anche per le numerose iniziative che proponiamo con una certa frequenza. La sfida, per noi, è proprio questa: fare in modo che il museo diventi sempre più un luogo in cui tornare volentieri, un luogo familiare, nel quale ci si sente un po’ a casa.
E poi ci sono le nuove generazioni. Anche in questo caso credo valga quanto dicevo a proposito della fotografia. Spesso i ragazzi arrivano in museo attratti da questo tipo di iniziative. Gli studenti delle scuole secondarie, per esempio, utilizzano la fotografia come un linguaggio trasversale attraverso cui avvicinarsi alla storia e approfondirla. E spesso accade qualcosa di molto interessante: una volta entrati per una mostra o per un progetto fotografico, scoprono che il museo offre molti altri spunti e possibilità. E così, magari, tornano.
Guardando ai prossimi venticinque anni, quale Museo Diocesano immagina? Quali sono le priorità della sua direzione tra ampliamento e studio delle collezioni, ricerca scientifica, produzione espositiva, educazione e relazioni internazionali? E quale risultato vorrebbe lasciare come eredità del suo mandato?
Per quanto riguarda le collezioni, ci capita di ricevere proposte di donazione o depositi a lungo termine che stiamo vagliando e che, come già avvenuto, comportano poi il coinvolgimento di studiosi e specialisti, spesso implicano interventi di restauro e, quando possibile, portano a nuove scoperte e pubblicazioni scientifiche. Negli anni abbiamo tessuto relazioni con importanti istituzioni culturali e museali in Italia. È forse venuto il momento di ampliare l’orizzonte anche a musei internazionali: sono temi a cui stiamo lavorando.
Proprio per l’attenzione al pubblico, che mi pare sia centrale nel lavoro del nostro museo, continuiamo a dialogare con i servizi educativi per articolare proposte sempre più coinvolgenti: la risposta del pubblico mi pare molto positiva. Speriamo di proseguire lungo questa strada di apertura alla città e di dialogo con pubblici sempre ampi ed eterogenei: questa per noi è la sfida più grande.
Gaetano Previati (1852-1920). La via Crucis per il cimitero di Castano Primo, 1888
Luca Zuccala
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