Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Luca Zuccala
Leggi i suoi articoliLa relazione tra moda e arte contemporanea è diventata una componente strutturale del sistema culturale internazionale. Grandi gruppi del lusso finanziano musei, fondazioni e programmi espositivi, mentre artisti e designer condividono sempre più frequentemente linguaggi, luoghi di produzione e reti di relazioni. In questo scenario, Ilenia Durazzi ha costruito un percorso personale che attraversa entrambi i mondi, facendo della ricerca artistica una componente essenziale dell'identità del proprio marchio indipendente, Durazzi Milano. Un progetto nato da una sensibilità sviluppata nel tempo, attraverso il confronto diretto con gli artisti, le visite negli studi e un interesse per la sperimentazione che precede la sua attività nella moda.
Da Louise Bourgeois, Rebecca Horn, Birgit Jürgenssen e Ana Mendieta a Jannis Kounellis e Walter De Maria, fino agli incontri con Rudolf Stingel, Lawrence Weiner, Monica Bonvicini e Maurizio Cattelan, il suo immaginario si è formato attraverso una conoscenza diretta dei linguaggi dell'arte contemporanea. È da questo universo che nasce anche Atrium, lo spazio milanese concepito come luogo di incontro tra artisti, designer e figure provenienti da discipline differenti. Con The Atrium Show, presentato durante la Milano Fashion Week, Durazzi ha dato forma a una progettualità che comprende esposizioni, collaborazioni e sostegno alla produzione di nuove opere, mantenendo una struttura indipendente e una programmazione volutamente aperta.
Il suo approccio offre un punto di osservazione sul rapporto tra creatività, committenza privata e autonomia culturale, in un momento in cui il coinvolgimento dei marchi della moda nel sistema dell'arte solleva interrogativi sulle finalità degli investimenti e sulla libertà degli artisti. In questa lunga conversazione con «Il Giornale dell'Arte», Ilenia Durazzi racconta il proprio percorso, le relazioni che alimentano la sua ricerca, il ruolo di Cattelan nella sua formazione e le prospettive di Atrium. E affronta una questione centrale: quanto spazio può esistere oggi, tra moda e arte, per un progetto culturale il cui valore non debba essere necessariamente ricondotto a un risultato commerciale?
Negli ultimi vent'anni le collaborazioni tra artisti e grandi marchi della moda si sono moltiplicate. Spesso, però, l'arte rischia di diventare uno strumento di comunicazione e prestigio. Come si distingue una collaborazione autentica da un'operazione di marketing culturale?
Credo che la differenza stia soprattutto nell'origine di una collaborazione e nella sua continuità. Per Durazzi il rapporto con l'arte non è qualcosa che si aggiunge al marchio, ma è parte del suo DNA, della mia formazione e del mio modo di guardare le cose. Non è una scelta stagionale né una strategia di comunicazione. Penso che una collaborazione sia autentica quando nasce da una curiosità reale, da una conoscenza reciproca e dal desiderio di costruire qualcosa insieme. L'arte non dovrebbe servire a legittimare la moda, così come la moda non dovrebbe limitarsi a offrire visibilità all'arte. Mi interessa piuttosto quello che può nascere dall'incontro tra due sensibilità, anche quando il risultato non è immediatamente prevedibile o traducibile in un prodotto.
Per me l'autenticità si riconosce anche da questo: dalla libertà di fare qualcosa senza doverne necessariamente giustificare il ritorno.
Quali artisti contemporanei hanno influenzato maggiormente il suo modo di pensare? E quali, invece, segue oggi con particolare interesse, anche indipendentemente da possibili collaborazioni con Durazzi?
Il mio interesse per l’arte nasce molto prima di Durazzi ed è qualcosa che mi accompagna da sempre. I primi riferimenti che hanno contribuito a formare il mio immaginario appartengono alla storia dell’arte del Novecento. Penso, per citarne alcuni, a Louise Bourgeois, Rebecca Horn, Birgit Jürgenssen e Ana Mendieta, per la radicalità con cui hanno esplorato il corpo, la dimensione psicologica, il desiderio, il feticismo e il perturbante. Ma anche a Jannis Kounellis e Walter De Maria, per il rapporto con la materia, lo spazio e la dimensione fisica dell’opera. A questi riferimenti si è affiancata nel tempo un’esperienza più diretta, fatta di incontri e relazioni personali con gli artisti. Ho avuto la fortuna di conoscerne molti, tra cui, per citarne alcuni, Rudolf Stingel, Lawrence Weiner, Monica Bonvicini, Jules de Balincourt e Kaari Upson. Il confronto con loro ha contribuito ad ampliare il mio sguardo e il mio modo di pensare.
È una curiosità che continua ad alimentarsi attraverso ricerche molto diverse. Tra gli artisti che seguo oggi con particolare interesse ci sono, solo per fare qualche nome, Pierre Huyghe, Arthur Jafa, Cyprien Gaillard, Andro Wekua, Danh Võ, Nina Beier, Camille Henrot, Urs Fischer e Andra Ursuța. Non cerco necessariamente un filo conduttore tra questi linguaggi, mi interessa piuttosto la forza di una visione personale e indipendente. Continuo a dedicare molto tempo alla ricerca, visitando studi di artisti tra Milano, Parigi e New York. Le studio visit sono forse il momento che preferisco, perché permettono di entrare nel processo creativo, comprendere come nasce un lavoro e instaurare un dialogo diretto con gli artisti. È una pratica che coltivo da anni, indipendentemente da qualsiasi possibile collaborazione con Durazzi, e che continua ad alimentare la mia curiosità e il mio modo di guardare le cose.
Con Atrium avete creato uno spazio che supera le funzioni tradizionali di uno showroom. Come è nata l'idea e quale ruolo vorrebbe che questo luogo assumesse nel panorama creativo e culturale milanese?
In realtà non ho mai pensato ad Atrium come a uno spazio dedicato esclusivamente all'arte. L'ho immaginato prima di tutto come un luogo di condivisione, perché credo che sia proprio dallo scambio tra persone e discipline diverse che nasca la cultura. Quando ho disegnato lo spazio non avevo in mente uno showroom tradizionale, ma piuttosto un hangar, un grande contenitore aperto, da riempire di volta in volta con idee, persone e progetti differenti. Volevo che fosse un luogo capace di trasformarsi, senza una funzione prestabilita.
Milano è una città con un'energia creativa straordinaria, ma credo ci sia ancora spazio per costruire occasioni di incontro meno convenzionali e con un respiro più internazionale. Mi piacerebbe che Atrium contribuisse, anche nel suo piccolo, a rendere Milano una città più aperta, favorendo connessioni tra persone che appartengono a mondi diversi e che altrimenti forse non si incontrerebbero.
Durante l'ultima Milano Fashion Week avete presentato The Atrium Show, riunendo artisti, designer e creativi di discipline differenti. Qual è stato il criterio di selezione? Esiste una direzione curatoriale autonoma oppure la programmazione nasce dalla sensibilità del marchio?
Durazzi è nato per dare forma a una visione e a un insieme di interessi che non si esauriscono nella moda. The Atrium Show è stata un'occasione per condividere questo universo con altre persone, mettendo in relazione linguaggi e discipline differenti. La selezione nasce dalla stessa sensibilità che guida il marchio, senza una direzione curatoriale separata. Non ho cercato di costruire una mostra intorno a un tema imposto, ma di far convivere lavori nei quali riconosco una forza e un'identità particolare. Molti degli artisti e dei creativi coinvolti fanno parte della mia comunità, persone con cui negli anni ho costruito rapporti di amicizia, stima e confronto. Per me questa dimensione umana è fondamentale. Mi interessa creare occasioni in cui le relazioni già esistenti possano generare nuove conversazioni e nuovi incontri.
Non sento la necessità di separare rigidamente il mio lavoro dalla mia vita e dai miei interessi. Atrium è anche un modo per rendere condivisibile tutto questo.
In una precedente intervista ha definito il suo spazio un luogo di scambio culturale, distinguendolo dalle istituzioni artistiche con una curatela più strutturata. È una scelta di libertà oppure ritiene che il sistema dell'arte abbia bisogno di luoghi meno codificati, capaci di accogliere sperimentazioni che musei e gallerie faticano a sostenere?
Credo che siano entrambe le cose, anche se non nasce dalla volontà di proporre un'alternativa alle istituzioni. Atrium ha un'origine e una funzione diverse, quindi è naturale che abbia anche una struttura differente. Non abbiamo un calendario espositivo da rispettare, né l'obbligo di presentare un progetto ogni mese. Possiamo scegliere di fare qualcosa soltanto quando sentiamo che esiste una ragione reale per farlo. Questa libertà è probabilmente la sua caratteristica più interessante.
Credo che il sistema culturale abbia bisogno di realtà differenti, ciascuna con il proprio ruolo. Le istituzioni e le gallerie svolgono un lavoro fondamentale, ma possono esistere anche spazi più fluidi, dove le idee nascono da incontri spontanei e possono svilupparsi senza dover rispondere immediatamente a una struttura definita. Mi interessa soprattutto preservare questa possibilità di sperimentare, anche di cambiare direzione, senza sentire la necessità di trasformare ogni intuizione in un programma.
Atrium potrebbe diventare un soggetto capace di produrre e commissionare opere, sostenere artisti emergenti, costruire collaborazioni con musei e fondazioni? Quale sviluppo immagina per la sua attività culturale nei prossimi anni?
Assolutamente sì, è una direzione che mi interessa molto e che in parte abbiamo già iniziato a esplorare. Anche per The Atrium Show abbiamo contribuito alla produzione di alcune opere in cui credevo particolarmente, e abbiamo avuto l'opportunità di collaborare con gallerie e altre realtà del sistema dell'arte. Trovo che la possibilità di sostenere concretamente la realizzazione di un lavoro sia uno degli aspetti più stimolanti di questo progetto. Non si tratta soltanto di offrire uno spazio espositivo, ma di mettere a disposizione risorse, competenze e relazioni per permettere a un'idea di prendere forma.
Mi piacerebbe sviluppare ulteriormente questo aspetto e costruire collaborazioni anche con musei, fondazioni e gallerie. Non ho però interesse a trasformare Atrium in un'istituzione. Vorrei che continuasse a crescere in modo organico, mantenendo la libertà e la spontaneità che lo caratterizzano.
Il rapporto tra moda e arte è diventato sempre più stretto: grandi maison finanziano musei, fondazioni e mostre, mentre artisti e designer condividono linguaggi, pubblici e collezionisti. Secondo lei, oggi è la moda ad avere bisogno dell'arte oppure è il sistema dell'arte ad avere sempre più bisogno delle risorse e della capacità produttiva della moda?
Non credo sia più possibile ragionare in termini di discipline completamente separate. Arte, moda, cinema, architettura, design e musica si influenzano continuamente. I confini sono sempre più permeabili e credo che proprio questa contaminazione sia una delle caratteristiche più interessanti della cultura contemporanea. La moda può certamente offrire all'arte risorse, capacità produttive e occasioni per raggiungere pubblici differenti. Allo stesso tempo, l'arte può introdurre nella moda linguaggi, prospettive e modi di pensare che vanno oltre le logiche del prodotto.
Ma non mi piace pensare a questo rapporto come a uno scambio di necessità. Preferisco immaginarlo come un dialogo tra mondi che appartengono già allo stesso paesaggio culturale. Il punto, secondo me, non è stabilire chi abbia più bisogno dell'altro, ma capire se da questo incontro possa nascere qualcosa che nessuna delle due discipline avrebbe prodotto da sola.
I grandi gruppi del lusso sono ormai tra i principali protagonisti del mecenatismo culturale internazionale. Un marchio indipendente come Durazzi Milano può proporre un modello diverso, più vicino agli artisti e meno condizionato dalle logiche di visibilità e ritorno economico?
Credo di sì, anche se non penso che i due modelli debbano necessariamente essere contrapposti. I grandi gruppi hanno risorse e strutture che consentono di sostenere progetti culturali di enorme importanza. La dimensione indipendente offre però una libertà diversa. Nel nostro caso le decisioni nascono da un interesse diretto, da relazioni personali e da una sensibilità che non deve necessariamente essere tradotta in una strategia di comunicazione. Posso decidere di sostenere un artista semplicemente perché credo nel suo lavoro, senza dover dimostrare che quella scelta produrrà un ritorno misurabile per il marchio.
Naturalmente anche un brand indipendente ha delle responsabilità economiche, ma credo sia importante preservare uno spazio in cui non tutto venga valutato attraverso parametri commerciali. Per me il valore di un progetto culturale risiede prima di tutto nella qualità delle idee e delle relazioni che riesce a generare.
Lei ha lavorato sia nel sistema della moda sia in quello dell'arte. Quale dei due mondi considera oggi più libero, più capace di rischiare e di investire su idee nuove? E quale, invece, è diventato più autoreferenziale?
Credo che entrambi i mondi abbiano delle contraddizioni. La moda è un sistema estremamente veloce, che ha una grande capacità di assorbire nuovi linguaggi e trasformarli, ma proprio questa velocità può diventare un limite. La necessità di produrre continuamente novità non coincide sempre con la libertà di sperimentare. Il sistema dell'arte ha tempi diversi e, almeno in teoria, una maggiore possibilità di sviluppare ricerche senza una finalità immediatamente commerciale. Allo stesso tempo, anche l'arte ha le proprie dinamiche, gerarchie e convenzioni, che a volte possono renderla autoreferenziale. Non credo quindi che uno dei due mondi sia necessariamente più libero dell'altro. La libertà dipende molto dalle persone, dalle strutture in cui lavorano e dalla loro capacità di mantenere una posizione indipendente.
Quello che mi interessa è cercare di conservare questa autonomia nel mio lavoro, prendendo da entrambi i mondi ciò che considero più stimolante, senza sentirmi obbligata ad aderire completamente alle regole di nessuno dei due.
Maurizio Cattelan è cofondatore e socio finanziario del marchio. Come si è costruito il vostro rapporto professionale e come convivono il confronto con lui e l'autonomia della sua visione creativa?
La nostra è una relazione di grande stima e confronto, che si è sviluppata negli anni attraverso il lavoro e una sensibilità condivisa, pur seguendo ciascuno un proprio percorso creativo. Durazzi nasce dalla mia ricerca personale, dalle mie passioni e dagli interessi che coltivo da anni. Lo stesso vale per Atrium, che è un'estensione naturale di questo universo, delle relazioni e degli interessi che lo alimentano.
Che cosa le ha insegnato lavorare con un artista come lui?
Credo che uno degli insegnamenti più importanti sia il valore di uno sguardo indipendente. La capacità di mettere in discussione ciò che viene dato per scontato, di non accettare automaticamente le convenzioni di un sistema e di mantenere una certa libertà nel modo di pensare. Un altro aspetto che trovo interessante è la capacità di arrivare all'essenza di un'idea, senza complicarla inutilmente. Spesso le intuizioni più forti sono anche quelle che riescono a esprimersi con maggiore immediatezza. È qualcosa che sento vicino anche nel mio lavoro. Cerco di costruire un linguaggio riconoscibile, ma senza perdere la curiosità, la possibilità di cambiare idea e soprattutto il piacere di fare ricerca.
Penso che il confronto con persone che hanno una visione forte sia prezioso proprio perché ti spinge a interrogarti continuamente sulla tua.
Ilenia Durazzi
Luca Zuccala
Leggi i suoi articoliAltri articoli dell'autore
A Settignano, sulle colline di Firenze, la famiglia Marchi Zalum apre Villa Gamberaia alla produzione artistica contemporanea attraverso «Un palcoscenico nella natura», il programma di residenze curato da Emanuela Mazzonis. Ogni anno un artista italiano e uno internazionale sono invitati a trascorrere tre settimane nella dimora storica per ideare opere site-specific destinate a una collezione permanente nel giardino. Dopo la prima edizione con Claudia Passeri e Federica Belli, il progetto guarda al 2027 con nuove collaborazioni, dalle manifatture toscane al Museo Sant'Orsola, fino a una residenza musicale con Le Dimore del Quartetto. Un modello di committenza privata che mette in relazione patrimonio, produzione e territorio.
L'istituzione milanese compie un quarto di secolo e traccia la rotta per il futuro tra la valorizzazione delle collezioni permanenti, i grandi restauri di Previati e Reni, le mostre fotografiche e l'apertura ai musei internazionali
Dall’ex garage Citroën nasce una delle più ambiziose nuove istituzioni museali europee. La curatrice Silvia Franceschini ne racconta la costruzione, le tensioni con il territorio, il rischio di gentrificazione, le nuove responsabilità delle istituzioni culturali e i limiti del sistema dell’arte italiano: «Molte istituzioni sembrano dedicare più attenzione ai finanziatori privati e ai pubblici già consolidati che a comunità più ampie e diversificate»
«La creta è come la mia carne». Dal 4 novembre al 19 dicembre, Lévy Gorvy Dayan presenta, in collaborazione con la Galleria dello Scudo, dodici sculture dell'ultimo decennio di Leoncillo, alcune delle quali già esposte nella sua personale newyorkese del 1965. Da «Taglio bianco» a «San Sebastiano nero» e «Tempo ferito II», la mostra ricostruisce la radicalità di una ricerca che ha fatto della terracotta una materia viva, lacerata, inseparabile dal corpo dell'artista. Un ritorno internazionale che si confronta, negli stessi spazi della galleria, con Francis Bacon e Willem de Kooning.



