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Veduta della mostra di Pietro Moretti, Sete, 2026. Galerie Romero Paprocki, Paris

Foto: Allison Borgo

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Veduta della mostra di Pietro Moretti, Sete, 2026. Galerie Romero Paprocki, Paris

Foto: Allison Borgo

Durante Art Basel Paris, c’è anche la prima personale in Francia di Pietro Moretti

Da Romero Paprocki il pittore romano racconta la fine delle città-promessa di inclusione e libertà. I suoi notturni di Londra e Berlino aiutano così a leggere anche la Parigi di questi giorni

Giorgia Aprosio

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Quel 17 ottobre, a Parigi, per spostarsi da una parte all’altra della città bisognava fare i conti con i fumogeni. Chi non era in piazza seguiva gli scontri dal telefono, cercava una metro aperta o restava in casa. La protesta partita nelle scuole, contro edifici fatiscenti, classi sovraffollate e tagli ai fondi, aveva nel frattempo raccolto anche il malcontento per il costo della vita e per servizi pubblici sempre più fragili. A fine giornata restavano cariche, idranti, incendi e vetrine rotte. E la sensazione che non si trattasse più soltanto di una protesta studentesca.

Poco lontano, nel Marais, Pietro Moretti inaugurava Sete da Galerie Romero Paprocki. La sua prima personale in Francia, alla vigilia di Art Basel Paris, riunisce sette dipinti ispirati a Londra e Berlino: le città in cui l’artista romano, classe 1996, ha studiato, lavorato come cameriere e poi scelto di vivere.

Di primo acchito, il quadro più grande della mostra, Café Europa, sembra raccontare un comune interno. Un uomo alticcio beve una birra in un bar illuminato da una candela. Al tavolo accanto, una donna con il velo è seduta con la sua famiglia; il bambino porta un bicchiere alla bocca, l’uomo guarda verso la strada. In primo piano, un cane cerca attenzione tra gli avventori. L’occhio dello spettatore si sofferma con naturalezza sulle figure avvolte dalle luci calde della stanza, sui rossi e sugli aranci che bagnano le piante, i bicchieri e le persone raccolte al riparo. Il quadro richiama la lunga tradizione del café dipinto come luogo d’incontro, dove le vite si sfiorano, si osservano, si confrontano.

Veduta della mostra di Pietro Moretti, Sete, 2026. Galerie Romero Paprocki, Paris. Foto: Allison Borgo

Solo che, per Moretti, il café è un falso soggetto. La scena illuminata dalla luce fredda e blu, che sembra stare ai margini della tela, è in realtà quella centrale. Oltre le due grandi finestre del bar passano furgoni della polizia. Davanti al portone illuminato, una famiglia con valigie si allontana. L’artista immagina uno sgombero, forse di un appartamento abitato da immigrati: situazioni che a Berlino, racconta, avvengono spesso nelle ore centrali della notte.

Secondo i dati dell’Ufficio federale di statistica tedesco, all’inizio del 2025 Berlino contava 53.600 persone senza casa ospitate in strutture e soluzioni temporanee. Il Sozialbericht 2025 del Senato di Berlino segnala inoltre che quasi un quinto delle famiglie spende più del 40% del proprio reddito per l’affitto. Nello stesso anno, stando ai dati del Governo federale comunicati al Bundestag, in Germania sono state eseguite 22.787 espulsioni.

Che cosa succede a chi, di punto in bianco, non riesce più a trovare posto nel luogo in cui vive? E dove va, quando le speranze di miglioramento e di emancipazione che lo avevano portato lì si rivelano insufficienti? È da questa domanda che Moretti fa partire Sete.

I sette dipinti, grandi e piccoli, sembrano appartenere tutti allo stesso luogo e alla stessa ora, come un montaggio cinematografico interrotto dall’irruenza di primi piani. Non è la sera quando i ristoranti sono ancora pieni, e non è nemmeno la notte della festa. È piuttosto quella delle sedie da impilare, dei pavimenti da pulire, degli androni, delle scale e delle finestre ancora illuminate; di chi aspetta l’ultimo autobus per tornare a casa dopo il turno o si ferma sotto una luce accesa per fumarsi finalmente una sigaretta.

Veduta della mostra di Pietro Moretti, Sete, 2026. Galerie Romero Paprocki, Paris. Foto: Allison Borgo

In Ore piccole, due figure incappucciate, forse spacciatori, ammazzano il tempo giocando a scacchi su un bidone dell’immondizia. In Irving Street, il primo dipinto del ciclo, una cameriera pulisce un tavolino fuori da un ristorante mentre un collega porta via una pila di sedie. La strada londinese è vista dall’alto, in una prospettiva che fa scendere lo sguardo sulle figure rimaste sul marciapiede: un uomo anziano con un sacco verde, un’altra persona che ne porta due, alcune presenze davanti alle vetrine ormai chiuse.

Intanto, dentro uno di quei locali italiani in via di chiusura, con l’insegna «Bella Italia», quasi a richiamare le origini del pittore, potrebbe svolgersi la scena raccontata in I tovaglioli. Un cameriere in giacca e cravatta sta dietro un bancone mentre le sue mani spariscono in una massa di stoffa giallo-verde. Il dipinto, come molti altri del ciclo, nasce da un ricordo specifico di Moretti. In questo caso, quello di un collega londinese che, finito il turno, si ostinava a piegare con precisione anche quella coltre di tovaglioli ormai sporchi e destinati alla lavanderia.

Secondo lo State of London, il rapporto della Greater London Authority che rielabora i dati del Ministero per l’Abitazione britannico, alla fine di settembre 2025 i borough della capitale ospitavano 75.800 nuclei familiari senza casa in sistemazioni temporanee. È il dato più alto dall’inizio della serie storica nel 1988 e supera, da solo, quello di tutte le altre regioni inglesi messe insieme. La Londra che negli anni di formazione di Moretti sembrava offrire la possibilità di cominciare qualcosa di nuovo oggi fa i conti con affitti inaccessibili e con quelle stesse famiglie che vengono spostate sempre più lontano dai quartieri in cui vivevano.

In Sete, la tela che dà il nome alla mostra e offre forse la sua immagine più apertamente simbolica, un bambino con lo zaino beve da una pozzanghera. Una figura adulta sotto l’ombrello si china verso di lui e tende una mano come per fermarlo. Eppure si blocca ancor prima di toccarlo.

Giorgia Aprosio, 22 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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