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Aziza Kadyri, Art Basel Zero10, 2026

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Aziza Kadyri, Art Basel Zero10, 2026

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Agnieszka Fąferek: «Chi dovrebbe decidere quando sono pronta?»

Dalla Polonia a Milano, Agnieszka Fąferek racconta come ha costruito eastcontemporary, la galleria-ponte tra l’Italia, l’Europa orientale e l’Asia centrale, che cosa ha imparato sul mestiere di gallerista e come crede debba evolvere

Giorgia Aprosio

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Aveva trovato uno spazio e immaginato il programma del primo anno. Mancavano una rete di collezionisti e una struttura consolidata, mentre intorno a lei c’era chi le suggeriva caldamente di aspettare. Agnieszka Fąferek ha aperto comunque, a Milano, nel 2020, in piena pandemia. 

Nata come spazio non profit e diventata galleria commerciale l’anno successivo, la sua eastcontemporary ha costruito in questi anni il proprio programma, tassello dopo tasselo, a partire dalle scene artistiche dell’Europa centrale e orientale, estendendo poi la ricerca ai Balcani e all’Asia centrale.

Polacca, con una formazione in Cultural Studies e teatro, Fąferek è arrivata alle arti visive attraverso un percorso tra Londra, Venezia e Milano. Nel 2024 ha ricevuto ad Artissima il Premio Diana Bracco per le donne imprenditrici dell’arte. Nel 2026 ha presentato ad Art Basel, a Basilea, uno stand dedicato all’artista Aziza Kadyri, premiata agli Art Basel Awards nella categoria Emerging Artist. L’abbiamo incontrata in occasione del debutto della galleria a Frieze London per parlare di fiducia, sostenibilità e crescita.

Quando ha capito che voleva aprire una galleria?
L’idea è maturata nel corso degli anni, attraverso esperienze diverse nel mondo della cultura. Ho studiato Cultural Studies e teatrologia in Polonia, dove ho lavorato nella musica e nel teatro. A Londra mi sono poi avvicinata alle arti visive attraverso un’esperienza al Victoria and Albert Museum. Una volta in Italia, ho conseguito un master in gestione dei beni culturali all’Università Cattolica, specializzandomi nel mercato dell’arte. La mia tesi, una decina di anni fa, era dedicata ai modelli di business innovativi delle gallerie contemporanee. In un certo senso, stavo già immaginando quello che avrei voluto costruire.
Prima di aprire eastcontemporary ho lavorato in istituzioni come la Peggy Guggenheim Collection di Venezia, in organizzazioni non profit e in gallerie commerciali. Ho potuto osservare il sistema da prospettive differenti, cercando di capire anche quali aspetti avrei voluto ripensare.
Il teatro ha influenzato molto il mio modo di guardare all’arte e di dialogare con gli artisti. Mi interessano quelli capaci di raccontare storie, costruire mondi e attraversare discipline diverse. Credo che il programma della galleria rifletta questa curiosità.
Vengo da una piccola città polacca di appena diecimila abitanti, dove la possibilità di una carriera internazionale sembrava piuttosto lontana. Oggi, soprattutto da quando sono diventata madre di due bambini, guardo al mio percorso con maggiore consapevolezza. Aprire una galleria a Milano, partendo da quel contesto e senza una solida rete di contatti, è stato un salto nel vuoto. Ne sono molto orgogliosa.

eastcontemporary è nata nel 2020, durante la pandemia. Perché proprio allora?
Avevo trovato uno spazio che mi piaceva e avevo già in mente il programma espositivo del primo anno. Mi mancavano invece una rete di collezionisti, una struttura e forse anche quella sicurezza che si pensa di dover avere prima di avviare un’attività.
Diverse persone mi dicevano che avrei dovuto aspettare, fare ancora esperienza. A un certo punto mi sono chiesta «Chi dovrebbe decidere quando sono pronta?». Credo che non si sia mai completamente pronti. Molte cose si imparano soltanto facendole.
Ho iniziato come spazio non profit, per concedermi il tempo di costruire un pubblico e sviluppare un’identità curatoriale, passando alla galleria commerciale nel 2021. Ero consapevole che, come giovane donna polacca, avrei dovuto conquistare la fiducia di un ambiente in cui non avevo relazioni consolidate. Non sono mancate situazioni curiose. Alcune persone entravano in galleria e, anche dopo che avevo spiegato di esserne la proprietaria, continuavano a chiedermi chi ci fosse realmente dietro il progetto.

Frieze London 2026, eastcontemporary. Foto Joanna Wilk

Mila Panic, Madness, 2024, eastcontemporary, Milano, Foto Tiziano Ercoli_2

E perché proprio a Milano?
Milano era già la città in cui vivevo e lavoravo. Mi interessavano la sua apertura internazionale e la possibilità di creare dialoghi tra discipline e comunità diverse. Fin dall’inizio mi sono data tre anni per capire se il progetto potesse funzionare. Il mio criterio di successo era la sostenibilità. Volevo costruire una galleria capace di mantenersi attraverso il proprio programma, senza dipendere da altre attività o da finanziamenti familiari.

Il nome scelto suggerisce una prospettiva precisa. Perché concentrarsi sull’Europa centrale e orientale?
La scelta è stata innanzitutto personale. Essendo polacca, conoscevo bene quel contesto culturale e sentivo che molte ricerche meritassero maggiore visibilità internazionale. Volevo costruire un programma con una direzione precisa, capace di mettere in relazione comunità artistiche che, nonostante la vicinanza geografica o storica, spesso comunicano poco tra loro.
A volte mi viene chiesto se questa specializzazione non sia limitante. Penso il contrario. Avere una direzione precisa permette di approfondire, costruire competenze e sviluppare relazioni durature, senza che gli artisti debbano condividere gli stessi temi o linguaggi.
Negli anni l’interesse si è esteso ai Balcani e all’Asia centrale, e continuerà ad aprirsi ad altre geografie. Non le considero categorie rigide, né credo che un artista debba essere interpretato esclusivamente attraverso la propria provenienza. Per me queste geografie sono un punto di partenza per un dialogo più ampio.

Nel programma è forte anche la presenza di artiste.
È nata dalle ricerche e dagli incontri, senza una percentuale da raggiungere. Sono felice di contribuire alla loro visibilità, considerando quanto il sistema dell’arte ne abbia storicamente sottorappresentato il lavoro. Al centro delle mie scelte rimangono la qualità della ricerca e il contributo che può portare al dibattito contemporaneo.

Come scopre gli artisti con cui lavorare?
Viaggio, visito biennali, mostre istituzionali, studi e spazi indipendenti. Cerco di essere presente nei luoghi in cui le ricerche si sviluppano, prima ancora che arrivino al mercato. Ma gli incontri avvengono in modi molto diversi.
Per esempio, Selma Selman, con cui ho collaborato, mi ha parlato di una delle sue migliori amiche, Mila Panić, artista visiva e stand-up comedian bosniaca. La prima cosa che ho pensato è stata «Come facciamo a presentare un lavoro del genere in galleria?». Ed è proprio questa difficoltà che mi ha affascinata. Mi interessava il modo in cui porta la parola e l’umorismo nero bosniaco dentro sculture, disegni, installazioni e performance.
Eliška Konečná l’ho scoperta invece attraverso il suo progetto di diploma, un’installazione tessile e scultorea di cui mi sono subito innamorata. Anastasia Sosunova l’ho conosciuta durante un viaggio di ricerca organizzato grazie all’Istituto di Cultura Lituano. Con Ala Savashevich, artista bielorussa che lavora soprattutto con la scultura, è successo quasi il contrario. Mi ha contattata proprio mentre pensavo di scriverle. A volte cerco io gli artisti, altre volte sono le relazioni o le coincidenze a portarli da me.

Quali sono le difficoltà più concrete nel portare avanti una galleria? 
Mi piace paragonare il mercato dell’arte a un oceano e il lavoro del gallerista al surf. Non possiamo controllare le onde, ma possiamo imparare a leggerle, navigarle. Certo, servono pazienza, sensibilità e disciplina, insieme al coraggio di decidere rapidamente quando si presenta un’opportunità. La sfida principale è stare in equilibrio tra ricerca, mercato e sostenibilità economica, senza perdere la propria identità. 
Vengo da una famiglia di piccoli imprenditori e sono cresciuta con l’idea che un’attività debba essere capace di sostenersi. Nel sistema dell’arte è estremamente facile spendere troppo, soprattutto quando si lavora a livello internazionale. Per una galleria che collabora con artisti residenti in Paesi diversi, la logistica è una delle difficoltà maggiori. Io, per esempio, cerco di organizzare trasporti condivisi, facendo viaggiare insieme opere destinate a più mostre. Richiede pianificazione, ma riduce i costi e l’impatto ambientale.

Slavs and Tatars, Salty Sermon, 2023, eastcontemporary, Milano. Foto Tiziano Ercoli

You were never promised a happy life, Eliška Konečná, 2026, eastcontemporary, Milano. Foto Michela Pedranti

C’è qualcosa che cambierebbe del modello tradizionale?
Se per modello tradizionale intendiamo una galleria che si occupa principalmente di organizzare mostre e vendere opere, mi sembra che quel modello sia ormai insufficiente. Deve saper creare opportunità e accompagnare gli artisti in contesti diversi. Credo in una crescita orizzontale, attraverso relazioni e collaborazioni internazionali, più che nel solo aumento degli spazi, del personale o delle dimensioni commerciali. Il mercato può rendere possibili produzioni ambiziose, pubblicazioni e progetti istituzionali. L’importante è che non si verifichi il contrario, e che sia il mercato a determinare il programma.

Quindi abbiamo ancora bisogno di un certo tipo di gallerista.
Assolutamente sì, ma il ruolo va interpretato in modo più ampio della semplice intermediazione commerciale. Vendere permette agli artisti di continuare a lavorare, ma è soltanto una parte del mestiere.
Il mio lavoro comprende il sostegno alla produzione, le relazioni con curatori e istituzioni, la ricerca di finanziamenti, le candidature, le pubblicazioni, oltre a contratti, trasporti e organizzazione. Cerco anche di essere presente nei momenti importanti, seguendo le mostre degli artisti, dalle biennali ai progetti museali. È una presenza che aiuta a costruire fiducia e continuità.
Un esempio è Anastasia Sosunova, che rappresento da diversi anni e con cui debutto a Frieze London. Nel 2023 abbiamo inaugurato la sua prima personale in galleria; nel 2025 ha avuto la prima personale istituzionale in Italia, alla Fondazione ICA Milano. Nel 2027 sono previste le sue prime personali istituzionali negli Stati Uniti, allo SculptureCenter di New York, e in Germania, all’Heidelberger Kunstverein. Sono percorsi che richiedono tempo e una rete di relazioni costruita con pazienza e dedizione.

Quali responsabilità comporta oggi rappresentare un artista?
Come dicevo, non ho mai avuto paura delle pratiche complesse, anzi, spesso più una pratica è difficile, più mi incuriosisce. Credo che questo coraggio derivi anche dagli anni trascorsi nelle arti performative. Questo poi, è un lavoro mosso innanzitutto dalla passione. Negli ultimi anni ho imparato a non avere fretta, all’inizio ero molto più impulsiva. Oggi preferisco osservare a lungo un percorso prima di proporre una collaborazione stabile.
La rappresentanza non dovrebbe essere una gara a chi si accaparra per primo un nuovo nome. È una relazione che idealmente dura molti anni, quindi prima di intraprenderla è fondamentale essere certi di condividere una visione e di avere una sintonia lavorativa, ma innanzitutto umana.
C’è poi una responsabilità culturale più ampia. Le opere che sosteniamo oggi possono entrare domani nelle collezioni dei musei e contribuire alla costruzione della storia dell’arte contemporanea. Davanti a un’opera mi chiedo sempre quale rilevanza potrebbe avere tra dieci o vent’anni. Scegliere di sostenere un artista nel lungo periodo significa anche interrogarsi su ciò che il suo lavoro può dire al pubblico di oggi e a chi verrà dopo di noi.

Ad Art Basel 2026 ha presentato uno stand dedicato ad Aziza Kadyri nella sezione Zero 10. L’artista è stata premiata agli Art Basel Awards nella categoria Emerging Artist. Come è iniziata la vostra collaborazione e che cosa l’ha colpita inizialmente della sua ricerca?
Ho conosciuto Aziza alla Biennale di Venezia del 2024, dove rappresentava l’Uzbekistan con il progetto Don’t Miss the Cue. Prima di partire avevo studiato il lavoro di diversi giovani artisti presenti alla Biennale e il suo mi aveva colpita, soprattutto per la componente tecnologica. Paradossalmente, era qualcosa da cui in passato avevo cercato di mantenere una certa distanza.
Approfondendone la ricerca, ho poi capito che la tecnologia era per lei uno strumento critico. Attraverso l’intelligenza artificiale mette in discussione il modo in cui vengono rappresentate, trasformate e talvolta distorte le identità culturali e la memoria collettiva. Mi affascinava il dialogo tra il ricamo tradizionale suzani, legato alla storia e al lavoro delle donne dell’Asia centrale, e gli strumenti tecnologici contemporanei, di cui indaga anche i pregiudizi.
E poi c’è stato l’incontro umano. Aziza è generosa, positiva, piena di energia. L’ho presentata per la prima volta ad Artissima nel 2024 e da allora abbiamo lavorato intensamente. L’ho accompagnata alla Biennale di Bukhara, l’ho incoraggiata a candidare un video al CIRCA Prize, dove è arrivata tra i finalisti, e abbiamo costruito nuove connessioni attorno alla sua pratica. Quest’anno sono arrivati il riconoscimento agli Art Basel Awards nella categoria Emerging Artist, la commissione per il V&A di Londra e altri progetti museali.
C’è un episodio che per me ha un significato particolare. Alla mia prima Artissima, nel 2021, guardavo la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo pensando che un giorno mi sarebbe piaciuto vedere lì una mostra di un artista che rappresentavo. Quest’anno Aziza inaugurerà proprio alla Fondazione la sua prima personale istituzionale in Italia. Il merito è soprattutto suo e del suo enorme lavoro. È bello vedere come le azioni e le relazioni costruite nel tempo possano contribuire a questo percorso.

È una pratica che pone delle sfide anche a chi deve raccontarla e collezionarla. Come si sostiene un lavoro che non si traduce facilmente in un oggetto da esporre o da vendere?
Costruendo le condizioni perché possa svilupparsi, essere capito, senza essere semplificato solo per rispondere alle aspettative del mercato. Questo significa sostenere la produzione, trovare contesti espositivi adeguati, coinvolgere curatori e istituzioni, accompagnare i collezionisti nella comprensione di concetti che possono sembrare poco immediati.
Le installazioni di Aziza combinano tessuti, ricamo, scultura, performance e tecnologie digitali, spesso con produzioni impegnative. Queste ricerche possono ampliare la nostra idea di arte contemporanea, mettendo in discussione gerarchie ancora radicate tra arte e artigianato, tradizione e innovazione, oggetto e performance.
Molte tecniche provenienti da contesti poco rappresentati nel sistema occidentale sono state a lungo considerate marginali. Artisti come Aziza ne mostrano invece il potenziale sperimentale e la capacità di affrontare questioni attuali. Sostenerli anche attraverso il collezionismo significa dare loro la libertà di sviluppare il proprio linguaggio senza chiedere che si adattino a categorie già esistenti.

La mostra di Kadyri alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo inaugurerà il 29 ottobre. Quali altri appuntamenti attendono la galleria e i suoi artisti nei prossimi mesi?
Sto lavorando a una mostra con Emilija Škarnulytė. All’inizio del 2027 inaugureremo la prima personale in Italia di Martina Cox, giovane artista americana di origini italiane, con nuovi lavori ispirati alle collezioni di Palazzo Morando a Milano e alla storia della moda italiana. La sua pratica attraversa disegno, scultura e moda. Attraverso abiti storici, corsetti e strutture sartoriali indaga il rapporto tra corpo femminile, identità e costruzioni sociali della femminilità.
Seguirà una personale di Natália Trejbalová, artista slovacca che vive e lavora a Milano da diversi anni e il cui universo visivo mi incuriosisce moltissimo. Ospiteremo poi la seconda personale di Pakui Hardware, duo lituano con cui ho collaborato per la prima volta nel 2021 e che ho iniziato a rappresentare ufficialmente da qualche tempo. Sarà bello tornare a lavorare insieme a distanza di sei anni.

Giorgia Aprosio, 19 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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