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Silvia Conta
Leggi i suoi articoliDomande millenarie, archivi storici, ricerche artistiche, pratiche curatoriali e consapevolezze contemporanee: nella storia si sono susseguite religioni, filosofie, leggi per determinare il modo “migliore“ e risolutivo del vivere sociale, eppure le sfide, i conflitti, le prevaricazioni, le ipocrisie, le buone intenzioni naufragate in nuovi estremismi, così come i miglioramenti, le lotte vinte, il progresso e le conquiste di nuovi diritti hanno sempre accompagnato la storia del vivere sociale e della quotidianità degli individui. Alla 61. Biennale di Venezia il Padiglione Svizzero riflette su un dato di fatto tanto lapalissiano, quanto difficile da comprendere e accettare nei secoli: vivere insieme è una continua rinegoziazione, un processo mai concluso, ovvero “The Unfinished Business of Living Together”, che dà il titolo all’intero progetto e pone sotto la lente d’ingrandimento la linea diretta tra storia recente e grandi questioni della contemporaneità.
La mostra, ideata dai curatori Gianmaria Andreetta e Luca Beeler insieme all’artista Nina Wakeford e realizzata in collaborazione con gli artisti Miriam Laura Leonardi, Lithic Alliance e Yul Tomatala, tuttavia, non affronta in astratto la questione mastodontica del vivere in comune, ma la analizza e la ripensa attraverso la lente di fatti storici, partendo da una dimensione vicina nel tempo e prossima alla gente, ovvero da trasmissioni della televisione svizzera degli anni Settanta e Ottanta. Nello specifico sono stati selezionati due programmi, il cui il modo di affrontare il tema dell’omosessualità diventa paradigma per l’osservazione di come una società si muova nei confronti di temi “scomodi” e apparentemente non riguardanti la maggioranza dei cittadini, ovvero la presunta “normalità”. In particolare, l’analisi avviene attraverso l’osservazione di come le scelte narrative e la selezione delle persone a cui dare voce decenni fa, abbiano avuto ripercussioni fino al presente. Il progetto alla propria base, inoltre, individua nell'arte la via per riattivare l'archivio come luogo di dibattito, conflitto e coinvolgimento attivo. Su questi elementi si sono innestate le riflessioni e il lavoro in condivisione degli artisti invitati, attraverso un processo che ci hanno spiegato Dani V. Keller, artista del collettivo Lithic Alliance, e del co-curatore Luca Beeler, nell’intervista qui sotto.
The Unfinished Business of Living Together è un progetto collaborativo che «esplora sia le possibilità che le frizioni del “convivere”». Quali sono state le ragioni della scelta del tema e come è stato sviluppato?
Il punto di partenza per The Unfinished Business of Living Together è stata la considerazione di due programmi televisivi svizzeri - Telearena (1978) e Agora (1984) - che affrontavano l'omosessualità come un "problema" pubblico. Questi formati ci interessavano non solo perché riflettevano opinioni, ma perché rendevano visibili le condizioni in cui il discorso pubblico poteva avvenire: chi poteva parlare, come era strutturato il discorso e chi rimaneva escluso. Da lì è iniziato a emergere il tema del "vivere insieme". La televisione ha funzionato qui come una sorta di spazio-modello: ha dimostrato come una società si presenti come tollerante, mentre il controllo e la normatività continuano a operare. Il progetto, quindi, comprende il "vivere insieme" non come una condizione risolta, ma come una costellazione aperta, contraddittoria e storicamente persistente.
Il padiglione presenta opere dell'artista Nina Wakeford ed è stato sviluppato in collaborazione con gli artisti Miriam Laura Leonardi, Lithic Alliance e Yul Tomatala. Sono artisti di generazioni diverse, quali aspetti delle loro rispettive ricerche hanno avuto un peso decisivo per il loro invito?
Ciò che contava era che ogni approccio artistico portasse già una sensibilità verso le questioni di dimensione pubblica, medialità, corpo, spazio e coreografia sociale - proprio quei campi che sono anch'essi inseriti nel materiale televisivo che costituisce il punto di partenza del progetto. Ciò che collega queste diverse posizioni non è tanto uno stile comune, quanto un’apertura condivisa verso una pratica collaborativa. Le opere non sono concepite esclusivamente come contributi autonomi, ma si sviluppano in relazione l'una all'altra - attraverso montaggio, spostamento e influenza reciproca. È proprio questa differenza di approcci a rivelarsi produttiva, poiché permette al "vivere insieme" di apparire non come un'unità, ma come un campo di tensione.
La mostra è il risultato di un impegno artistico e curatoriale collaborativo: come si sono intrecciati i diversi approcci di artisti e curatori e quale processo creativo è stato seguito?
Fin dall'inizio l'obiettivo non era assemblare posizioni artistiche individuali sotto un quadro curatoriale, ma sviluppare un modo condiviso di lavorare, in cui diverse pratiche potessero inserirsi in una struttura altrettanto condivisa e in evoluzione - si potrebbe dire, in una forma di montaggio. Gli approcci artistici e curatoriali si sovrappongono continuamente. Le opere non sono nate isolate, ma attraverso uno scambio stretto: conversazioni, test, visioni comuni e divergenti, riorganizzazioni, modifiche. Le proposte venivano scartate, ricombinate o spostate. Molte decisioni prendevano forma solo in relazione ad altri elementi - non come gesti autonomi, ma come risposte all'interno di una costellazione in evoluzione.
Il progetto utilizza l'arte per riaprire l'archivio come luogo di dibattito attivo e di coinvolgimento. Quale visione dell'archivio entra in gioco e come viene rielaborato e presentato al pubblico della Biennale il materiale d'archivio?
Come e dove le storie sono conservate, in quali condizioni vengono classificate e rese accessibili, determina cosa conta come storia. La nostra ricerca negli archivi svizzeri non è rimasta al livello dei documenti. Ha preso forma attraverso gli incontri con persone che erano presenti all'epoca o che continuano a essere parte della sua eredità. Nella mostra, il materiale d'archivio non viene presentato come prova, ma rielaborato. Rivisitiamo momenti e dispositivi che hanno plasmato il modo in cui venivano negoziate le forme di convivenza e li portiamo in relazione con il presente. Il registro omosessuale della polizia, ad esempio, non viene mostrato come un documento fisso, ma riconfigurato come uno spazio di incontro. Attraverso il montaggio digitale, i singoli file vengono messi in relazione, rendendo visibili le classificazioni, le omissioni e le operazioni di controllo che li hanno strutturati. Le domande implicite in questi materiali - chi viene registrato, chi viene reso visibile, chi viene affrontato come problema e chi no - non vengono trattate come risolte. Il materiale appena prodotto non illustra l'archivio, ma entra in relazione con esso. Estende, interrompe e sposta le sue forme, permettendo a diverse temporalità di coesistere e di entrare in tensione.
Per chi non è ancora stato a Venezia, come descrivereste l’allestimento del padiglione?
Le vignette teatrali della serie TV originale ci hanno ispirato a lavorare con situazioni spaziali che guidano i visitatori verso diversi spazi dove la struttura sociale è negoziata, come lo studio televisivo. Collochiamo questo dispositivo mediatico in relazione ad altre infrastrutture, forse meno evidenti, per aprire un quadro più ampio e intrecciato. Un esempio è il rifugio per la difesa civile, che ha avuto un ruolo significativo in Svizzera dalla Guerra Fredda fino ad oggi: uno spazio ambivalente progettato per offrire protezione, ma in cui si negozia anche come vivere insieme, chi vi appartenga e a quali condizioni. Collega, inoltre, la promozione della famiglia nucleare con la politica della paura che, a loro volta, è stata mobilitata all'interno di agende interne omofobe. Oggi, questi spazi sotterranei sono utilizzati per ospitare persone in cerca di rifugio. La mostra è un montaggio spaziale di interventi architettonici, immagini in movimento e suoni che risponde a ciò che abbiamo trovato nelle condizioni architettoniche e contestuali del padiglione.
Durante l'intera durata della Biennale, offrite una serie di eventi per esplorare il tema in modo più approfondito, come parte integrante del progetto stesso che guarda a stimolare delle ricadute sui processi sociali, in particolare dando spazio ad altri artisti. Potete citare qualche nome?
Nel nostro progetto è importante tracciare collegamenti tra i momenti presenti e storici che continuano a plasmare, e chiedersi quali questioni restino irrisolte e quali debbano essere riformulate. I film di comunità subculturale svolgono un ruolo significativo in questo contesto e estendiamo questo interesse attraverso un programma cinematografico che mette in evidenza giovani registi queer svizzeri e mette in dialogo il loro lavoro con materiale d'archivio della Cinematheque Suisse. Abbiamo un evento musicale dedicato alla pianista jazz Irène Schweizer, impegnata nella scena lesbica in Svizzera. Per il concerto tributo, l'ex membro del Feminist Improvising Group (FIG) Maggie Nichols e la musicista svizzera Sarah Chaksad si esibiranno insieme a Venezia. Al termine della stagione della biennale si terrà un seminario co-organizzato con Goldsmiths, University of London, informato dal lavoro della regista Alice Arnold, seguito da una serata di performance con le artiste Nina Emge e Lithic Alliance che collaborano sui segnali e le frequenze queer del collettivo.
Silvia Conta
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