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Dian Suci, Venus Lau, Sara Piccinini e Cecilia Alemani durante l’evento di annuncio della vincitrice del Max Mara Prize for Women a Venezia

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Dian Suci, Venus Lau, Sara Piccinini e Cecilia Alemani durante l’evento di annuncio della vincitrice del Max Mara Prize for Women a Venezia

Dian Suci vince la decima edizione del Max Mara Prize for Women, la prima aperta al mondo

L’artista avrà la possibilità di sviluppare il progetto presentato durante una residenza di sei mesi in quattro città italiane per poi esporlo il prossimo anno nel Museum Macan di Giacarta e successivamente alla Collezione Maramotti di Reggio Emilia

Cecilia Paccagnella

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È Dian Suci la vincitrice del Max Mara Art Prize for Women, giunto alla decima edizione con una veste rinnovata: «Aprire questa edizione al mondo, e in particolare all’Indonesia e al Macan, non è solo un’espansione geografica, ma una chiara presa di posizione: l’innovazione artistica oggi non è più un monopolio occidentale», dichiarava a gennaio Cecilia Alemani, a cui è stato affidato il ruolo di curatrice.

L’artista indonesiana (1985) avrà la possibilità di sviluppare il progetto «Crafting Spirit: Cultural Dialogues in Heritage and Practice» durante i sei mesi di residenza in Italia, che da Assisi la condurrà a Roma, Lecce e infine a Firenze. In queste città, Suci potrà entrare in contatto con le realtà spirituali del territorio e le pratiche artigianali dietro alla realizzazione degli oggetti votivi e delle immagini sacre. L’artista ha infatti presentato alla giuria (presieduta dalla stessa Alemani e composta dalla direttrice del Museum Macan Venus Lau, dalla curatrice Amanda Ariawan, dalla gallerista Megan Arlin, dalla collezionista Evelyn Halim e dall’artista Melati Suryodarmo) una proposta che «nasce da narrazioni di corpi e memoria nelle vite e nei gesti di donne artigiane, il cui lavoro si trova spesso in equilibrio tra devozione e sopravvivenza. Questo riconoscimento mi offre l’opportunità di ampliare la mia ricerca tra l’Indonesia e l’Italia, e di apprendere da tradizioni e rituali che racchiudono la spiritualità all’interno dei corpi che creano».

Alla fine del periodo trascorso in Italia, Suci potrà tornare in Indonesia ad allestire una mostra presso il Museum Macan di Giacarta, che sarà inaugurata nell’estate 2027, a cui farà seguito un secondo momento espositivo, in autunno, alla Collezione Maramotti di Reggio Emilia, che ne acquisirà le opere.

«Il promettente progetto di Dian Suci, “Crafting Spirit. Cultural Dialogues in Heritage and Practice”, esplora gli ambiti della ritualità e della gestualità intrecciandoli con tecniche artigianali antiche e con la loro storia, in un dialogo costante tra Oriente e Occidente, afferma il presidente di Max Mara Fashion Group, Luigi Maramotti. La ricca tradizione dell’artigianalità italiana, nelle sue molteplici sfaccettature, è il cuore stesso del Max Mara Art Prize for Women, che si propone anche di mettere in relazione due mondi distinti, ma allo stesso tempo complementari, come l’arte e l’artigianato».

Quella di Suci si pone come una riflessione sul modo in cui nel corso dei secoli gli oggetti votivi siano stati trasformati sempre di più in oggetti mercificati, una conseguenza di un mondo che nel frattempo è diventato capitalista e schiavo delle leggi del mercato. La domanda sorge quasi in automatico: che cosa resta dei motivi per cui questi oggetti sono stati prodotti? La residenza è stata quindi studiata come un viaggio alla ricerca delle radici spirituali e delle pratiche artigianali che ancora resistono alle logiche di profitto. Lungo queste tappe l’artista avrà la possibilità di conoscere comunità e congregazioni religiose, docenti universitari, artigiani e artisti, grazie a cui imparerà le competenze tecniche per creare le opere che comporranno il suo progetto.

«La specificità del progetto di Dian risiede nello sguardo analitico con cui indaga la spiritualità: non come fuga dalla realtà, ma come forma di resilienza contro le logiche invasive del capitalismo e della produzione seriale, spiega Alemani. La sua residenza in Italia sarà un vero e proprio dialogo culturale: il contrasto e le analogie tra l’artigianato sacro umbro, la tradizione della cartapesta leccese e le maestranze fiorentine offriranno a Dian gli strumenti per mappare come il gesto manuale possa ancora farsi custode di una memoria collettiva e di un credo che resiste alla mercificazione della vita e dell’arte».

Cecilia Paccagnella, 11 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

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