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Gioia Meli
Leggi i suoi articoliCi sono edifici che raccontano un'epoca. Altri, invece, che raccontano una biografia. La Rocchetta Mattei, sull'Appennino bolognese, appartiene a un'altra categoria diversa ancora: è un'architettura che racconta un'idea del mondo. Difficile trovare, nel panorama italiano dell'Ottocento, un edificio altrettanto eccentrico. Costruita a partire dal 1850 sulle rovine di un'antica fortificazione medievale, la Rocchetta voluta dal conte Cesare Mattei nasce come manifesto materiale di una visione che intreccia ricerca scientifica, spiritualità, rappresentazione del potere, fascinazione per l'Oriente e costruzione del mito personale.
Oggi, con il completamento del nuovo intervento di restauro finanziato nell'ambito del PNRR e il progressivo ampliamento del percorso di visita, la Rocchetta torna a proporsi come uno dei casi più interessanti di valorizzazione del patrimonio italiano. Non soltanto per la qualità dell'intervento conservativo, ma perché restituisce piena leggibilità a un'opera che continua a sfuggire a qualsiasi classificazione. Cesare Mattei, letterato, politico e medico autodidatta, raggiunse nella seconda metà dell'Ottocento una notorietà internazionale grazie all'elettromeopatia, sistema terapeutico che univa principi omeopatici, fitoterapia e quella che definiva "elettricità vegetale". Le sue preparazioni venivano distribuite in numerosi Paesi e migliaia di persone raggiungevano l'Appennino bolognese nella speranza di essere curate. La fama del conte era tale da entrare perfino nella letteratura: nei Fratelli Karamazov Dostoevskij fa raccontare al diavolo di essere guarito da terribili reumatismi proprio grazie alle celebri gocce del conte Mattei.
La Rocchetta diventa così il centro fisico di questo universo. Qui Mattei conduce una vita quasi teatrale, circondandosi di una corte personale, ricevendo sovrani, aristocratici, intellettuali e pazienti provenienti da tutta Europa. L'edificio è insieme residenza, laboratorio, luogo di rappresentanza e scenografia di una nuova medicina che il conte intende presentare come alternativa alla scienza ufficiale. Anche l'architettura partecipa a questa costruzione simbolica. Il complesso mescola con assoluta libertà riferimenti medievali, suggestioni gotiche, elementi rinascimentali e soprattutto un ricchissimo repertorio arabo-moresco. Il celebre Cortile dei Leoni, ispirato all'Alhambra di Granada, convive con la cappella che richiama la Moschea-Cattedrale di Cordova, con logge orientali, sale inglesi, ponti levatoi, torri, ambienti decorati a stalattiti e scale allegoriche dove la nuova medicina viene celebrata come vittoria sul sapere tradizionale.
L'eclettismo ottocentesco raggiunge qui una delle sue espressioni più radicali. Non si tratta di un semplice repertorio decorativo, ma della costruzione di un'architettura narrativa nella quale ogni ambiente racconta una parte dell'identità del suo ideatore. Per questo la Rocchetta anticipa temi che oggi appaiono sorprendentemente contemporanei. Prima ancora di essere un castello, è un'esperienza immersiva. Il visitatore attraversa spazi che modificano continuamente prospettiva, luce, scala e linguaggio architettonico. L'edificio procede per continue sorprese, alternando compressione e apertura, penombra e luce, monumentalità e intimità, secondo una regia spaziale che trasforma la visita in un racconto.
La storia successiva del complesso è altrettanto significativa. Danneggiata durante la Seconda guerra mondiale, conosce un lungo periodo di abbandono. Negli anni Cinquanta Primo Stefanelli tenta di restituirle una funzione turistica, ma dopo la sua morte il castello torna progressivamente al degrado. Soltanto l'impegno del comitato civico nato alla fine degli anni Novanta e il successivo intervento della Fondazione Carisbo consentono di avviare il lungo recupero culminato con la riapertura del 2015. L'ultimo cantiere, appena concluso, rappresenta un nuovo capitolo di questa rinascita. Il restauro ha interessato il giardino storico, l'ala arabo-moresca e numerosi ambienti monumentali, integrandosi nel più ampio progetto "Da Campolo l'Arte fa Scola", che utilizza il patrimonio culturale come leva per il rilancio dell'intero Appennino bolognese. Alla conservazione si affiancano formazione universitaria, ricerca, turismo culturale e nuove funzioni destinate agli edifici circostanti.
È forse questa la lezione più interessante della Rocchetta Mattei. Per decenni è stata percepita come una curiosità architettonica, un castello fiabesco popolato da simboli esoterici e racconti leggendari. Oggi appare invece come un caso esemplare di patrimonio complesso, nel quale convivono architettura, storia della medicina, collezionismo, paesaggio, cultura materiale e memoria del territorio. La sua forza continua a risiedere proprio nell'impossibilità di ridurla a una sola definizione. È insieme castello romantico, manifesto scientifico, macchina teatrale, laboratorio culturale e opera totale. Una costruzione nata dall'ambizione di un singolo uomo e capace, ancora oggi, di raccontare come l'architettura possa diventare il luogo in cui idee, visioni e immaginazione assumono forma costruita.
Rocchetta Mattei. Foto Raffini
Gioia Meli
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