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Courtesy photo Vacheron Constantin

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Courtesy photo Vacheron Constantin

Dal patrimonio del Met alle botteghe contemporanee: il futuro del saper fare nell'incontro tra Metropolitan e Vacheron Constantin

Diciotto mesi di ricerca tra le collezioni del Metropolitan Museum of Art di New York e gli atelier ginevrini di Vacheron Constantin hanno dato vita a tre opere che reinterpretano le tecniche dell'artigianato storico. Nell'ambito del programma «Artisan Residency», Aspen Golann, Ibrahim Said e Joy Harvey hanno sviluppato altrettanti progetti tra ebanisteria, ceramica e oreficeria, confrontandosi con i manufatti conservati al museo e con i maestri della manifattura svizzera. Una collaborazione che interroga il rapporto tra conservazione, innovazione e trasmissione delle competenze, riconoscendo al saper fare una dimensione artistica contemporanea.

Il dialogo tra conservazione e artigianalità ha trovato una formalizzazione nelle sale del Metropolitan Museum of Art di New York, dove sono state presentate le opere conclusive del programma Artisan Residency. Promossa dall’istituzione museale americana in collaborazione con la Manifattura Vacheron Constantin (legata al Met da una partnership avviata nel 2023), la residenza ha visto coinvolti tre autori per un percorso di ricerca durato diciotto mesi, articolato tra gli atelier di Ginevra, le collezioni di New York e le rispettive sedi operative degli artisti.L’iniziativa, concepita per la salvaguardia e la trasmissione del “saper fare”, ha voluto sollecitare un riesame dei canoni artigianali tradizionali. Attraverso il contatto diretto con i nuclei conservativi del museo e con le maestranze orologiaie e decorative della Maison, i residenti hanno formulato risposte scultoree. 

Aspen Golann (USA, insegna alla Rhode Island School of Design) ha presentato “Vessel”, un contenitore monumentale in legno alto 1,52 metri. L’opera unisce ebanisteria, intaglio e scultura a bassorilievo, con un lessico decorativo vegetale e zoomorfo (fogliame, frutti, cavalli). La genesi formale si rintraccia nello studio dei manufatti lignei americani del XVII-XIX secolo conservati al Met. In particolare i cassoni provenienti dal Connecticut e dalla Pennsylvania con motivi incisi e le decorazioni pittoriche con unicorni. L’osservazione delle tecniche di smaltatura e incisione dei Métiers d’Art ginevrini ha guidato la Golann verso una concentrazione micro-decorativa, traducendo la precisione del dettaglio orologiero su una scala scultorea e inserendo la storiografia dell’arredo in una riflessione sulle dinamiche socio-culturali del manufatto.

Ibrahim Said (Egitto/USA) ha strutturato “Vertical Three-Layer Structure”, un’opera in ceramica laccata di 1,37 metri per 91 centrimetri composta da tre moduli semicircolari lavorati al tornio e assemblati verticalmente. La superficie, caratterizzata da trafori, intagli e smaltature policrome, reinterpreta il repertorio geometrico islamico e paleocristiano, inclusa la stella a otto punte, incorporando un velato richiamo alla Croce di Malta, emblema della Manifattura partner. Le fonti iconografiche individuate al Met spaziano dalle fiasche lenticolari egizie del Nuovo Regno ai filtri idrici d’epoca islamica (X–XII secolo), sino ai reperti orafi della XII dinastia. La simmetria e la ricerca della perfezione esecutiva riscontrati nei laboratori di alta orologeria si riflettono nella gestione della tensione strutturale dell’argilla, condotta dall’artista al limite della stabilità fisica.

Joy Harvey (Italia/UK), orafa con formazione fiorentina e studi in chimica, ha realizzato ”Bronze Diadem“, una coroncina in bronzo, oro, argento e rame sviluppata assieme ad una ricerca legante. Per riprodurre la malleabilità dei bronzi antichi senza ricorrere a elementi tossici (quali piombo o arsenico), Harvey ha sviluppato una lega specifica ricca d’argento e con una componente aurea al 60%. Il pezzo combina moduli romboidali, elementi a granulazione tratti dall’oreficeria greca antica e strutture a nervatura fogliare impreziosite da fiori di rovo dorati. L’elemento risolutivo dell’opera risiede nella sua deliberata de-strutturazione. L’artista ha deformato la regolarità del guilloche (tecnica artigianale e decorativa che consiste nell'incidere un motivo geometrico ripetitivo, lineare, ondulato o a intreccio su superfici metalliche) eseguito a Ginevra mediante successiva martellatura e ha trafitto il diadema con aste metalliche industriali, evocando la condizione della rovina. Tale scelta teorica risente dell’analisi di reperti antichi del Met, unitamente al dipinto incompiuto di Théodore Rousseau raffigurante la foresta di Fontainebleau, assumendo l’imperfezione e il degrado materiale quali indici di autenticità storica e processuale.

Il programma si inserisce nel solco delle politiche culturali di Vacheron Constantin (fondata nel 1755), storicamente orientate al tutoraggio e alla preservazione dei mestieri d’arte. 


 

Gioia Meli, 19 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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