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Non uno ma tre edifici, ognuno con una specifica funzione, ognuno identificato da forme, volumi e materiali diversi. Tutti però immersi nella natura rigogliosa e pacificante di un parco secolare, di cui è stato rispettato ogni albero. Rispettare gli alberi era la precondizione posta dalla Municipalità di Riehen, il piccolo centro appena fuori Basilea incastonato tra Svizzera, Francia e Germania, in cui si trovavano le residenze estive delle famiglie basilesi più influenti; ma questa era anche la volontà della Fondation Beyeler, quando, 10 anni fa, ha deciso che era giunto il momento di dare più respiro alla sua collezione, in crescita costante, alle funzioni di socialità, di scambio e di condivisione richieste oggi ai musei, ma anche agli uffici e alla logistica delle opere. E più agio ai visitatori, sempre più numerosi: nel 2025 sono stati oltre 500mila. Tutte funzioni, queste, per le quali non era più sufficiente il meraviglioso edificio progettato negli scorsi anni Novanta da Renzo Piano per (e con) Ernst Beyeler per ospitare la superba collezione sua e della moglie Hildy Beyeler.
È stata proprio l’idea di articolare il progetto in tre edifici invece di uno solo, necessariamente più invasivo, la scelta vincente di Peter Zumthor (Pritzker Price e Praemium Imperiale, cui già si devono il Kunsthaus Bregenz, il Kolumba di Colonia e l’ampliamento del Lacma di Los Angeles): quella che lo ha fatto prevalere sugli altri studi d’architettura giunti con lui alla selezione finale del mandato di studio affidato dalla Fondation Beyeler a 11 soggetti internazionali. Una scelta che ha indotto la giuria, formata dallo stesso Renzo Piano, da Jean Nouvel e da altri architetti di pari caratura, a scegliere all’unanimità il suo progetto, che di tutti era il più integrato nel paesaggio. Zumthor ha dato vita a un «ensemble» (come ama definirlo Sam Keller, direttore della Fondation Beyeler e motore di questo radicale rinnovamento) per realizzare il quale è stato acquisito il giardino privato di circa 10mila metri quadri contiguo a quello della Fondation Beyeler, raddoppiandone la superficie e creando un parco ora aperto alla collettività.
Il più imponente e visibile dei tre nuovi edifici è il Wyss Museum (1.500 metri quadrati distribuiti su tre piani), reso possibile dalla Wyss Foundation di Hansjörg Wyss, presidente della Fondation Beyeler. Nel progettarlo, Zumthor (che è nato a cinque chilometri da Basilea e che conosce a meraviglia queste colline e la luce speciale che le bagna: «Venivo a trovare la mia prima fidanzata, che abitava qui accanto. Due ore a piedi: ricordi del genere creano un legame del tutto personale con il luogo», rammenta ora) ha creato una pianta a Y per rispettare e abbracciare un vecchio ginkgo biloba, una vicina sequoia e un gruppo di platani, e ha utilizzato la pietra calcarea del Giura, estratta a pochi chilometri da qui. Trattata diversamente per le diverse parti dell’edificio, ma sempre protagonista, questa pietra domina con il suo caldo colore dorato la facciata in calcestruzzo battuto, che porta i segni della manualità della squadra che ci ha lavorato; i pavimenti delle sale espositive, in terrazzo alla veneziana; le panche e le scale in legno massello; le pareti interne. In una parola, tutte le superfici, sempre testate decine di volte nei colori e nelle texture dall’implacabile architetto. Un guscio caldo e accogliente per chi entra.
Una veduta della Fondation Beyeler a Basilea. Foto Mark Niedermann
Ogni piano ha grandi finestre orientate su scorci diversi di paesaggio, che mettono in connessione l’interno con il magnifico ambiente circostante: «Edificio e paesaggio formano un insieme inscindibile, commenta Zumthor. Io, poi, non amo la luce dall’alto. Preferisco la luce laterale, che ha più “anima”». Qui, nella gran sala affacciata con una vetrata sul verde del giardino, ci s’imbatte nell’opera simbolo della collezione dei Beyeler, quelle superbe, grandiose «Ninfee» (1917-20) di Monet che aprono il percorso della mostra inaugurale dell’edificio, «Constellations», curata da Sam Keller con Theodora Vischer, capocuratrice della Fondazione, che con nuovi innesti e rotazioni di opere accompagnerà fino al 5 settembre 2027 il primo anno di vita della rinnovata Fondation Beyeler. Con le «Ninfee», al piano terreno, altre opere poste sotto il segno dell’acqua e della natura di Roni Horn e di Otobong Nkanga (una natura violata però, la sua), di Wolfgang Tillmans e di Pierre Huyghe in connessione con il paesaggio che entra dalle vetrate.
Si sale al secondo livello e, dopo la natura, ecco l’«umano», corpo e psiche, con capolavori del Surrealismo di Max Ernst, René Magritte, Joan Miró e Picasso, ma anche Tillmans, oltre al grandioso Balthus della collezione Hersaint (la Fondation Beyeler ha stretto accordi di scambio con altre importanti collezioni, come questa, la Daros, la Wyss Collection e altre ancora). E, in una sorta di raccolta «cappella», «Constellations» (1943) di Alexander Calder, le poetiche opere che hanno dato il titolo all’intero progetto espositivo. L’ultimo piano, con soffitti altissimi, grandi finestre e una luce pervasiva (dedicato, si potrebbe dire, all’aria), è abitato da opere quasi «trasparenti» di Cy Twombly, Barnett Newmann, Agnes Martin e Brice Marden, mentre al centro si libra «L’Oiseau» (1923-47, proprietà Beyeler) di Constantin Brancusi.
L’altra parte della mostra «Constellations» si dipana, in stretta continuità e con l’identico ritmo fondato su affinità non cronologiche ma tematiche e concettuali, nell’edificio di Renzo Piano. Riunisce capolavori storici della collezione Beyeler (di Hodler, Monet, Henri Rousseau, Picasso, Giacometti, Miró...), un superbo Gauguin della Hansjörg Wyss Collection e altre opere miliari del XX secolo sul tema prima del paesaggio, poi del ritratto (Modigliani, Warhol, Bacon, Marlene Dumas, Elizabeth Peyton) e dell’autoritratto (Bruce Nauman, Wolfgang Tillmans e altri), per chiudersi con Picasso in una sala dedicata. Un’unica mostra distribuita nelle due sedi perché, chiosa Sam Keller, «qui si parla di condivisione, non certo di “divisione” degli spazi».
L’edificio di Renzo Piano e il Wyss Museum saranno votati alla sola arte visiva: collezione e mostre, che nel primo anno vedranno susseguirsi le monografiche di Ruth Asawa (ottobre 2026-gennaio 2027), Frida Kahlo (gennaio-maggio 2027), Louise Bourgeois (giugno-ottobre 2027) ed Elizabeth Peyton (da settembre 2027). Ma la Fondation Beyeler rinnovata, da oggi aperta al pubblico, offre d’ora in poi alla collettività anche la musica e le arti performative, che trovano posto nell’Ammann Pavillion, promosso dalla Thomas und Doris Amman Stiftung, un edificio in vetro e legno di quercia incastonato tra i due musei e appoggiato su un lieve declivio. Aperto gratuitamente al pubblico (se non quando si tengono i concerti o gli spettacoli) per una sosta di riposo e contemplazione, circondati dal giardino e immersi nell’aroma delicato dei legni di pero e di ciliegio che foderano le pareti e il pavimento digradante verso il palco, il Pavillion può ospitare fino a 250 persone e, con la sua acustica minuziosamente studiata, sarà destinato a concerti ma anche a performance, conversazioni, proiezioni cinematografiche.
Una veduta della Fondation Beyeler a Basilea. Foto Mark Niedermann
Il terzo edificio progettato da Zumthor è l’Erlen Torhaus, un «avamposto» tra la città e la contigua riserva naturale del Lange Erlen, che ai piani superiori ospita gli uffici e al piano terreno lo spazio per accogliere e preparare le opere d’arte per le mostre, poi trasportate attraverso un passaggio sotterraneo fin dentro al Wyss Museum. Questo edificio destinato al lavoro, con la facciata formata da un semplice traliccio in legno di rovere, è ispirato allo studio di Zumthor a Haldenstein, vicino a Coira, e con il Wyss Museum delimita una piazzetta all’interno del gran parco urbano formato dal giardino originario della Fondation Beyeler e dall’Erlengarten appena acquisito, entrambi progettati negli anni Venti dell’Ottocento dal paesaggista Jean-François Caillat che ne fece due giardini romantici, all’inglese (il secondo più selvaggio e ombroso ma entrambi ricchi di essenze pregiate), ora restaurati dallo Studio Vogt Landschaftarchitekten.
Da oggi chiunque può godere di questi spazi verdi, aperti a tutti, in cui ci si può riposare, si può stare al sole, si possono fare picnic, e dove ci s’imbatte nelle sculture della Fondazione, dallo «Snowman», 1987-2019, di Fischli&Weiss (firma che progetta anche di un nuovo angolo giardino che sta nascendo), alle opere monumentali di Alexander Calder («The Tree», 1966) e di Ellsworth Kelly («White Curves», 2001), da quella gigantesca, appena collocata, di Louise Bourgeois («Maman», 1999: un suo ciclopico ragno) ad «Untitled/Tamburino», 2003, di Maurizio Cattelan, al «Coniglio/Hase», 2013, di Thomas Schütte, che sta nel laghetto dietro l’edificio di Renzo Piano e che viene immerso a intervalli regolari nella nebbia della poetica opera (2024) di Fujiko Nakaya mentre, nello specchio d’acqua anteriore, «Water Lilies» (2012) di Philippe Parreno increspa a intermittenza la superficie. Ci sono poi le sedute «filosofiche» di granito di Jenny Holzer («Living Series», 1989), «Untitled/Shed» (2024), negativo in cemento di un capanno di Rachel Whiteread, ed «Exomind (Deep Water)», scultura del 2017di Pierre Huyghe realizzata «a quattro mani» con la natura, dove una figura femminile rannicchiata, in cemento, esibisce una testa-alveare, fatta di favi di cera che in primavera ed estate ospitano le api.
Ma non basta. Ai tre edifici maggiori si aggiungono altre piccole costruzioni preesistenti, rispettosamente recuperate e destinate a diverse funzioni: nell’ex Orangerie, vincolata, la designer India Mahdavi ha realizzato una piccola serra in cui si studiano le specie vegetali presenti in Svizzera che si mostrano più resistenti al cambiamento climatico, e che ospita anche uno shop per gli appassionati di verde, mentre il nuovo Salon, dedicato alla musica e all’ascolto condiviso, offre la sua collezione di oltre 2mila vinili, dal barocco al jazz, alla musica elettronica. A tutto si aggiungono i due atelier destinati a workshop gratuiti per le scuole che si aprono negli spazi restaurati dell’Amman Atelier, e il Folly, minuscolo padiglione dalle forme classicheggianti, una sorta di tempietto aperto in cui artiste e artisti potranno realizzare in libertà i loro progetti più sperimentali.
Con un investimento di 120 milioni di franchi, quasi 127 milioni di euro interamente finanziati da privati e dalla Fondazione stessa (per l’acquisto dei terreni, la costruzione e i primi anni di gestione), la Fondation Beyeler ha realizzato così un vero e riuscitissimo hub delle arti, che si aprirà completamente, dopo questi primi mesi di apertura parziale e di rodaggio, nel prossimo gennaio. Esprimiamo però un desiderio, pur consapevoli del fatto che le «Ninfee» di Monet sono un formidabile biglietto da visita per il Wyss Museum: che questo enorme, meraviglioso dipinto torni nella sala affacciata sull’acqua dell’edificio di Renzo Piano, perché chi l’ha visto allora non può dimenticare l’emozione «fisica» vissuta entrando in quello spazio disegnato dalla luce e dai riflessi dell’acqua.
Il complesso ampliato della Fondation Beyeler, Wyss Museum dell’Atelier Peter Zumthor. Foto Iwan Baan
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