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Una famiglia romana fece ritrarre il proprio gatto e il proprio cane. Con tanto di nome

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Una famiglia romana fece ritrarre il proprio gatto e il proprio cane. Con tanto di nome

Curiosa scoperta in una villa romana, ritrovato un mosaico con un gatto chiamato Smeraldo e un cane di nome Oceano

In una villa romana di Adramytteion, nell’odierna Turchia occidentale, gli archeologi hanno individuato nei mosaici del II-III secolo d.C. un gatto e un cane accompagnati dai loro nomi: «Smeraldo» e «Okyanos», Oceano. Le immagini fanno parte di un ricco pavimento con quindici pannelli figurativi nel quale animali domestici convivono con Medusa, Eros, pesci e figure mitologiche. Un dettaglio apparentemente minore che restituisce qualcosa di raro: una traccia della vita privata degli abitanti della casa.

Angelica Kaufmann

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Avevano un gatto e un cane e vollero che i loro nomi rimanessero impressi sul pavimento della casa. Circa 1.800 anni dopo, quelle iscrizioni costituiscono uno degli elementi più singolari emersi dagli scavi di una grande residenza romana nell’antica Adramytteion, nell’odierna Ören, sulla costa occidentale della Turchia. Il gatto compare accanto a un nome interpretato dagli archeologi come «Smeraldo», mentre il cane è identificato come Okyanos, «Oceano». Non semplici animali utilizzati come motivi decorativi, dunque, ma probabilmente individui riconoscibili per chi abitava la villa.

Gli scavi sono condotti nell’area dal 2012 e hanno progressivamente riportato alla luce una grande residenza organizzata intorno a un atrio centrale, databile nella sua principale fase romana tra il II e il III secolo d.C. Il complesso occupava circa 730 metri quadrati e comprendeva sale di rappresentanza, ambienti di servizio, bagni e un articolato sistema per la gestione delle acque. È nella cosiddetta Sala Nord, un ambiente di circa 7,7 per 4,7 metri, che si concentra la decorazione più ricca. Il pavimento policromo era organizzato in quindici pannelli figurativi, disposti secondo una griglia di tre per cinque e circondati da motivi geometrici. Vi compaiono uccelli, un pesce, un cavallo alato, un giovane alato forse identificabile con Eros, una figura pigmea, Medusa, un felino predatore e, appunto, raffigurazioni di cani e gatti.

La presenza dei nomi modifica però la lettura di almeno due di queste immagini. Gli animali domestici non sembrano appartenere esclusivamente al repertorio iconografico utilizzato dal mosaicista: entrano nella rappresentazione della casa con una propria identità. Hüseyin Murat Özgen, responsabile del gruppo di ricerca sull’Adramytteion presso l’Università di Belle Arti Mimar Sinan, ritiene che il particolare possa contribuire alle future indagini sulla famiglia proprietaria della residenza. Gli studiosi mantengono comunque prudenza: l’analisi epigrafica e iconografica completa dei mosaici sarà oggetto di successive pubblicazioni. 

Accanto alla dimensione domestica emerge quella pubblica. Il pavimento sembra costruire un repertorio nel quale mitologia, identità civica e vita privata potevano convivere. Particolarmente significativo è il cavallo alato, perché un motivo analogo compare sulle monete di Adramytteion già nel IV secolo a.C. La sua presenza in una villa romana realizzata circa cinque secoli più tardi potrebbe documentare la persistenza di un antico emblema cittadino e il suo riutilizzo all’interno dell’autorappresentazione di una famiglia locale. 

Altri soggetti aprono invece verso il Mediterraneo. Le immagini di pigmei e uccelli sono state messe in relazione da Özgen con repertori particolarmente diffusi nel Nord Africa. Adramytteion disponeva di due porti ed era inserita nelle rotte commerciali del Mediterraneo orientale: da qui l’ipotesi che il proprietario potesse essere un mercante con rapporti con l’area nordafricana. Mancano però elementi sufficienti per identificarlo e lo stesso studio accademico non arriva a questa conclusione, che rimane quindi una possibilità di ricerca. La ricchezza della casa non si misurava soltanto attraverso ciò che gli ospiti potevano vedere. Sotto i mosaici correva un’infrastruttura tecnica composta da tubature in terracotta, drenaggi e pavimentazioni resistenti all’umidità. Anche l’atrio, lungo circa undici metri e largo 6,5, sembra essere stato progettato per raccogliere e convogliare l’acqua. Rappresentazione e funzionalità appartenevano allo stesso progetto architettonico: sopra, gli ambienti destinati a mostrare il rango della famiglia; sotto, i sistemi necessari al funzionamento quotidiano della residenza. 

La villa attraversò inoltre diverse trasformazioni. Tracce di incendi e crolli testimoniano episodi di distruzione ai quali seguirono riparazioni e riorganizzazioni, mentre una Sala Sud venne aggiunta successivamente con un nuovo mosaico, stilisticamente più vicino alla tradizione tardo-romana. Gli stessi costruttori romani incorporarono nelle strutture della residenza precedenti fondazioni ellenistiche, confermando la lunga stratificazione di un sito frequentato dal Calcolitico fino al Medioevo. Proprio per questo, tra infrastrutture, simboli civici, immagini mitologiche e secoli di trasformazioni architettoniche, il gatto e il cane costituiscono forse il dato più immediatamente riconoscibile della scoperta. Di chi abitasse quella grande casa sappiamo ancora molto poco. Sappiamo però che qualcuno considerò quei due animali abbastanza importanti da farli rappresentare in uno degli ambienti più riccamente decorati della residenza e da affidarne i nomi al mosaico. Duemila anni dopo, «Smeraldo» e «Oceano» sono ancora lì. 

Angelica Kaufmann, 02 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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