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Giorgia Aprosio
Leggi i suoi articoliIn occasione della sua prima personale da Jousse Enterprise, a Parigi, Claudio Coltorti presenta long time, no see (5 settembre–10 ottobre 2026). La mostra nasce dal rapporto fisico e quasi febbrile dell’artista con la pittura: Coltorti lavora sulle tele per strati, giorno dopo giorno, lasciando che il pigmento si accumuli e penetri nella trama.
Le figure emergono lentamente da ciò che, a prima vista, potrebbe sembrare una semplice macchia di colore. Si offrono allo sguardo senza diventare mai del tutto riconoscibili: presenze sospese tra corpo e materia, definite e insieme sfuggenti, immerse in una pittura in cui la luce convive con zone più scure e profonde. In questa ambiguità affiora qualcosa dell’inafferrabilità dell’umano, impossibile da fissare in un’immagine definitiva.
Abbiamo incontrato Coltorti nell’intimità dello studio, dove le sue opere prendono forma.
Se dovessi riassumere il suo lavoro in una sola parola, direi che parla di intimità. C’è qualcosa di paradossale in una pittura che nasce in uno spazio così privato e raccolto come lo studio e che, per compiersi, deve poi uscire all’esterno e incontrare il pubblico.
Che bello sentire parlare di due nascite. È un modo per pensare la pittura come a una materia viva. Vorrei riuscire a esprimere con altrettanta chiarezza la necessità di produrre queste immagini. Credo che nascano da un bisogno profondo di imitare la realtà della vita, la sua violenza, il suo tempo e le sue atmosfere. Allo stesso tempo, però, mi ritrovo spesso a pensare che, in fondo, nemmeno io sappia davvero da dove provengano. Forse è proprio per questo che continuano a sfuggirmi.
Come vive il momento in cui l’opera incontra l’interpretazione degli altri?
La dimensione privata e raccolta è, per me, come un embrione che si sviluppa attraverso la ricerca pittorica. È il mio modo di intendere l’immagine come qualcosa di nascosto e misterioso, da scoprire. Anche quando si rivela, l’immagine resta interpretabile su più livelli. In questo senso, l’intimità mi permette di non costruire attorno al mio lavoro una prigione stilistica. L’atmosfera delle tele può essere discreta, silenziosa, squillante o scura; da ciascuna possono scaturire infinite immagini. Non esiste un’unica atmosfera possibile, così come non esiste un solo modo di avvicinarsi a ciò che dipingo.
Quando l’opera esce dallo studio e incontra lo sguardo e il pensiero degli altri, è come se ponesse una domanda: il quadro ha torto o ha ragione? In generale, cerco di dipingere senza imporre a chi guarda la mia interpretazione. All’inizio lavorava soprattutto in piccolo formato. Oggi, invece, le sue figure sembrano essersi ingigantite: frammenti di corpi occupano l’intera superficie della tela, trasformandosi in grandi macchie di colore. Mi piacerebbe definirle “colossi emotivi”: presenze nude, non tanto nel corpo quanto nell’anima, esposte e fragili davanti allo spettatore.
Non è stato un passaggio deciso a tavolino. Mi sono sempre divertito a dipingere su formati piccoli e grandi e non ho mai vissuto questa differenza come una regola o una limitazione. Semmai, sono stati gli stessi “colossi emotivi” a imporsi e a ingigantirsi. Le mie figure si espongono alla violenza della realtà, che a volte le dilata e a volte le restringe. In qualche modo, questo movimento mi ricorda il respiro e il funzionamento del corpo umano. Le figure sembrano espandersi e contrarsi, come se cercassero una forma possibile attraverso cui esistere. In fondo, è una pittura che tenta disperatamente di somigliarci.
Veduta della mostra «long time, no see» di Claudio Coltorti, Jousse Entreprise, Paris. Foto Max Borderie
I personaggi sono spesso appena accennati. A volte non è nemmeno chiaro se siano corpi o figure umane. Definirebbe la sua pittura astratta o figurativa? Le interessa questa distinzione?
L’atto stesso di dipingere mi fa scoprire ogni volta qualcosa di nuovo. Per questo non parto mai da elementi già definiti una volta per tutte. L’unico aspetto che mi sembra essenziale è che l’immagine riesca ad avvicinarsi a qualcosa di vivo e, in qualche modo, anche alla luce. I miei personaggi sono ombre o riflessi. In questa dinamica, anche l’ombra serve a far vedere meglio dove si trova la luce. Non esiste l’una senza l’altra. Definire il mio lavoro figurativo o astratto non mi ha mai interessato, e continua a non interessarmi. Sono categorie che rischiano di arrivare dopo, mentre il dipinto nasce da un’esperienza più fisica e immediata. Anche il dubbio di cui parla crea una sorta di tensione. L’importante è che la tela non sia mai materia morta.
Le sue immagini partono da ricordi impressi nella memoria o dalla proiezione di situazioni nuove, immaginate? La sua pittura tende più verso il passato o verso il futuro
Questa domanda mi fa pensare alla possibilità che l’immagine costruisca un tempo proprio, come nell’imitazione della vita di cui parlavamo poco fa. Non ho una risposta precisa. Mi piace pensare alle immagini come alla testimonianza di una presenza, di un passaggio. Non sono necessariamente ricordi, né proiezioni verso il futuro. Sono piuttosto immagini che provano a costruire una temporalità autonoma, a esistere in un tempo proprio. Forse è proprio questa autonomia a renderle difficili da collocare. Non appartengono del tutto a ciò che è stato né a ciò che deve ancora accadere. Esistono nel momento in cui prendono forma.
Come nascono, allora?
Un’opera nasce, in prima battuta, da ciò che vedo e sento intorno a me. Poi prende forma in studio, in uno spazio specifico, tra le mie cose e i miei materiali. È una condizione personale, oltre che intima. Per quanto riguarda l’immagine, cerco di non partire mai da un disegno o da una fotografia, per non sentirmi ingabbiato. Comincio a dipingere mettendo in relazione toni di colore che a volte finiscono per fondersi e altre per respingersi. All’inizio mi lascio sorprendere dal loro comportamento, da ciò che accade tra un colore e l’altro. È da questo confronto tra materia e colore che l’immagine comincia lentamente a emergere. Non si tratta di tradurre in una forma prestabilita qualcosa che ho già visto o che è già riconoscibile, ma di lasciare che il quadro si costruisca durante il lavoro, rispettarne la volontà, lasciarlo essere. Il dipinto non deve semplicemente obbedire a un’idea iniziale. A un certo punto deve poter diventare qualcosa di diverso da ciò che avevo immaginato.
Veduta della mostra «long time, no see» di Claudio Coltorti, Jousse Entreprise, Paris. Foto Max Borderie
Quanto controllo sente di esercitare sul risultato finale?
Il risultato finale non è mai previsto. Per me, l’immagine dipinta è sempre l’esito di una serie di incidenti. Il quadro nasce da ciò che accade durante il processo, dagli imprevisti e dalle deviazioni che finiscono per modificarne la direzione. Certo, esercito una certa dose di controllo, ma questo non significa sapere in anticipo dove arriverò. Riguarda piuttosto l’attenzione con cui seguo ciò che accade e la capacità di riconoscere quando l’immagine ha raggiunto il proprio punto di equilibrio. Si manifesta, per esempio, nel capire quando è il momento di fermarsi.
Che ruolo ha il disegno in questo processo?
Il disegno è una parte della mia produzione, ma non ha un ruolo specifico nella costruzione dei quadri. È qualcosa che faccio quando ho bisogno di decomprimere, forse di decodificare alcuni pensieri o di semplificare le informazioni. Spesso è anche un modo per studiare qualcosa di radicalmente diverso dai dipinti a cui sto lavorando.
Non sento mia l’idea del disegno come qualcosa di necessariamente preparatorio; non credo appartenga alla mia pratica, almeno non in questo senso. Il disegno non segue necessariamente lo stesso percorso dei quadri, né fa sempre parte del loro processo. Può essere un momento autonomo, un modo per prendere le distanze dalla pittura o per avvicinarmi a qualcosa che non so ancora come affrontare sulla tela. Forse anche per questo tendo a mostrarlo raramente.
Quando una figura è così rarefatta, lo spettatore è invitato a completarla, a cercarla, forse anche a proiettarvi qualcosa di sé. Quanto spazio sceglie consapevolmente di lasciare al suo sguardo?
Non parlerei di costrizione, ma di invito. La mia figura non obbliga lo spettatore a completarla; gli offre piuttosto uno spazio in cui entrare. Una volta entrato, lo spettatore è libero di interpretare l’opera. Credo che, una volta venuta al mondo, possa continuare a esistere anche attraverso ciò che gli altri vi vedono e vi proiettano. L’opera resta mia, ma non ha più necessariamente bisogno di me. Quando incontra lo sguardo degli altri, comincia una nuova fase della sua esistenza, che non posso e non voglio controllare del tutto.
Giorgia Aprosio
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