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Centre national d'art et de cultura Georges-Pompidou, Parigi.

© Julien Fromentin.

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Centre national d'art et de cultura Georges-Pompidou, Parigi.

© Julien Fromentin.

Centre Pompidou sempre più globale e ambizioso

Mentre la sede parigina riaprirà solo nel 2030, il Beaubourg si espande all’estero: dopo Malaga e Shanghai è la volta di Seul, in attesa delle aperture a Bruxelles e in Brasile. Le sedi estere generano oggi 20 milioni di euro annui contro i 3 milioni del 2015

Luana De Micco

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Il Centre Pompidou continua a «espandersi». L’ultimo nodo della rete che il museo parigino sta tessendo da una decina d’anni lontano da Parigi e dalla Francia si chiama Centre Pompidou Hanwha Séoul, nuova sede asiatica nata dalla partnership siglata nel 2023, per una durata iniziale di quattro anni, con il colosso industriale sudcoreano Hanwha. Dopo Malaga e Shanghai, e in attesa di Bruxelles e del Brasile, l’istituzione parigina prosegue così una strategia di sviluppo internazionale, insieme culturale, diplomatico ed economico, che accelera ulteriormente nei cinque anni di chiusura della sede «madre» di Parigi: la riapertura dopo lavori, iniziati nel settembre 2025, non avverrà prima del 2030, ma il Centre Pompidou non è mai stato così presente nel mondo.

Il nuovo Beaubourg di Seul è stato inaugurato il 4 giugno scorso nel quartiere finanziario di Yeouido, all’interno del noto 63 Square, il grattacielo dorato dello studio SOM. L’allestimento è stato affidato all’architetto francese Jean-Michel Wilmotte. Si tratta dunque del secondo avamposto asiatico del museo parigino, dopo Shanghai. L’investimento complessivo non è stato reso noto ma, stando a «Le Monde», si aggirerebbe intorno ai 20 milioni di euro sui quattro anni dell’accordo.
L’intesa prevede che il Centre Pompidou Hanwha ospiti otto mostre, due all’anno, costruite a partire dalle collezioni del Musée national d’art moderne di Parigi. La prima, «The Cubists: Inventing Modern Vision» (fino al 4 ottobre), occupa le due principali gallerie espositive: sono esposte più di 90 opere di Picasso, Braque, Fernand Léger, Juan Gris, Robert e Sonia Delaunay. Alcune, come il sipario teatrale dipinto da Picasso nel 1924 per il balletto «Mercure» (con musiche di Erik Satie e coreografia di Léonide Massine), vengono presentate per la prima volta in Corea del Sud.
La mostra inoltre mette in dialogo artisti europei e coreani, come Albert Gleizes, Amédée Ozenfant e Natalia Goncharova, secondo una logica di scambio che il museo rivendica come parte centrale della propria politica internazionale. Laurent Le Bon, presidente del Pompidou, ha parlato della «più importante mostra cubista in Asia degli ultimi cinquant’anni».
Come ha fatto notare «Libération», il progetto con il Pompidou risponde all’ambizione coreana di fare di Seul uno dei principali hub artistici e culturali dell’Asia: un accordo preliminare è stato del resto annunciato a febbraio con il Victoria & Albert Museum di Londra per l’apertura proprio nella capitale sudcoreana di una sede staccata a Sadang-dong, nel distretto di Dongjak-gu.

Nato nel 1977 come centro multidisciplinare e democratico, il Centre Pompidou esporta oggi il proprio marchio e il proprio «savoir-faire» in diversi continenti. Come se, prima di altri, avesse intuito che il museo contemporaneo non coincide più soltanto con il proprio edificio, per quanto iconico possa essere, come quello disegnato da Renzo Piano e Richard Rogers.
Lo stesso Pompidou, in una nota diffusa al momento della chiusura al pubblico, fa notare che questa «dimensione internazionale» è inscritta nel dna stesso dell’istituzione, a cominciare dalla sua architettura: «Richard Rogers diceva che l’edificio è pensato come “a place for all people”, si legge nel comunicato. Questa scelta architettonica risoluta contribuisce alla volontà di decompartimentare l’istituzione, affinché sia uno spazio di condivisione in un mondo perennemente in movimento».

Pontus Hultén, primo direttore del Musée national d’art moderne, voleva «collocare Parigi all’interno del flusso degli scambi». Le grandi mostre inaugurali («Paris-New York», «Paris-Berlin» e «Paris-Moscou») ponevano già all’epoca le basi di «un museo concepito come rete di dialoghi internazionali».
Il Centre Pompidou parla apertamente di «modello internazionale originale e ambizioso». Gli obiettivi dichiarati sono diversi: permettere alla collezione di raggiungere nuovi pubblici; trasmettere competenze in materia di conservazione, scenografia, mediazione culturale e gestione museale; creare ponti tra le scene artistiche; contribuire alla diplomazia culturale francese; rafforzare il modello economico dell’istituzione consolidandone l’autonomia finanziaria.
Il monumentale cantiere in corso a Parigi, con costi di ristrutturazione stimati a più di 350 milioni di euro, ai quali si aggiunge un progetto museografico di circa 180 milioni, impone allora nuove forme di presenza internazionale e nuove fonti di finanziamento. Le sedi estere generano attualmente circa 20 milioni di euro annui, contro i 3 milioni del 2015, anno di inaugurazione del Centre Pompidou Málaga, prima sede internazionale del museo: «Le risorse provenienti dai partenariati internazionali sono diventate una parte molto significativa delle risorse proprie del Centre Pompidou. E ovviamente diventano fondamentali durante il periodo dei lavori, dal momento che, con l’edificio chiuso al pubblico, abbiamo perso gli introiti derivanti dalla vendita dei biglietti, dai ristoranti, dai negozi e dagli eventi privati, ha spiegato in una recente intervista alla stampa francese la direttrice generale Julie Narbey. La crescita graduale dei ricavi internazionali ha permesso di stabilizzare il modello economico».
Le mostre itineranti dedicate a Matisse, Brâncuși, al Surrealismo e a Kandinskij (dal 15 settembre a Palazzo Bonaparte di Roma) partecipano all’equilibrio finanziario e assicurano anche una presenza e visibilità nel mondo. Ogni anno il Pompidou presta circa 6mila opere: «Questo periodo di transizione non solo renderà accessibile al pubblico internazionale un tesoro artistico che altrimenti resterebbe in deposito, ma creerà anche collaborazioni durature con musei stranieri», precisa il museo.

Prima ancora di esportarsi all’estero, il Centre Pompidou aveva iniziato a ridefinire la propria geografia in Francia. L’apertura del Centre Pompidou-Metz nel 2010 aveva inaugurato una logica di decentramento nazionale, all’epoca ancora relativamente nuova per una grande istituzione culturale parigina. Più di recente, il Centre Pompidou Francilien-Fabrique de l’art, a Massy, che aprirà nella primavera del 2027, è stato concepito come polo di conservazione, restauro e produzione culturale della regione Île-de-France.
La strategia internazionale prende forma invece nel 2015 con l’apertura di El Cubo sul porto di Malaga, struttura trasparente «vestita» da Daniel Buren: in dieci anni il centro d’arte ha superato il milione e mezzo di visitatori. Nel 2019 è arrivato il West Bund Museum × Centre Pompidou di Shanghai. Qui il museo francese insiste sulla cooperazione e gli scambi culturali e sul dialogo tra la scena artistica francese e quella cinese: la collezione del Pompidou comprende ormai quasi 300 opere cinesi.

La prossima apertura sarà quella del Kanal-Centre Pompidou a Bruxelles, prevista per il 28 novembre nell’ex garage Citroën di place de l’Yser. Un vasto complesso di 40mila metri quadrati dedicato a mostre, performance, cinema e concerti, nato da una collaborazione (prevista per cinque anni) tra il Centre Pompidou, la Regione di Bruxelles-Capitale e la Fondation Kanal.
Nel novembre 2027 aprirà poi il Centre Pompidou x Paraná a Foz do Iguaçu, nel Sud del Brasile, alla frontiera con l’Argentina e il Paraguay, accanto alle celebri cascate patrimonio Unesco. Il futuro museo, su progetto dell’architetto paraguayano Solano Benítez, Leone d’oro alla Biennale di Venezia del 2016, abbraccia la dimensione pluridisciplinare che caratterizza il Pompidou parigino: sarà uno spazio polivalente destinato a ospitare proiezioni, performance artistiche, conferenze, concerti e comprenderà, oltre alle sale espositive, una biblioteca, un auditorium e una piazza aperta al pubblico, come quella che Piano e Rogers vollero per Parigi. Budget stimato: 31 milioni di euro.
Qui il Pompidou punta esplicitamente a valorizzare la scena sudamericana. A ogni nuovo progetto internazionale, le programmazioni alternano percorsi semipermanenti e mostre temporanee aperte alle scene artistiche locali. L’istituzione insiste sul concetto di scambio reciproco: «L’obiettivo non è quello di avere una collezione del Centre Pompidou identica in tutto il mondo, dove si realizzino gli stessi programmi, ma piuttosto di adattarsi al contesto locale, alla scena artistica, alle sfide diplomatiche e urbane, ha spiegato ancora Julie Narbey. A prescindere dall’aspetto finanziario, si tratta di costruire insieme alle istituzioni partner una collaborazione che rispecchi la loro identità e che al tempo stesso arricchisca il Centre Pompidou con scambi e conoscenze delle scene culturali locali».

Prosegue anche il partenariato con AlUla, in Arabia Saudita. Dal 2018, il Centre Pompidou accompagna la Commissione reale saudita nella creazione del museo d’arte contemporanea Perspective Gallerie, dedicato all’arte araba e previsto per il 2027 o 2028, oltre che nella formazione professionale delle équipe di conservatori locali. A dicembre 2024 Riad ha promesso inoltre di investire 50 milioni di euro nella ristrutturazione del Beaubourg, in cambio di un incremento della cooperazione culturale francese nel Regno. Un progetto che ricorda quanto già accaduto con il Louvre Abu Dhabi, quando il prestigio del nome di un grande museo europeo diventa strumento di «soft power» per gli emirati del Golfo impegnati a rafforzare la propria immagine internazionale.
Nel caso di Seul l’esportazione del «brand» comincia a sollevare qualche polemica in Francia, poiché non è sfuggito che il nome Pompidou viene associato a quello di Hanwha, colosso sudcoreano attivo anche nell’industria delle armi.
La strategia internazionale del Pompidou ha tuttavia mostrato anche i suoi limiti: il progetto di una sede negli Stati Uniti, a Jersey City, lanciato nel 2021, è stato definitivamente abbandonato lo scorso febbraio, perché le autorità locali lo hanno giudicato non sostenibile dal punto di vista finanziario. A pesare sulla mancata realizzazione del progetto è stato anche il contesto geopolitico, con le crescenti tensioni tra la Francia, e più in generale l’Europa, e gli Stati Uniti di Donald Trump.

Il Centre Pompidou Málaga con l’intervento di Daniel Buren. © Carlos Criado

Luana De Micco, 18 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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