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Luana De Micco
Leggi i suoi articoliChe cosa significa dipingere il tempo, il tempo che passa, che modifica la luce, trasforma un paesaggio, accelera la vita quotidiana, altera la percezione? Nel centenario della morte di Claude Monet (1840-1926), dal 30 settembre al 25 gennaio 2027 il Musée de l’Orangerie di Parigi presenta «Monet. Peindre le temps», una mostra che riconsidera l’intera ricerca sulla luce del maestro impressionista intorno a una domanda: come trattenere l’istante senza perdere la durata? L’Orangerie, che dal 1927 conserva il ciclo delle «Ninfee» donato dal pittore alla Francia nel 1918, dopo l’Armistizio, accoglie una quarantina di opere, in collaborazione con la Tate Modern di Londra (che allestirà la mostra dal 25 febbraio al 27 giugno 2027) e il sostegno del Musée Marmottan-Monet, da cui provengono diverse tele in mostra. La pittura di Monet misura anche il tempo di un mondo in piena mutazione. Monet nasce nel 1840, in un’epoca in cui il rapporto con il tempo sta cambiando radicalmente. Le città e le case, tanto gli spazi pubblici quanto quelli privati, si riempiono di orologi. La ferrovia accorcia le distanze e i tempi di percorrenza. La velocità diventa una nuova esperienza del mondo. Emerge la necessità di misurare il tempo.
Come scrivono nel catalogo della mostra le curatrici Cécile Girardeau e Sophie Eloy, «Monet sviluppa una pittura che risponde in modo particolare alle sfide e agli sconvolgimenti della sua epoca intorno alla nozione di tempo, tanto dal punto di vista del tempo vissuto, percepito, quanto del tempo tangibile, attraverso i segni concreti della trasformazione dello spazio urbano e del paesaggio. L’Ottocento è il secolo della moltiplicazione degli orologi nella città e della sincronizzazione del tempo misurato, vera e propria sfida pubblica tanto in Francia che negli altri Paesi industrializzati a partire dal 1860. Ed è il secolo della rivoluzione dei trasporti. Il ritmo della vita quotidiana viene profondamente modificato in appena qualche decennio». Monet è contemporaneo di questa trasformazione e la sua pittura cerca una risposta a questa accelerazione, come nel «Pont de l’Europe. Gare Saint-Lazare» (1877), prestato dal Marmottan, dove la modernità è movimento, transito, ferro e fumo. Le curatrici osservano che «il momento impressionista di Monet appare così, in sintonia con questa rivoluzione nella percezione del tempo nel XIX secolo, come quello di una pittura che desidera iscriversi sempre più nell’immediatezza: attraverso la pratica della pittura en plein air, con soggetti colti in parte dal vero e una rapidità di esecuzione, anche se la composizione viene talvolta completata in atelier».
Claude Monet, «Le pont japonais», 1918-1924 ca., Collezione privata. Courtesy di Sothesby’s
Il pittore esplora i giochi di luce nei diversi momenti della giornata, cerca di afferrarne la fugacità, l’istante quasi impossibile da fissare. È da qui che nasce la logica delle serie, nella quale lo stesso motivo viene osservato e dipinto più volte, in ore e condizioni atmosferiche diverse: «Meules», «Peupliers», «Matinées sur la Seine», «Cathédrale de Rouen». Ogni tela cattura un istante irripetibile, un frammento di tempo, mentre l’insieme delle tele restituisce la durata. La mostra presenta, tra gli altri, le «Meules, fin de l’été» (1891) del Musée d’Orsay e una «Meule, effet de neige, soleil» (1891) della Hasso Plattner Collection del Museum Barberini di Potsdam; «Peupliers au bord de l’Epte» (1891) della National Gallery di Londra e diverse versioni realizzate tra il 1892 e il 1894 della Cattedrale di Rouen, con la pietra attraversata dalla luce del mattino (in «Portail, soleil matinal» del d’Orsay) e dal sole della sera (in «Effet de soleil, fin de journée» del Marmottan) o confusa nella nebbia (in «Portail, brouillard matinal» del Museum Folkwang di Essen).
Monet torna più volte anche a Londra, sul Tamigi, tra il 1899 e il 1901, dove realizza un centinaio di opere, molte delle quali verranno poi completate in atelier. In mostra è presente, tra l’altro, il «Parlement de Londres, effet de brouillard» (1903), proveniente dal MuMa di Le Havre. Nel 1890 Monet inizia il suo ultimo ciclo, quello delle Ninfee. Il giardino della casa di Giverny, in Normandia, che è ancora la sede della Fondation Claude Monet, ne è il motivo centrale e ricorrente, sempre lo stesso, eppure sempre diverso. Monet, scrivono ancora le curatrici, «crea il motivo della sua pittura: una natura al contempo artificiale e viva, in incessante mutazione, che gli permette di perseguire instancabilmente la sua ossessione di cogliere il momento. Si dedica ora principalmente a questo paesaggio che continua a plasmare e a guardare con un’attenzione straordinaria». Tra le opere esposte figurano i grandi «Nymphéas bleus» (1916-19) e «Bassin aux nymphéas, harmonie verte» (1899) del Musée d’Orsay e il «Pont japonais» (1918-19) del Marmottan. Il ciclo supera le 250 tele e accompagna il pittore fino alla morte, nel 1926. Il punto d’arrivo è il grande decoro dell’Orangerie, in 22 pannelli disposti nelle due sale ovali progettate appositamente e inaugurate nel 1927, un anno dopo la sua morte.