Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Luana De Micco
Leggi i suoi articoliIl volto di un anziano segnato dalle rughe catturato in un mercato di Parigi dall’obiettivo di Kenzo Takashima negli anni Ottanta per la serie «Asaichi». Erano gli anni in cui il fotografo giapponese raccontava la capitale rubando ritratti ai passanti, tutti a una distanza sistematica di un metro e mezzo. E poi le auto ferme per i razionamenti della benzina in una Parigi in sciopero: è una fotografia della serie «Paris. Évènements de Mai 68» di Yoshi Takata, arrivato a Parigi nel 1954 per lavorare con Pierre Cardin. Ma quell’anno Takata lasciò la moda per la strada e, con sottile ironia, senza inseguire immagini spettacolari, registrò i momenti collaterali della contestazione. Dalla seconda metà del ’900, numerosi fotografi giapponesi hanno raggiunto Parigi per studiare e lavorare. Alcuni, come Takashima e Takata appena citati, vi si sono stabiliti e, stringendo rapporti duraturi con la Bibliothèque national de France, che già possedeva un’importante raccolta di stampe giapponesi dei secoli XVII-XIX, hanno contribuito all’arricchimento delle sue collezioni. Il fondo del Dipartimento delle Stampe e della Fotografia conta oggi quasi 4mila tirature di circa 200 fotografi, oltre a un centinaio di riviste e libri. Quasi il 44% delle fotografie giapponesi presenti nelle collezioni della BnF dagli anni Sessanta ad oggi è arrivato attraverso donazioni di fotografi o galleristi.
È a partire dunque dalle sue collezioni che l’istituzione parigina propone la mostra «Photographies japonaises. 1945-2025. Scènes, signes, sensations», presentata nella sede François-Mitterrand, quartiere di Bercy, dal 29 settembre al 31 gennaio 2027. In un percorso crono-tematico, sono esposte circa 250 fotografie, soprattutto in bianco e nero, e una cinquantina di volumi e pubblicazioni rare. Tra gli artisti presenti, Hiroshi Hamaya, Keiichi Tahara, Ken Domon, Hiromi Tsuchida, Eriko Koga e Jun Shiraoka: «L’originalità di questa collezione, sottolineano le conservatrici Héloïse Conésa e Dominique Versavel, che hanno lavorato alla curatela della mostra insieme a Yoshiaki Kai, docente all’università di Niigata, risiede nei fili tematici ed estetici che la percorrono e strutturano il percorso espositivo. Attraverso reportage realistici, opere intimiste e messe in scena teatrali, la mostra restituisce sguardi segnati dai traumi della storia, dalla tensione fra società e individuo, cultura ancestrale e aspirazione alla modernità. Al centro del percorso, la visione di Parigi di alcuni fotografi giapponesi rivela i fecondi scambi fra due culture, fatti di curiosità e fantasie. Infine, la presenza umana lascia spazio al dominio delle forme, influenzato dalla calligrafia e dal minimalismo, per approdare a universi di sensazioni e atmosfere».
Yukari Chikura, «Bird Dance Children Walking on Snowy Road», 2012. © Yukari Chikura
La mostra si divide in sei sezioni. Gli scatti di Tahara, Takashima, a cui si aggiungono quelli di Keiichi Tahara, riuniti nella sezione «Bonjour Paris!», sono il cuore della mostra. Il percorso si apre con la sezione «Face au réel», che parte dal dopoguerra e dalla necessità di ricostruire, anche attraverso le immagini, un’identità collettiva. Nel 1957, il reportage umanista di Ken Domon registra le conseguenze del bombardamento atomico di Hiroshima e le ferite dei sopravvissuti. Di Hiroshi Hamaya, primo fotografo giapponese entrato in Magnum nel 1960, è la serie «Yukiguni», che documenta la vita delle comunità rurali isolate nel nord del Giappone. Si procede con «Étrange quotidien», sezione dedicata alla «Konpora Shashin», la «fotografia contemporanea» sviluppatasi negli anni Sessanta-Settanta, rappresentata da Shigeo Gochō, Kazuto Miura e Tokuko Ushioda. Qui la macchina fotografica diventa uno strumento per osservare il quotidiano con distanza, facendo emergere dal banale l’insolito, giocando sul formato e l’inquadratura. Tra il 1978 e il 1985, Ushioda fotografa per esempio l’interno del frigorifero della sua casa-studio di Tokyo: «Ice box» trasforma così un oggetto domestico in un archivio di vita.
La rappresentazione del corpo è al centro di «Corps mis en scène», sezione in cui la fotografia si avvicina al teatro, alla danza e alla performance. È una tradizione che affonda nella cultura visiva del kabuki e nella gestualità dei teatri giapponesi, ma che nel dopoguerra viene reinterpretata in chiave surrealista. Sono qui esposti i lavori di Shōji Ueda, Shōmei Tōmatsu ed Eikō Hosoe. Il percorso continua con «Calligraphies du monde», momento in cui l’eredità della calligrafia e della stampa giapponese incontra il minimalismo, il bianco e nero, la geometria e l’ombra. Come nello scatto di Takehiko Nakafuji, allievo di Daidō Moriyama, «Umbrella» (2002), in cui un dettaglio della strada di Tokyo si trasforma in un gioco di linee e contrasti. A sua volta, Toshio Shibata, nella serie «Quintessence of Japan» mette in rapporto paesaggio e grandi infrastrutture, lavorando sul concetto di Ma, lo spazio interstiziale, il vuoto che per i giapponesi non è assenza, ma relazione. Il percorso si chiude, per la sezione «Sensible et impalpable», con i paesaggi di Hiroshi Hamaya, Toshiko Hashimoto, Tadashi Ono e Satoru Kondō. Qui la visione della natura si impregna di filosofia scintoista e buddista. Acqua, nebbia, vegetazione, luce e ombra diventano eventi sensoriali, come in «Wave 01» (2010) di Kondō.
Ken Domon, «Kabuki Haiyū (Attore di Kabuki)», 1958 © Museo di Fotografia Ken Domon