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Lavinia Trivulzio
Leggi i suoi articoliNon un semplice spettatore. Molto di più. Al padiglione giapponese il visitatore è chiamato a prendersi cura di bambolotti con gli occhiali da sole. Oltre cento per la precisione, del peso di un neonato, vengono affidate al pubblico, che le porta con sé durante la visita, ne gestisce la presenza, ne attraversa le implicazioni.
L’opera nasce dalla storia personale dell'artista queer Ei Arakawa-Nash, modello di diaspora, priva di cittadinanza giapponese. Una condizione raramente tematizzata nel padiglione nazionale. A questa si aggiunge l’esperienza recente della genitorialità, con la nascita di due gemelli attraverso maternità surrogata, che diventa matrice concettuale del progetto. La cura viene trattata come struttura. Non come tema, ma come infrastruttura sociale e politica. Il gesto di tenere in braccio una bambola introduce una dimensione fisica e temporale che modifica la fruizione dello spazio espositivo. Il corpo del visitatore è coinvolto in un lavoro che implica responsabilità, attenzione, durata.
Le interazioni sono costruite per produrre senso oltre l’atto individuale. Ogni bambola è associata a una data di nascita che corrisponde a un evento storico legato a comunità minoritarie. Le azioni quotidiane – cambiare un pannolino, sostenere un peso – si connettono a una narrazione più ampia. La dimensione intima diventa accesso a una memoria collettiva. Il progetto si inserisce in una linea di pratiche che hanno utilizzato il padiglione giapponese come spazio di sperimentazione. Arakawa-Nash richiama esplicitamente precedenti come Narcissus Garden di Yayoi Kusama o le installazioni di Rei Naito, dove partecipazione e percezione ridefinivano il ruolo dell’istituzione. Anche l’architettura viene coinvolta. Il padiglione non è trattato come contenitore, ma come nodo di una circolazione che include il giardino e lo spazio esterno. Il titolo, Grass Babies, Moon Babies, costruisce una relazione tra paesaggio e temporalità: l’erba come estensione fisica, la luna come misura emotiva e ciclica. Il progetto insiste sulla permeabilità dei confini, coerente con l’impostazione originaria dell’edificio di Takamasa Yoshizaka.
Sul piano istituzionale, il lavoro si espande in una rete di collaborazioni. Una campagna di crowdfunding, partnership con designer e scrittori, e un dialogo con il padiglione coreano – inedito nella storia della Biennale – configurano il progetto come piattaforma più che come mostra. La dimensione collettiva è dichiarata anche dalle curatrici, che leggono la pratica di Arakawa-Nash come costruzione polifonica. Il contesto politico amplifica la portata del lavoro. In Giappone, il riconoscimento dei diritti LGBTQ+ resta limitato e il dibattito pubblico segnato da posizioni conservatrici. La figura dell’artista, genitore queer, introduce una tensione tra rappresentazione nazionale e realtà sociale. La cura, in questo quadro, diventa gesto che interroga norme, modelli familiari e appartenenze.
Lavinia Trivulzio
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