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Balla, Severini, de Chirico e Oppi: Arezzo chiama, Allemandi risponde, trent'anni di pittura italiana in un nuovo catalogo

Trenta opere provenienti dalle Collezioni Gallerie d'Italia – Intesa Sanpaolo ricostruiscono la ricchezza della pittura figurativa italiana dal 1908 agli anni Cinquanta. Pubblicato da Allemandi e curato da Paolo Bolpagni, «Figure del ’900. Da Balla a Severini, de Chirico e Oppi» accosta i protagonisti del Futurismo e del Novecento Italiano ad artisti meno frequentati dalla storiografia, da Argio Orell a Tommaso Cascella, da Manlio Ciani a Gigiotti Zanini. Il catalogo accompagna la mostra itinerante tra la Casa Museo Ivan Bruschi di Arezzo e Palazzo Bisaccioni a Jesi, valorizzando un patrimonio collezionistico che documenta scuole, linguaggi e geografie differenti dell'arte italiana.

Ginevra Borromeo

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Trenta dipinti per attraversare cinquant'anni di arte italiana, dal Boccioni ancora divisionista del 1908 ai protagonisti del ritorno all'ordine, dalle invenzioni di Giacomo Balla e Gino Severini alle figure enigmatiche di Giorgio de Chirico e Ubaldo Oppi. E accanto ai grandi nomi, pittori oggi meno frequentati dalla storiografia, ma fondamentali per restituire la complessità di una stagione nella quale la figurazione continuò a rappresentare uno dei principali territori di sperimentazione artistica. È questa la prospettiva di Figure del ’900. Da Balla a Severini, de Chirico e Oppi. Opere dalle Collezioni Gallerie d'Italia – Intesa Sanpaolo, il nuovo catalogo pubblicato da Allemandi, a cura di Paolo Bolpagni, che accompagna l'omonima mostra itinerante ideata da Carlo Sisi. Un volume di 64 pagine, con 31 illustrazioni, che attraverso una selezione delle raccolte di Intesa Sanpaolo propone una rilettura della pittura italiana della prima metà del Novecento, sottraendola alla consueta contrapposizione tra avanguardia e tradizione.

Il punto di partenza è una considerazione storica e critica: il Novecento italiano non può essere raccontato soltanto attraverso la successione dei movimenti, i manifesti e le grandi rotture linguistiche. Accanto al Futurismo, alla Metafisica e alle esperienze più radicali della modernità, continuarono a svilupparsi percorsi che conservarono un rapporto riconoscibile con la rappresentazione del reale. Ritratti, paesaggi, nature morte, scene di vita quotidiana e composizioni allegoriche non furono necessariamente espressione di un linguaggio arretrato, ma terreni di ricerca nei quali gli artisti elaborarono nuove concezioni dello spazio, della forma e del colore. È questa la tesi che attraversa il saggio introduttivo di Bolpagni. Il curatore, storico dell'arte e direttore della Fondazione Centro Studi sull'Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti, costruisce un percorso insieme cronologico, tematico e geografico, accostando personalità e scuole differenti. Il titolo Figure del ’900 contiene una doppia interpretazione: la figura come forma di rappresentazione pittorica, ma anche le figure intese come protagonisti di una stagione artistica ricca di individualità. Un'articolazione che permette di superare una lettura rigidamente gerarchica della storia dell'arte, riconoscendo l'importanza di artisti spesso confinati in ambiti regionali o considerati secondari rispetto ai maestri più celebri.

L'itinerario comincia con Campagna con alberi e ruscello (Rio), un piccolo dipinto realizzato da Umberto Boccioni nel 1908, prima della nascita ufficiale del Futurismo. La tela appartiene a una serie di paesaggi dipinti nelle campagne a est di Milano e rivela una sensibilità ancora legata alla tecnica divisionista, interpretata tuttavia con notevole libertà. È un'apertura significativa perché mostra un Boccioni precedente alla rivoluzione futurista, già impegnato nell'elaborazione di un linguaggio personale. Il quadro consente così di osservare quanto la ricerca artistica italiana del primo Novecento fosse ancora profondamente legata alle esperienze dell'Ottocento europeo, prima che la stagione delle avanguardie introducesse nuove modalità di rappresentazione del movimento, dello spazio e della percezione.

Il primo nucleo del catalogo affronta il tema della figura femminile negli anni successivi alla Grande Guerra, attraverso tre opere di Argio Orell, Armando Spadini e Arturo Noci. Sono dipinti profondamente differenti, che testimoniano la varietà dei modelli culturali presenti nell'Italia degli anni Venti. In Quella del lupo e della rosa (1919), Orell rivela l'influenza delle Secessioni mitteleuropee e della pittura di Franz von Stuck. Spadini, nella Madonna (Ritratto della moglie con Anna e Lillo) del 1923, trasforma una scena familiare in una composizione dalla solennità quasi religiosa, unendo intimità domestica e monumentalità. Con Donna con cappello (1926), Arturo Noci propone invece un'immagine di modernità urbana: una figura femminile elegante, costruita attraverso l'attenzione agli abiti, agli accessori e alle nuove forme della rappresentazione sociale. È un confronto che permette di comprendere quanto il ritorno alla figura fosse tutt'altro che uniforme. La conclusione della Prima guerra mondiale aveva modificato profondamente il panorama culturale europeo. Le certezze dell'età precedente erano entrate in crisi, mentre l'esperienza delle avanguardie aveva raggiunto uno dei momenti di maggiore radicalità. Nel primo dopoguerra si diffuse progressivamente una nuova sensibilità, spesso definita «ritorno all'ordine», caratterizzata dal recupero della costruzione plastica, del disegno, della solidità formale e di una relazione più consapevole con la tradizione.

Bolpagni sottolinea come questo ritorno non debba essere interpretato come un unico movimento o uno stile omogeneo. Fu piuttosto un clima culturale europeo, alimentato da esperienze individuali e collettive differenti, nel quale la ricerca artistica tornò a confrontarsi con i modelli del passato. Dopo la frattura della guerra, il richiamo alla classicità e alla stabilità della forma assumeva significati molteplici, che potevano comprendere esigenze estetiche, ideali culturali, orientamenti politici e nuove condizioni del mercato. Il catalogo dedica particolare attenzione al Novecento Italiano, attraverso opere di Ubaldo Oppi, Anselmo Bucci, Piero Marussig e Achille Funi, protagonisti di un percorso che cercò di conciliare modernità e tradizione figurativa. In Idillio cadorino (1927-1930), Oppi costruisce una composizione monumentale nella quale le figure assumono una consistenza quasi scultorea. È una pittura che guarda al Quattrocento italiano, rielaborandone la chiarezza compositiva attraverso una sensibilità moderna.

Allo stesso artista appartiene Figura femminile di profilo (1926), scelta anche per la copertina del volume. Il dipinto mostra una donna dalla fisionomia nitida e dal portamento composto, collocata davanti a un paesaggio montano. La costruzione dei volumi, il controllo delle forme e l'equilibrio cromatico restituiscono con particolare efficacia quella ricerca di essenzialità che caratterizza una parte significativa della pittura italiana degli anni Venti. L'immagine diventa quasi il manifesto visivo del catalogo: una figura riconoscibile, costruita attraverso un linguaggio che mantiene un rapporto con la tradizione, ma ne rinnova profondamente le possibilità espressive. Accanto a Oppi, Cantiere (1928) di Piero Marussig introduce il tema della città moderna attraverso una composizione rigorosa, nella quale gli edifici e le strutture architettoniche diventano elementi di un ordine geometrico. Parigi, Boulevard Poissonnière (1935) di Anselmo Bucci restituisce invece una veduta urbana più dinamica, ancora attraversata dalla memoria della pittura francese di fine Ottocento. Il confronto dimostra come, anche all'interno delle esperienze legate al Novecento Italiano, convivessero differenti interpretazioni della modernità urbana.

Particolarmente interessante è la presenza di un Autoritratto (1936) di Achille Funi, nel quale il riferimento alla grande tradizione del ritratto italiano si combina con una stesura pittorica relativamente libera. Accanto a esso, il Ritratto di Marino Marini (1926) di Giovanni Costetti rivela una costruzione plastica di particolare intensità. L'accostamento di questi due dipinti permette di comprendere come la ricerca sulla figura potesse assumere forme differenti, dalla rappresentazione dell'identità individuale alla costruzione di immagini quasi monumentali. Un capitolo significativo riguarda il destino della figurazione dopo il Futurismo. Il catalogo presenta due opere che mostrano la trasformazione della ricerca di Gino Severini e Giacomo Balla negli anni Trenta. Nella Natura morta con gallo e pesci (Forte dei Marmi) (1931), Severini recupera il genere tradizionale della natura morta, costruendo una composizione di forte intensità cromatica e di possibile significato simbolico. Il rapporto con la tradizione classica e la cultura figurativa italiana diventa uno degli elementi centrali di una ricerca ormai distante dal dinamismo delle prime sperimentazioni futuriste.

In Magnolie che si specchiano (1938), Balla realizza invece una raffinata composizione floreale, nella quale riflessi, trasparenze e variazioni della luce assumono un'importanza decisiva. L'artista che aveva contribuito a rivoluzionare la rappresentazione del movimento torna a confrontarsi con un soggetto tradizionale, senza rinunciare alla propria sensibilità sperimentale. La natura morta diventa un campo di indagine sui fenomeni luminosi e sulle relazioni cromatiche, dimostrando come il percorso successivo all'avanguardia non possa essere ridotto a una semplice rinuncia alle innovazioni precedenti. Il volume introduce poi due protagonisti centrali e profondamente differenti della pittura italiana del Novecento: Mario Sironi e Giorgio de Chirico. Del primo viene presentata Composizione (Uomo dentro la bottiglia), databile intorno al 1925, un'opera su carta nella quale tempera, collage e matita grassa costruiscono un'immagine insolita, attraversata da una vena ironica che contraddice la consueta associazione tra Sironi e una pittura esclusivamente severa e monumentale. Di de Chirico compare Cavallo (1938), appartenente alla stagione successiva alla Metafisica, quando l'artista sviluppò nuove interpretazioni della classicità attraverso soggetti mitologici e immagini enigmatiche.

Ma uno degli aspetti più importanti del catalogo riguarda la scelta di affiancare questi protagonisti ad artisti che la narrazione più consolidata della storia dell'arte italiana ha spesso lasciato ai margini. Tommaso Cascella, Giovanni Brancaccio, Carlo Siviero, Manlio Ciani, Pio Semeghini, Arturo Tosi, Ottone Rosai e Gigiotti Zanini diventano parte di una ricostruzione che tiene conto delle differenti tradizioni regionali e dei molteplici centri di elaborazione artistica della penisola. È particolarmente significativo Pascolo (1927) di Tommaso Cascella, una grande tela ambientata nel paesaggio montano abruzzese. Bolpagni ne sottolinea la forza compositiva e l'energia della pennellata, riconoscendovi una personale interpretazione di quel richiamo al primordiale che attraversò diverse esperienze pittoriche degli anni Venti. L'opera dimostra come una ricerca maturata lontano dai principali centri artistici potesse esprimere una qualità pienamente confrontabile con quella dei protagonisti più noti.

La stessa attenzione riguarda il gruppo di artisti legati all'area napoletana. Sogni di Carlo Siviero, Donna (1935) di Giovanni Brancaccio e Donna al balcone (1937) di Manlio Ciani restituiscono tre modi diversi di affrontare la rappresentazione della figura e dello spazio. Il dipinto di Ciani, in particolare, concentra la propria forza nell'atteggiamento meditativo della protagonista, collocata accanto a una portafinestra. La costruzione dell'ambiente assume un valore psicologico, trasformando un interno quotidiano in una composizione di sottile malinconia. Il percorso prosegue attraverso le geografie della pittura lombarda e toscana, con la Venezia luminosa di Pio Semeghini, il Paesaggio in Val Seriana (1936) di Arturo Tosi, la Vecchia (1936) di Ottone Rosai e la Veduta dal Poggio (1949) di Ardengo Soffici. Sono opere che dimostrano come il paesaggio e la figura popolare continuassero a costituire soggetti centrali di una ricerca capace di rinnovare profondamente la tradizione figurativa. Nel caso di Rosai, la riduzione delle forme e l'essenzialità della composizione restituiscono un'immagine antiretorica della vita popolare fiorentina. In Soffici, invece, il paesaggio toscano diventa occasione per recuperare la lezione del Quattrocento, filtrata attraverso l'esperienza di Cézanne e della modernità francese.

Il catalogo non si interrompe con la Seconda guerra mondiale, ma dedica attenzione anche alle trasformazioni del primo dopoguerra. Basilica di San Lorenzo (1949) di Mario Mafai mostra l'edificio romano ancora segnato dai bombardamenti, trasformando la veduta architettonica in una testimonianza delle distruzioni e della successiva ricostruzione. La pittura assume qui un valore storico, conservando attraverso il colore e la materia la memoria di una città ferita. A questa fase appartiene anche Marina di Francesco Trombadori, dedicata al Porto Grande di Siracusa, nella quale il paesaggio viene restituito attraverso una composizione rigorosa, sospesa in una dimensione quasi senza tempo. La continuità della ricerca figurativa emerge così anche negli anni nei quali il sistema artistico italiano stava progressivamente aprendosi alle nuove sperimentazioni dell'Informale e dell'astrazione.

Una delle sezioni più originali è dedicata a Gigiotti Zanini (1893-1962), artista e architetto di origine trentina, attivo a Milano, al quale sono riservate quattro opere realizzate tra il 1933 e il 1949. Il porto, Paese toscano, Parma e Natura morta permettono di osservare la coerenza di un linguaggio costruito attraverso prospettive rigorose, atmosfere sospese e una particolare capacità di trasformare luoghi riconoscibili in immagini stranianti. La scelta di dedicargli un nucleo consistente non è casuale: rivela la volontà di Bolpagni di riportare l'attenzione su una figura ancora poco conosciuta, ma dotata di una personalità artistica autonoma e riconoscibile. Il percorso si conclude con Mardi gras (1955-1961) di Gregorio Sciltian, pittore di origine armena che raggiunse una notevole notorietà nell'Italia del Novecento. La sua pittura, caratterizzata da un virtuosismo tecnico estremamente analitico, recupera modelli della tradizione seicentesca e li trasforma in immagini di realismo enigmatico. La presenza di un manichino introduce un riferimento all'universo di de Chirico, mentre la costruzione rigorosa della scena rimanda a una concezione della figurazione vicina al Realismo magico. È una chiusura particolarmente efficace perché mostra come, anche alla fine degli anni Cinquanta, la pittura figurativa potesse ancora sviluppare un linguaggio personale, distante dalle tendenze dominanti dell'arte internazionale.

Il significato del progetto riguarda anche la storia delle collezioni di Intesa Sanpaolo. Come sottolinea Michele Coppola, Executive Director Arte, Cultura e Beni Storici del gruppo, il patrimonio novecentesco della banca si è formato attraverso stratificazioni successive, accogliendo le raccolte di numerosi istituti di credito confluiti nel tempo nel gruppo. Questa particolare origine ha prodotto un insieme di opere rappresentativo di territori, scuole e tradizioni differenti. Non una collezione costruita attraverso un unico programma di acquisizioni, ma un patrimonio che riflette la storia economica e culturale di numerose comunità italiane.

La mostra, organizzata dalla Fondazione Ivan Bruschi e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi, con il sostegno di Intesa Sanpaolo e Fondazione CR Firenze, rappresenta dunque anche un esempio di valorizzazione territoriale delle raccolte bancarie. Dopo la prima tappa alla Casa Museo dell'Antiquariato Ivan Bruschi di Arezzo, dal 14 ottobre 2026 al 31 maggio 2027, il progetto raggiungerà Palazzo Bisaccioni a Jesi, dal 3 dicembre 2027 al 18 aprile 2028. Un percorso che prosegue la collaborazione già avviata con la mostra La libera maniera, dedicata alla seconda metà del Novecento e presentata nelle stesse sedi tra il 2024 e il 2025.

In questo contesto il catalogo assume un ruolo che supera quello della semplice pubblicazione di accompagnamento. Nelle sue 64 pagine, il volume offre una sintesi critica accessibile ma scientificamente fondata, accompagnata dalla riproduzione delle opere, da schede con i dati essenziali e dalle biografie degli artisti. Un formato agile, di 14 per 21 centimetri, pensato per prolungare nel tempo la conoscenza delle opere e rendere disponibile un repertorio che difficilmente potrebbe essere ricostruito attraverso una sola visita alle collezioni permanenti. Il contributo di Bolpagni è estremamente significativo per la capacità di collocare le singole opere all'interno di una storia artistica che non procede esclusivamente attraverso fratture e superamenti. Le avanguardie, il ritorno all'ordine, il Novecento Italiano, il Realismo magico e le ricerche del secondo dopoguerra diventano momenti di un sistema più ampio, nel quale la figurazione continua a trasformarsi senza perdere la propria centralità. Un catalogo per una questione storico-artistica di grande portata: riconoscere che la modernità italiana non fu un percorso unico e che molte delle sue espressioni più originali si svilupparono proprio all'interno della pittura figurativa.

Scheda bibliografica

Figure del ’900. Da Balla a Severini, de Chirico e Oppi. Opere dalle Collezioni Gallerie d’Italia – Intesa Sanpaolo, a cura di Paolo Bolpagni, Società Editrice Allemandi, Torino, 2026. 64 pagine, 31 illustrazioni, brossura, 14 × 21 cm. ISBN 978-88-422-2875-2. Prezzo di copertina: 10 euro.

Ginevra Borromeo, 25 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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