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Virginia Djurberg
Leggi i suoi articoliL'editoriale pubblicato da Federico Giannini su Finestre sull'Arte, "Meduse e aragoste, la nostra critica d'arte in disarmo si ridesta al mercato del pesce", coglie un punto che va ben oltre le polemiche estive nate attorno alle installazioni di Philip Colbert a Pompei e alla Medusa di Jago, il mitologico ritratto che ha pietrificato la Goldberg e gli astanti in quel di Capri l'altro giorno. La questione, infatti, non riguarda astici, meduse, sirene, piramidi e cavalieri della notte. Riguarda, ancora una volta, la critica, questa sconosciuta e totalmente ininfluente, assoggettata al sistema dell'arte, dal mercato. Giannini osserva come una parte della critica italiana sembri ritrovare improvvisamente energia e vigore proprio quando incontra un bersaglio evidente, facilmente riconoscibile e destinato a produrre consenso.
È difficile non condividere questa osservazione. Colbert, Jago o l'ennesima installazione pop collocata in un sito storico diventano immediatamente terreno fertile per commenti, editoriali, indignazione e dibattiti social. Ma in un sussulto di raziocinio e folgorazione meno populista ci si chiede: perché questa severità non viene applicata con la stessa intensità al resto del sistema dell'arte? Perchè? Sarebbe tutto molto più corretto e coerente.
Se riteniamo che un'aragosta pop davanti agli scavi di Pompei rappresenti una scelta discutibile, allora dovremmo avere la stessa onestà intellettuale nel giudicare molte altre dinamiche che attraversano il mondo dell'arte contemporanea. Le mostre costruite più sul marketing che sulla ricerca. Le grandi esposizioni prive di un reale progetto scientifico. Le installazioni pubbliche nate esclusivamente per produrre immagini condivisibili. Le nomine discutibili. I premi autoreferenziali. I musei che rincorrono il consenso invece di costruire contenuti. Le fiere che confondono sempre più spesso spettacolo e approfondimento culturale. Ma spesso questi pagano banner o newsletter verticali. E qua si svelano gli altarini. Perché se il metro è la qualità, com’è giusto che sia ovviamente, deve valere sempre. Sempre. Ovunque. Altrimenti la critica rischia di trasformarsi in un esercizio intermittente, che interviene soltanto dove il costo dell'intervento è nullo e il consenso presso il proprio pubblico è praticamente garantito.
Criticare Colbert non mette in discussione alcun equilibrio di potere. Non incrina rapporti istituzionali. Non turba e disturba il mercato. Non espone a particolari conseguenze. È una critica relativamente sicura. Molto più complesso è esprimere un giudizio severo su una mostra promossa da una grande istituzione, su un progetto sostenuto da importanti fondazioni, su un artista consacrato dal mercato internazionale o su un sistema curatoriale che continua a riproporre formule ormai prevedibili…
C'è poi un ulteriore elemento che merita di essere ricordato. Le installazioni di Colbert a Pompei sono, per loro natura, temporanee – come ricorda Giannini. Fra pochi mesi saranno smontate e il sito archeologico tornerà esattamente come prima. La sorridente e disperata aragosta in sé non è il vero problema, se mai è la politica culturale che porta un luogo del patrimonio a dialogare con linguaggi contemporanei. Su questo terreno che sarebbe utile concentrare il dibattito. Della serie: quali sono i criteri di queste operazioni? Quale idea di pubblico sottendono? Quale rapporto vogliono costruire tra patrimonio e contemporaneità? Sono interrogativi più complessi della semplice polemichetta estiva attira click e consenso facile e della contrapposizione tra "bello" e "brutto". E soprattutto sono domande più utili per comprendere e l'evoluzione del sistema. E se mai migliorarlo.
Virginia Djurberg
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