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Amélie Bernard
Leggi i suoi articoliAllestita a Palazzo Manfrin, sede della fondazione veneziana dell’artista inaugurata nel 2022, la mostra riunisce tra 50 e 70 modelli architettonici e scultorei, alcuni realizzati, molti mai costruiti. È solo la seconda volta che il palazzo apre al pubblico, e la scelta non è casuale: ciò che viene messo in scena qui è il lato meno “consumabile” dell’opera di Kapoor, quello che sfugge al mercato, alla scala domestica, alla logica dell’oggetto vendibile.
Il percorso attraversa oltre quarant’anni di ricerca, dai primi progetti visionari fino a lavori recentissimi. Ci sono opere divenute landmark urbani, come Cloud Gate a Chicago, o interventi infrastrutturali come la stazione Monte Sant’Angelo della metropolitana di Napoli; ma soprattutto ci sono i progetti mai realizzati, che esistono solo come modelli, studi, possibilità sospese. È qui che la mostra trova il suo vero centro: nel dimostrare che, per Kapoor, l’atto immaginativo ha un valore autonomo rispetto alla sua effettiva traduzione nel mondo.
Tra i lavori più radicali, spiccano i progetti per un’opera nello spazio, attualmente oggetto di discussioni concrete, pensata per essere visibile dalla Terra e non riducibile a gesto simbolico. Che il modello venga o meno presentato a Venezia è quasi secondario: ciò che conta è l’orizzonte mentale che Kapoor continua ad abitare, dove la scultura non conosce più limiti di scala, luogo o funzione.
Accanto ai modelli, la mostra presenta anche opere installative. Descent into Limbo (1992) entrerà stabilmente nella collezione del sito veneziano al termine dell’esposizione, mentre At the Edge of the World (1998) viene riproposta in una nuova versione, non più rossa ma di un nero profondissimo, ottenuto con una pittura sperimentale affine – ma non identica – al celebre Vantablack. Il nero, ancora una volta, non come colore ma come condizione percettiva: assorbimento, annullamento, soglia.
Tra i lavori inediti figura anche una sorta di “pittura immersiva”: una stanza di pochi metri cubi colma di grumi e colature di colore, osservabile solo dall’esterno. Non si entra, si resta sulla soglia. Un gesto che sintetizza bene l’idea di Kapoor dell’arte come spazio di tensione, mai di risoluzione.Non manca, naturalmente, la dimensione critica. Kapoor è stato tra gli artisti più espliciti nel contestare le derive semplificatorie dell’identità nel discorso artistico contemporaneo. Senza rinnegare la necessità storica di certe battaglie, l’artista mette in guardia contro il rischio di ridurre l’arte alla provenienza, alla biografia, alla rappresentanza. «Ciò che conta – afferma – non è da dove viene un’opera, ma quanto riesce ad aprire il nostro linguaggio visivo ed emotivo». Una posizione che dialoga inevitabilmente con Venezia, città la cui Biennale nasce su basi nazionali ma che, per Kapoor, può e deve essere letta oggi in chiave post-nazionale.
Non a caso, ricordando la sua partecipazione alla Biennale del 1990 come rappresentante della Gran Bretagna pur senza passaporto britannico, Kapoor riafferma una posizione chiara: l’identità dell’artista è una condizione di lavoro, non un recinto ideologico. Guardando al futuro Kapoor ribadisce una convinzione che attraversa tutta la sua carriera: l’arte non deve “dire” qualcosa. Deve aprire uno spazio di possibilità. Citando Paul Valéry, ricorda che una cattiva opera cade nel significato, mentre una buona resta sospesa tra senso e non-senso.
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