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Amélie Bernard
Leggi i suoi articoliTra le opere che meglio riescono a condensare le contraddizioni del nostro tempo, «Can’t Help Myself» occupa un posto centrale. Realizzata nel 2016 da Sun Yuan e Peng Yu, l’installazione è entrata rapidamente nell’immaginario globale come metafora visiva di un sistema che si autoalimenta, si auto-sorveglia e, al tempo stesso, si consuma.
L’opera consiste in un braccio robotico industriale, programmato per contenere una pozza di fluido rosso che si espande incessantemente all’interno di una piattaforma delimitata. Il robot reagisce a sensori di movimento e a coordinate predefinite, cercando di ricondurre il liquido entro un perimetro stabilito. Il gesto è ripetitivo, preciso, instancabile. Anche quando la sostanza si dirada o cambia consistenza, la macchina continua a eseguire il proprio compito, adattando il movimento ma senza mai uscire dalla logica del controllo.
La forza dell’opera risiede nella sua ambiguità. Il fluido evoca immediatamente il sangue, ma è al tempo stesso un materiale industriale. Il robot appare come un agente neutrale, privo di volontà, ma il suo comportamento genera empatia, inquietudine, disagio. Lo spettatore assiste a un’azione che non produce mai una risoluzione definitiva. Il lavoro non finisce, non migliora, non evolve. Continua.
Nel contesto in cui è stata presentata per la prima volta, l’opera veniva spesso letta come una riflessione sul controllo statale, sulla violenza istituzionale e sulla gestione dei corpi. A distanza di quasi dieci anni, quella lettura si è ampliata. «Can’t Help Myself» appare oggi come una rappresentazione efficace di molte dinamiche contemporanee: l’automazione del lavoro, la delega decisionale agli algoritmi, la trasformazione dell’efficienza in fine ultimo, la sostituzione dell’etica con il protocollo.
Il robot lavora senza sapere perché. Non può fermarsi. Non può disobbedire. Non può interrogare il senso del proprio compito. È un esecutore perfetto all’interno di un sistema che non prevede eccezioni, né pause. In questo senso, l’opera supera la dimensione tecnologica e diventa una riflessione sul lavoro umano contemporaneo, sempre più vincolato a processi automatici, metriche, obiettivi quantitativi.
Anche la posizione dello spettatore è cruciale. L’installazione è spesso separata dal pubblico da una barriera trasparente. Si osserva la macchina dall’esterno, in sicurezza, come in un laboratorio o in uno zoo tecnologico. Questa distanza rafforza il senso di impotenza. Non c’è possibilità di intervento. Si può solo guardare. Nel tempo, l’opera è stata frequentemente associata ai temi della sorveglianza e del controllo sociale. Oggi, in un contesto segnato da intelligenza artificiale generativa, automazione diffusa e sistemi predittivi, «Can’t Help Myself» assume una valenza ulteriore. Non parla soltanto del potere che controlla, ma del sistema che continua a funzionare anche quando ha perso il proprio scopo umano.
La macchina, alla fine, non è il soggetto dell’opera. È il sintomo. Il vero oggetto dell’indagine è un modello di organizzazione del mondo in cui l’efficienza sostituisce il senso, la ripetizione prende il posto della responsabilità e il controllo diventa una condizione permanente. Rivedere oggi «Can’t Help Myself» significa riconoscere quanto l’arte contemporanea sia stata capace di anticipare scenari che ora appaiono normalizzati. Non come profezia, ma come diagnosi. Un’opera che continua a funzionare, proprio come il sistema che mette in scena, e che per questo resta profondamente attuale.