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Amélie Bernard
Leggi i suoi articoliNella stessa settimana, questa, si sono svolte alcune delle più grandi fiere d’arte contemporanea a Doha, Bologna, Marrakech, Città del Messico e Nuova Delhi. Tutte andate in scena -giorno più, giorno meno- tra il 5 e l’8 febbraio. Dalla nostra storica Artefiera alla nuova Basel boutique in Qatar, da Zona Maco (che già deve vedersela con la “vicina” Frieze Los Angeles) alla sempre più influente manifestazione indiana, India Art Fair, e alla preziosa manifestazione di settore 1-54 in Marocco. Ben cinque appuntamenti internazionali, in quattro continenti, concentrati nello stesso arco temporale. Una simultaneità che non sembra davvero più una eccezione, ma il sintomo di qualcosa di schizofrenico.
Sorgono alcune domande inevitabili: perchè? Per chi? Che bisogno c'è? Chi dovrebbe essere ovunque, nello stesso momento?
Collezionisti, galleristi, curatori, artisti, advisor, giornalisti: il sistema continua a fingere che l’ubiquità sia possibile, quando è semplicemente insostenibile.
La fiera, da evento straordinario, è diventata stato permanente. Un flusso continuo che non conosce più pause, né gerarchie chiare. Ogni città vuole “la sua” fiera internazionale, ogni regione rivendica centralità, ogni calendario si espande senza più tener conto di quelli altrui. Il risultato è una congestione sistemica. Troppe fiere, troppo ravvicinate, spesso intercambiabili nei format, nei contenuti, perfino negli espositori.
Il paradosso è evidente. Le fiere nascono per concentrare attenzione, risorse, pubblico. Ma quando tutto accade sempre e ovunque, nulla riesce davvero a emergere. La sovrapposizione non moltiplica l’interesse, perché se mai lo frammenta. E non amplifica il valore, perchè lo diluisce.
Per le grandi gallerie globali, il problema è gestibile - sempre a costo di squadre itineranti, investimenti crescenti, una macchina logistica sempre più complessa. Per le gallerie medie e piccole, invece, la saturazione è spesso una trappola. Scegliere diventa perdere. Essere presenti significa esporsi a costi enormi; non esserlo equivale a scomparire temporaneamente dal radar. La fiera, che doveva essere un acceleratore, si trasforma così in un dispositivo selettivo che accentua le disuguaglianze.
Anche per i collezionisti la situazione è sempre più ambigua. L’iper offerta produce affaticamento, non entusiasmo. L’esperienza della fiera (già, come ben sappiamo, compressa, veloce, spesso superficiale) perde profondità quando si ripete in sequenza senza tempo di sedimentazione. Si compra meno per convinzione e più per urgenza. Non si costruiscono visioni, banalmente si reagisce a stimoli.
E poi c’è la questione, tutt’altro che marginale, della qualità culturale. Con un calendario così saturo, diventa difficile distinguere ciò che è realmente rilevante da ciò che è semplicemente “in corso”. Le fiere si moltiplicano, ma raramente riescono a produrre contenuti critici, curatoriali o discorsivi all’altezza delle loro ambizioni. Molte replicano modelli già visti, adattandoli a contesti locali senza una reale necessità culturale.
La pandemia aveva aperto uno spazio di riflessione. Si era parlato di rallentamento, di centralità delle istituzioni, di un riequilibrio tra mercato e ricerca. Oggi, invece, il sistema sembra aver reagito con un riflesso opposto: recuperare il tempo perso moltiplicando gli appuntamenti, come se la quantità potesse compensare la fragilità strutturale.
Ma quattro fiere internazionali contemporaneamente non sono un segno di vitalità. Sono un segnale di corto circuito. Indicano un sistema che fatica a coordinarsi, che compete con sé stesso, che confonde espansione con crescita. Un sistema che continua a produrre eventi, ma sempre meno centralità.
La domanda, a questo punto, non è ovviamente se le fiere siano ancora necessarie (lo sono, assolutamente), ma quante, quando e per chi. Senza una reale razionalizzazione, senza una gerarchia condivisa, senza una riflessione sul senso stesso del format fieristico, il rischio è chiaro. La fiera come rumore di fondo. Presente ovunque, ma sempre meno decisiva. Forse il problema non è che ci siano troppe fiere. È che nessuna osa più fermarsi.
Amélie Bernard
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