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Amélie Bernard
Leggi i suoi articoliPerché presentare oggi Matthew Wong in Qatar?
La decisione nasce da una richiesta tematica precisa della fiera, Becoming, che ci ha portati a riflettere su artisti per cui il divenire non è una traiettoria lineare, ma qualcosa che avviene dentro la pratica. In questo senso, Matthew Wong ci è sembrato una scelta naturale. Conosciamo il suo lavoro da tempo, prima nel dialogo diretto con lui e oggi attraverso il rapporto con il suo Estate, e ciò ci ha permesso di conoscerne a fondo la coerenza e l’intensità.
Che tipo di dialogo si apre tra la sua pittura introspettiva e il contesto culturale del Golfo?
La sua pittura affronta il cambiamento dall’interno dell’atto stesso del dipingere, con grande concentrazione e continuità. In un contesto come quello del Golfo, spesso letto attraverso idee di crescita e trasformazione rapida, il suo lavoro apre uno spazio più raccolto e introspettivo, ma capace di parlare in modo ampio e universale. È un dialogo che non cerca l’adattamento culturale, bensì una risonanza emotiva.
Quali opere sono state scelte per lo stand a Doha e che immagine di Wong restituiscono?
Le opere in booth - tra dipinti a olio e lavori su carta realizzati nel 2019 - sono state scelte per restituire un’immagine complessa di Wong, che va oltre le etichette più immediate. C’è certamente il silenzio, e c’è anche una tensione emotiva che può essere letta come angoscia, ma c’è soprattutto molta lucidità. Wong era profondamente immerso nella storia dell’arte e riusciva a trasformare emozioni molto forti in una pittura estremamente controllata. L’immagine che vogliamo restituire è quella di un pittore rigoroso, attento, profondamente consapevole del proprio linguaggio.
Quanto è delicato, oggi, affrontare il tema della salute mentale nell’arte senza trasformarlo in un dispositivo narrativo o di mercato?
È estremamente delicato. Ed è anche il motivo per cui non lo usiamo come chiave di lettura. La salute mentale fa parte della sua sensibilità, certo, ma non è mai stata utilizzata come una storia da raccontare. E nemmeno come un argomento di vendita. In molti casi non viene proprio nominata. Se emerge, emerge guardando i dipinti.
Dopo la sua morte, il mercato di Matthew Wong ha conosciuto una crescita rapidissima. Come si governa eticamente e criticamente un’eredità così fragile?
Il mercato è difficile da governare, e nel caso di Wong le spinte speculative sono state evidenti e, a volte, eccessive. Quello che si è cercato di fare, però, è stato preservare prima di tutto l’eredità artistica: privilegiando mostre museali, progetti istituzionali, e limitando le vendite. L’obiettivo per noi è costruire un contesto critico solido, che restituisca complessità al lavoro e ne protegga la lettura nel lungo periodo.
atthew Wong THE HERMIT'S PATH, 2019 Oil on canvas / Olio su tela 61 × 50.8 cm / 24 × 20 inches
Matthew Wong è morto giovanissimo, lasciando un corpus di opere sorprendentemente coerente e intenso. In che modo la sua scomparsa ha influenzato la lettura critica del suo lavoro?
Idealmente in nessun modo. Il lavoro di Wong regge da solo, senza bisogno di essere riletto alla luce della sua scomparsa. Il rischio è sempre quello di sovrapporre una narrazione biografica a un corpus che è coerente e autonomo. È importante continuare a guardare i dipinti per quello che sono.
C’è il rischio, quando un artista muore così presto, che la biografia finisca per schiacciare l’opera. Come si evita una lettura puramente romantica o patetica del suo talento?
Smontando narrazioni semplificate. Wong non va letto come un artista “fragile” o come un caso eccezionale legato alla sofferenza. La sua opera va affrontata per ciò che è - una pratica pittorica meticolosa e profondamente colta. La biografia può essere un contesto, ma non deve mai diventare una spiegazione.
Wong è spesso raccontato come un artista “isolato”. È una narrazione fedele o una semplificazione retrospettiva?
È una semplificazione retrospettiva. Wong era in dialogo con molti artisti della sua generazione, in contesti e paesi diversi, e seguiva con grande attenzione ciò che accadeva intorno a lui. L’immagine dell’artista isolato non restituisce la complessità reale di una pratica invece molto aperta, permeabile e curiosa.
atthew Wong THE LONG GOODBYE, 2019 Oil on canvas / Olio su tela 121.9 × 91.4 cm / 48 × 36 inches
I suoi paesaggi e interni sono luoghi mentali prima ancora che fisici. Possiamo parlare di una pittura psicologica più che figurativa?
Sì, assolutamente. La figurazione in Wong è sempre un punto di partenza, mai un arrivo. I luoghi che dipinge non descrivono uno spazio reale, ma uno stato emotivo. La sua è una pittura che parla di sensazioni - più vicina a una geografia interiore che a una rappresentazione letterale del mondo che lo circondava.
Wong ha parlato apertamente di depressione e fragilità mentale. In che modo questi elementi entrano nel lavoro senza ridurlo a una “pittura del dolore”?
Entrano nel lavoro ma non vengono mai trattati come un tema a sé. Non sono messi in scena né dichiarati: sono vissuti. Facevano parte della sua vita, così come momenti di felicità ed entusiasmo. Il suo lavoro non è una cronaca del dolore, ma una traduzione pittorica di stati emotivi intensi. Ridurlo a una “pittura del dolore” sarebbe limitante, tanto quanto ignorare la complessità emotiva che lo attraversa.
Il successo di Wong è stato spesso letto come “immediato”. In realtà, quali passaggi istituzionali e critici hanno costruito questa legittimazione?
Il successo è stato rapido, sì, ma non improvvisato. È il risultato di una serie di passaggi istituzionali molto solidi e di una lettura critica che si è costruita nel tempo. Penso, per esempio, alla mostra al Van Gogh Museum, poi proseguita alla Kunsthaus Zürich, o alla personale al Museum of Fine Arts di Boston: contesti che hanno contribuito a inquadrare il suo lavoro su un piano storico e museale. A questo si aggiunge ora la sua prossima personale a Palazzo Tiepolo Passi, in concomitanza con la Biennale di Venezia di quest’anno. Tutti questi passaggi hanno spostato la lettura del suo lavoro lontano da una dimensione puramente mediatica, costruendo invece una legittimazione critica e istituzionale molto chiara.
Cosa può insegnare oggi Matthew Wong alle nuove generazioni di artisti, al di là del mito della sofferenza?
Costanza, prima di tutto, ma anche grande tenacia. Una dedizione quasi ostinata alla pratica. Wong lavorava con una concentrazione rara, studiava moltissimo, dipingeva ogni giorno. Il suo esempio non sta nella sofferenza, ma nella passione e nella serietà con cui ha costruito un linguaggio personale in pochissimo tempo.
atthew Wong SUNDAY, 2019 Gouache on paper / Gouache su carta 40.6 × 30.8 cm / 16 × 12 1/8 inches
Matthew Wong A WALK BY THE SEA, 2019 Gouache on paper / Gouache su carta 30.8 × 40.6 cm / 12 1/8 × 16 inches
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