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La rivincita di Londra: il sistema dell'arte oltre le profezie del declino (foto Frieze Masters 2025)

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La rivincita di Londra: il sistema dell'arte oltre le profezie del declino (foto Frieze Masters 2025)

Altro che declino: Londra riscopre la propria forza nel sistema dell'arte internazionale. Sarà più complicata e più costosa, ma è ancora imprescindibile

Tra grandi inaugurazioni, fiere internazionali, aste milionarie e una scena artistica diffusa, la Frieze Week restituisce l'immagine di una capitale tutt'altro che in declino. La Brexit ha complicato il lavoro di gallerie e professionisti, ma non ha cancellato le infrastrutture culturali e commerciali della città. E i dati dell'ultimo rapporto Art Basel & UBS raccontano una realtà diversa dalle previsioni più catastrofiche: il Regno Unito rimane il secondo mercato dell'arte al mondo, con 10,5 miliardi di dollari di vendite.

Rebecca Donaldson

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Bisognerebbe forse tornare a Londra durante la Frieze Week prima di decretarne definitivamente il declino. Perché attraversando le inaugurazioni delle grandi gallerie di Mayfair, le sale di Frieze London e Frieze Masters, le fiere collaterali, i musei e le istituzioni disseminate nella città, l'impressione è quella di un sistema dell'arte che conserva una vitalità straordinaria. Una scena internazionale, partecipata, capace di mobilitare artisti, collezionisti, curatori e professionisti provenienti da tutto il mondo. E soprattutto una città che, dopo anni di previsioni pessimistiche sulle conseguenze della Brexit, sembra aver trovato nuove modalità per riaffermare il proprio ruolo.

Per molto tempo il racconto dominante è stato quello di una Londra destinata a perdere progressivamente centralità a vantaggio di Parigi. L'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea avrebbe compromesso la sua funzione di principale piattaforma commerciale del continente, rendendo più costosa e complessa la circolazione delle opere e delle persone. Una prospettiva che aveva basi concrete. Le procedure doganali, i regimi di importazione temporanea, gli adempimenti fiscali e le nuove condizioni di mobilità professionale hanno effettivamente complicato il lavoro di galleristi, artisti e operatori europei. La Brexit ha introdotto attriti che prima non esistevano e che continuano a incidere sui costi e sulla competitività delle imprese.

Ma una cosa è perdere efficienza commerciale, un'altra è perdere centralità culturale. E forse il principale errore delle letture più catastrofiche è stato confondere questi due piani. I numeri, del resto, invitano a una valutazione meno semplicistica. Secondo l'Art Basel & UBS Global Art Market Report 2026, il Regno Unito ha registrato nel 2025 vendite d'arte per 10,5 miliardi di dollari, in crescita del 2% rispetto all'anno precedente, conservando il secondo posto mondiale con il 18% del mercato globale. La Francia, cresciuta del 9%, ha raggiunto i 4,5 miliardi di dollari e una quota dell'8%. La progressione francese è significativa, ma la distanza economica tra i due mercati rimane considerevole.

Naturalmente, il dato nazionale non coincide interamente con quello delle rispettive capitali, e la ripresa britannica non cancella il fatto che il mercato rimanga sotto i livelli del 2019. Ma è sufficiente a mettere in discussione l'idea di un trasferimento già compiuto della leadership europea da Londra a Parigi. La Francia sta crescendo più rapidamente; il Regno Unito continua tuttavia a disporre di una struttura commerciale molto più ampia. È questa distinzione a rendere interessante ciò che sta accadendo. Parigi ha saputo costruire attorno ad Art Basel Paris un sistema sempre più integrato, capace di coinvolgere gallerie, istituzioni e case d'asta. Londra, però, possiede un'infrastruttura culturale e professionale sedimentata in decenni di attività internazionale. Le grandi gallerie, le istituzioni museali, le fondazioni, le collezioni private, gli advisor, le case d'asta e una rete capillare di spazi indipendenti costituiscono un patrimonio che non può essere trasferito semplicemente modificando la geografia delle fiere.

La Frieze Week ne è la dimostrazione più evidente. Quasi 300 gallerie da 48 Paesi e territori partecipano alle due fiere principali, mentre il resto della città presenta un programma di mostre che attraversa la storia dell'arte e la produzione contemporanea. Ma l'aspetto più significativo non è soltanto la quantità degli appuntamenti. È la loro distribuzione, la capacità di coinvolgere quartieri differenti e di mettere in relazione grandi operatori commerciali con istituzioni, artisti e organizzazioni indipendenti.

Londra continua a funzionare come una piattaforma di relazioni internazionali. Le fiere attirano i collezionisti, le gallerie organizzano le inaugurazioni più importanti, i musei concentrano nuovi progetti e le case d'asta costruiscono vendite di alto profilo. L'intero sistema sembra alimentarsi reciprocamente, creando una densità di incontri e opportunità che rappresenta uno dei principali vantaggi competitivi della città.

Le grandi aste costituiscono un ulteriore elemento di questa capacità di attrazione. La collezione Peter Simon proposta da Christie's durante la settimana di Frieze, con opere di Bacon, Mondrian, Miró, Picasso, de Kooning e Boetti, dimostra che Londra conserva un ruolo di primo piano nella gestione dei grandi patrimoni privati internazionali. E il mercato delle grandi collezioni rimane uno dei terreni sui quali si misura concretamente la forza di una piazza.

Ma c'è un elemento meno immediatamente visibile, e forse ancora più importante: la capacità del sistema londinese di investire nelle relazioni professionali. I programmi di acquisizione per i musei, le borse per i curatori, le iniziative delle fondazioni e il coinvolgimento delle organizzazioni non profit contribuiscono a costruire un'infrastruttura che va oltre la settimana delle vendite. Il mercato, in questo contesto, non appare separato dalla produzione culturale, ma inserito in un sistema di riconoscimento, ricerca e circolazione delle opere.

Questo non significa che tutto funzioni. Le difficoltà introdotte dalla Brexit continuano a pesare, soprattutto sulle gallerie di dimensioni minori e sugli operatori che non dispongono delle risorse necessarie per affrontare procedure amministrative sempre più complesse. È possibile, anzi, che la resilienza del segmento alto del mercato nasconda fragilità più profonde nella sua base economica. La capacità di attrarre grandi collezioni e grandi gallerie non coincide automaticamente con la sostenibilità delle realtà emergenti.

È qui che la questione londinese diventa particolarmente interessante. La città può essere contemporaneamente meno accessibile e ancora straordinariamente attrattiva. Può perdere parte della propria efficienza nei rapporti con il continente e conservare un primato nelle reti professionali internazionali. Può subire la concorrenza crescente di Parigi senza per questo essere destinata a una marginalizzazione.

Forse, dunque, più che parlare di rinascita bisognerebbe parlare di adattamento. Londra sta ridefinendo la propria posizione all'interno di un sistema europeo diventato più policentrico, nel quale Parigi acquisisce peso, ma non necessariamente a scapito di ogni altra capitale. La competizione non è più soltanto quella tra due mercati che cercano di sottrarsi quote di fatturato. Riguarda la capacità di attrarre talenti, costruire carriere, mobilitare patrimoni e mantenere attive relazioni internazionali.

E la Frieze Week restituisce proprio questa immagine: quella di una città che continua a produrre occasioni, relazioni e valore culturale, nonostante condizioni operative meno favorevoli rispetto al passato. La domanda, allora, non è se Parigi abbia superato Londra, né se Londra sia tornata a essere quella di prima. La domanda è come una capitale riesca a conservare la propria influenza anche quando perde alcuni dei vantaggi che ne avevano sostenuto l'ascesa. Londra dimostra che il potere di un sistema dell'arte non risiede soltanto nelle sue condizioni fiscali, nel valore delle aggiudicazioni o nel numero delle gallerie presenti. Risiede anche nella profondità delle sue istituzioni, nella qualità delle relazioni professionali e nella capacità di continuare ad attrarre persone, idee e capitali. La Brexit ha reso più complicato lavorare a Londra. Non ha reso Londra irrilevante. E forse è proprio questa la constatazione più importante che emerge attraversando la città durante Frieze: il declino di una capitale dell'arte è molto più difficile da decretare che da raccontare.

Rebecca Donaldson , 14 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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