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Francesco Sala
Leggi i suoi articoliIl Regno Unito è stato baciato da una fortuna cronologica piuttosto rara, quella della coincidenza tra una data rotonda e l’inizio di una stagione, o, se preferite, la fine di un’altra. Qualunque sia il giudizio sul lavoro di Margaret Thatcher come primo ministro resta un fatto inoppugnabile, scolpito nella pietra: questo si conclude nel 1990, esattamente il 22 novembre, e ciò significa che un decennio nuovo si è aperto con una svolta radicale in termini politici, economici, sociali e che questa svolta ha necessariamente avuto il suo riflesso nei costumi di un’intera nazione. Con inevitabili riflessi nella sua arte.
Siamo in pieno revival di quel periodo e la Tate Britain di Londra ha scelto di cavalcare l’onda chiamando Edward Enninful, direttore di «Vogue UK» e responsabile del brand per l’Europa, a raccontare quel decennio secondo il filtro particolare di ciò che lui conosce meglio, ovvero la moda, e di come questa espressione specifica si sia intrecciata con l’arte contemporanea, nella mostra «The 90s: Art and Fashion» (fino al 14 febbraio 2027). Perché proprio Enninful? Perché nel 1993, appena diciottenne, cominciò su «i-D», la rivista che insieme a «Face» ha segnato quella stagione, lavorando fianco a fianco con Juergen Teller, come lui stesso ricorda seminando copie su copie di quelle riviste lungo il percorso espositivo, insieme a tante e tante immagini dello stesso Teller.
E qui i critici cominciano a storcere il naso. Perché siamo pur sempre alla Tate Britain e non al V&A (Victoria and Albert Museum) e perché nel titolo dell’operazione la parola «arte» è presente, eppure l’asse dell’operazione sembra pesantemente, smaccatamente, sbilanciato in favore della moda, evidente comfort zone di Enninful, che dedica una sala intera alle fantasie tardo settecentesche di John Galliano (il cui debutto, negli anni Ottanta, arrivò proprio con una collezione ispirata alla Francia rivoluzionaria) e offre spazio ad Alexander McQueen e persino Vivienne Westwood (che in quanto sempiterna va bene per tutte le stagioni, anche se non viene da identificarla come un’icona anni Novanta).
Quando, di contro, l’attenzione riservata ai cavalieri Yba (Young British Artists) raggiunge a stento il minimo sindacale. La solida presenza di Sarah Lucas nelle prime sale, dove pure si tenta di contestualizzare il periodo con i ritratti working class di Nigel Shafran, illude un po’, così come avviene con l’esplosiva carta da parati che Abigail Lane realizzò nel 1992, imprimendo il sedere nudo di una modella sul rotolo: l’immagine rassicurante del salotto piccolo borghese, identificato da uno dei complementi d’arredo più british in assoluto, finisce desacralizzata da un’azione che più punk non si può. Ma la spinta si esaurisce quasi subito, affievolita in un unico e sparuto neon a ricordare il tragitto di una certa Tracey Emin. Nel rincorrersi di due squaletti in tassidermia, perché, sì, Damien Hirst non si può lasciare fuori come si è fatto, ad esempio, con Mat Collishaw, ma forse è meglio non esagerare: casomai si prendesse la scena.
Curare una mostra che si propone di raccontare un’intera stagione è tutto sommato come allenare la nazionale di calcio. Bisogna avere un’idea di gioco in testa e immaginare quali siano gli interpreti migliori per metterla in pratica, anche se questo significa deludere aspettative, andare contro il volere popolare, persino tradirsi o contraddirsi se questo vuol dire, però, portare al risultato. Vale poco, allora, cedere al giochino da figurine Panini del «celomanca», lamentare l’assenza o l’eccessiva presenza di questo o quell’altro artista, come pure questionare quale pezzo sia più o meno rappresentativo: purché tutto, alla fine, conduca se non a vincere i Mondiali, almeno a fare una decorosa figura. A convincere poco nelle scelte di Enninful, allora, non è tanto una questione particolare (fatta di nomi, di opere), quanto piuttosto una questione generale, che attiene a che cosa si è scelto di raccontare degli anni Novanta e su che cosa si è scelto invece di glissare. Al tipo di gioco che il commissario tecnico ha in mente, insomma. Perché di questi anni Novanta esce un ritratto fortemente estetizzato, quasi di nicchia, che sembra troppo parziale e autoreferenziale per poter essere se non esaustivo, impresa probabilmente impossibile, quantomeno davvero significativo.
C’è arte ma non c’è traccia della settima, perché abbiamo sì «Bear», il primo video di Steve McQueen, ma siamo pur sempre nel decennio di «Trainspotting», che pure qualcosa ha rappresentato. C’è musica, già: ma quale? Una sala intera dedicata alla cultura del clubbing, ma del brit-pop o del pop più soffice e puro nessuna traccia. Non sarà stata degna di finire in passerella, ma c’è stata un’estetica lanciata da Oasis e Spice Girls, e questa estetica, per quanto caciarona, ha contribuito a definire quegli anni, che lo si voglia o no. E non basta il muro di tv a tubo catodico che, nel bookshop, manda in loop i videoclip dell’epoca (passi per «Creep» dei Radiohead: ma davvero l’orgogliosa irlandese Sinéad O’Connor rappresenta al meglio il Regno Unito?) per risarcire un’assenza fin troppo rumorosa.
Insomma: se vi aspettate di avere un racconto fedele degli anni Novanta, c’è il rischio di rimanere delusi, anche se trovarsi davanti a certi lavori fa passare ogni intento polemico in secondo piano. Perché in fin dei conti l’arte è meraviglia, a prescindere da tutte le sovrastrutture che possiamo appiccicarle addosso. È il caso del torso di Rachel Whiteread, ad esempio, o della «Concorde Grid» di Wolfgang Tillmans, con la serie di fotografie che catturano fugaci l’apparizione dell’aereo superveloce nei cieli suburbani, il profilo come di vampiro e l’ombra di un futuro che affascina e insieme inquieta. Enninful, con questa mostra, non vincerà i Mondiali. Anzi: forse nemmeno si qualificherà per partecipare. Ma a noi qualche giocata di classe resta negli occhi.
Francesco Sala
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