Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Foto d’installazione di Evelyn Taocheng Wang, «Spreading Elegance», 2025, Amsterdam, Galerie Fons Welters

© Evelyn Taocheng Wang 2026, courtesy dell’artista; Antenna Space, Shanghai e Carlos/Ishikawa, Londra. Foto di Gunnar Meier, courtesy Galerie Fons Welters

Image

Foto d’installazione di Evelyn Taocheng Wang, «Spreading Elegance», 2025, Amsterdam, Galerie Fons Welters

© Evelyn Taocheng Wang 2026, courtesy dell’artista; Antenna Space, Shanghai e Carlos/Ishikawa, Londra. Foto di Gunnar Meier, courtesy Galerie Fons Welters

Evelyn Taocheng Wang, l’arte come un nodo da sciogliere al Goldsmiths CCA di Londra

Per la prima volta in un’istituzione britannica il lavoro dell’artista cinese, tra tessuti, calligrafia, video e pittura. Una pratica stratificata che intreccia tradizioni orientali e cultura occidentale, autobiografia e finzione, letteratura, cinema e stereotipi culturali

Francesco Sala

Leggi i suoi articoli

Mi aggiro nelle sale del Goldsmith Centre for Contemporary Art di Londra, osservo le opere che compongono «Being Poetic Ruins Life» (fino al 13 dicembre), la prima, densissima mostra di Evelyn Taocheng Wang (Cina, 1981) in una istituzione britannica, e mi suona nelle orecchie quello che diceva Jérôme Baschet dell’iconografia medievale, parlando di un «mondo del senso, ma un mondo di sensi oscuri e velati, un mondo di figure in attesa di rivelazione o di interpretazione, un mondo fatto di sensi intricati, stratificati, intessuti, in attesa di essere annodati e sciolti». E mi sembra che questo immaginario interpretato da Baschet si adatti benissimo alla pelle di ciò che vedo qui e ora, forse perché mi sono assuefatto alla banalizzazione di chi legge i tempi che viviamo come un nuovo Medioevo di barbarie e pestilenze e nessuna speranza nel futuro; forse perché l’idea dei nodi che si stringono e si sciolgono, questa specie di metafora tessile, davvero rimanda a buona parte dei lavori che ho davanti. A partire da «My History» (2008), rotolo intessuto di parole e immagini con cui l’artista si appropria di un formato che viene dalla tradizione cinese e che è curioso trovare proprio in queste settimane a Londra, città che festeggia il ritorno nel Regno Unito, dopo quasi mille anni passati in Francia, del celebre arazzo di Bayeux (ancora il Medioevo!) per la mostra blockbuster che più blockbuster non si può al British Museum. 

Il modello è quello della narrazione puntuale della vita dell’artista, rigorosamente uomo, ça va sans dire, dall’apprendistato alla maturità, che nei secoli ha rappresentato un passaggio fondamentale nella pratica di tanti maestri: in questo caso realtà e finzione di mescolano con sarcasmo, in quella stratificazione di riferimenti tra il colto e il popolare, l’immediato e il ricercato, con cui Taocheng Wang si districa magnificamente. Un medium che viene dal passato da sempre associato alla sfera maschile, quindi, sciolto filo dopo filo, nodo dopo nodo, per essere ricucito da una donna transgender in un calembour di personaggi reali e immaginati, pescati nei romanzi di Jane Austen e nei film di James Ivory, intrecciati a colori che rimandano dichiaratamente a Mark Rothko. Immagini e parole, dunque, tante parole: Taocheng Wang si è formata nell’arte della calligrafia e nella letteratura cinese classica, e la parola, il segno, sono parte fondamentale del suo lavoro. Se in «My History» racconta una sé mitizzata, con «Spreading Elegance» (2019) raccoglie testimonianze di amiche e conoscenti a cui ha spedito abiti da lei stessa indossati per imbastire una conversazione epistolare sul tema della moda, dell’eleganza; su quanto un vestito sappia raccontare di noi e quanto di noi stessi deleghiamo alla capacità mitopoietica un singolo semplice oggetto.  

Evelyn Taocheng Wang, «Friendship», 2023. © Evelyn Taocheng Wang 2026, courtesy dell’artista; Antenna Space, Shanghai e Carlos/Ishikawa, Londra. Foto courtesy Antenna Space

Gli scambi si ricompongono alla luce delicata di abat-jour, le carte disposte su tavoli ai quali sedersi per leggere, osservare schizzi e piccoli monili che accompagnano ed esemplificano una narrazione sulla femminilità, sulle differenze culturali, sulle distanze e le vicinanze tra popoli e tradizioni. E cosa più delle fiabe è, in fin dei conti, tradizione? Taocheng Wang affronta quella del principe ranocchio in «Three Versions of Change» (2018), video animato nel quale la vicenda che tutti ricordiamo si spacca e si ricompone tre volte, confondendo la sessualità dei protagonisti, i rapporti di forza tra i diversi personaggi, cambiando di volta in volta il finale, a suggerire la volatilità dei nostri costrutti culturali e appagando un innato senso per il gioco narrativo. Un’artista pienamente e continuamente storyteller, come ribadito in un altro video dello stesso anno, «Hospital Conversation»: tre brevi episodi, anche qui, trasformano il semplice e banale attraversamento di un tunnel cittadino in una specie di salto dal mondo del reale a quello immaginato, mescolando il fare arte e la vita di tutti i giorni, insistendo nel cercare poesia nelle architetture di un ospedale, nei mazzi di fiori forse portati per rallegrare un degente o forse offerti a un amante, ammesso e non concesso che le due figure non coincidano. 

Una formazione centrata in modo deciso sulla tradizione orientale, il confronto con il realismo sovietico e le avanguardie russe, infine lo sguardo aperto sull’Occidente: tutto l’universo di Taocheng Wang si definisce e si compenetra nella serie di dipinti d’après Agnes Martin, nei quali le astrazioni geometriche dell’artista americana si offrono come base su cui intervenire con delicata ironia, tornando a parlare del cinema di Ivory (da «Maurice» a «Camera con vista») ma anche dei romanzi di Eileen Chang; di cartoni animati («Conte Dacula», rarissimo caso di prodotto della televisione occidentale doppiato in Cina) dell’Alice di Lewis Carroll, dell’Orlando di Virginia Woolf e di tanti piccoli e grandi stereotipi della cultura britannica, in campo culturale e non solo. Scherzando, ma forse non troppo, sull’inglese zoppicante della stessa artista che, invece di mascherare le proprie difficoltà con una lingua non sua, sceglie di esibirle, di esporle a introdurre un ulteriore livello di confronto. È proprio questa continua stratificazione, l’invito a scavare sempre più a fondo, la cifra del lavoro di Taocheng Wang, una bulimia enciclopedica di riferimenti, nomi, situazioni, filosofie, idee. «Essere poetici rovina la vita» titola la mostra: rovina la vita del poeta stesso, frantumato nel suo «lavorare come un pugno chiuso», diceva Cesare Pavese; e rovina la vita di chi in quel marasma si getta e si abbandona, chi fruga e gratta e non si accontenta. C’è da perdere la testa davanti a questi lavori così ricchi, c’è da spendere tutto il tempo e le energie che si hanno: e ancora potrebbe non essere abbastanza per riportare a casa anche solo una piccola parte di cosa possono e vogliono dirci. Forse il senso di rovina, allora, sta tutto qui, nella certezza, la consapevolezza, che qualcosa ancora sfuggirà, perché l’arte e l’immagine sono tutt’altro che biblia pauperum e corrono veloce. Viene il fiatone a starci dietro.

Francesco Sala, 29 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

Francesco Sala

Leggi i suoi articoli

Evelyn Taocheng Wang, l’arte come un nodo da sciogliere al Goldsmiths CCA di Londra | Francesco Sala

Evelyn Taocheng Wang, l’arte come un nodo da sciogliere al Goldsmiths CCA di Londra | Francesco Sala