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Foto d’installazione di Liz Larner, «A hard line to bend», 2026, Londra, Camden Art Centre

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Foto d’installazione di Liz Larner, «A hard line to bend», 2026, Londra, Camden Art Centre

La prima personale di Liz Larner a Londra plasma la materia neutra

Al Camden Art Centre la prima personale dell’artista californiana in uno spazio pubblico britannico mette in dialogo ceramica, materiali di scarto, legno e forme organiche per interrogare materia, natura e identità

Francesco Sala

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Le cose non sono le cose è il titolo del primo romanzo di Paolo Nori e non ha niente a che vedere con la scultura e men che meno con la California. Né con Londra e il Camden Art Centre, nelle cui sale è allestita, fino al 17 gennaio 2027, la prima personale di Liz Larner (Sacramento, California, 1960) in uno spazio pubblico del Regno Unito. Una mostra per la quale hanno scelto il titolo «A Hard Line To Be Bend», letteralmente «una linea difficile da piegare», ma alla quale, anche se Paolo Nori non c’entra proprio niente, sarebbe calzata benissimo quell’idea delle «cose che non sono le cose». A partire proprio dal temine «cosa», da una generalità spesso superficialmente confusa con banalità, e che nasconde invece un’umile profondità: che profuma di materia, fisicità, presenza, persino possanza. I lavori di Larner indagano quindi le cose nella loro essenza più intima e nuda, nella loro regale semplicità, e si chiedono da dove queste vengono e dove vanno perché questo significa indagare da dove veniamo e dove andiamo anche noi.

Il viaggio che parte da lontano, dalle sagome di asteroidi replicate in ceramica smaltata che sembrano piovere dallo spazio profondo attraverso i lucernari del Camden Art Centre, come se questi ultimi fossero gli «Skyspace» di James Turrell. Si legge in quelle forme il meraviglioso sapido mistero del deserto, di luoghi dove la linea del tempo sembra davvero qualcosa di difficile da piegare o anche solo manipolare; si respira la terra, la polvere, il cielo della California, là dove Larner, come Turrell del resto, è cresciuta e si è formata. Con un ulteriore piano di lettura, suggerito attraverso le pagine del «Guardian» da Eddy Frankel, quando ricorda come esista già un mercato per i diritti di estrazione di minerali pregiati dagli asteroidi. Un punto che Larner, mai estranea dall’affidare ai propri lavori messaggi politici, può certamente avere tenuto presente. E poiché le cose non sono (solo) le cose, quei corpi celesti luccicanti come gioielli si specchiano in eterei assemblaggi di materiali di scarto (bottiglie, confezioni varie, appendiabiti, posate, coperchi di tazze da caffè take-away e persino sedie) che rivendicano l’appartenenza a un comune sistema naturale, e vibrano come nuvole eleganti a testimoniare chi noi siamo. Perché siamo ciò che consumiamo e lasciamo indietro, ovviamente; ma anche perché siamo entrambi, la plastica e noi, figli del carbonio: polimeri organici che si compongono in varianti differenti, ma risalendo la catena un anello alla volta, in qualche modo, sempre alla stessa molecola base arrivano.

Liz Larner, «Come Together», 1989 © Liz Larner, courtesy Galerie Max Hetzler, Anton Kern Gallery, The Modern Institute e Regen Projects

Una verità da accettare con il sorriso sulle labbra: quello sardonico della serie «Smiles», avviata a metà Anni Novanta e che di tanto in tanto ritorna nel catalogo di Larner. L’artista, che dichiara di essersi ispirata per questi lavori alle pagine umoristiche di Mark Twain e Gregory Dunne, forza materiali altrimenti rigidi in forme innaturali, cuoce ceramiche sollevando lembi che ricordano appunto labbra increspate. Ceramica e dunque terra, poi ancora pietra e plastica e materiali organici (i capelli e i nastri tessuti in «Come together» del 198), specie di giostra che ricorda i lavori di un’altra artista californiana, Sarah Sze) per un carosello delicato che esplora tutto lo spettro di ciò che possiamo ricondurre alla natura. Un fare arte che è sporcarsi le mani, portare sotto le unghie le tracce del mondo, imprimere sulle superfici segni che evocano l’avvicendarsi degli elementi, plasmare forme che richiamano la morbidezza di pietre arrotondate dall’acqua e che poi si spaccano sotto il sole martellante del deserto. Un fare arte, insomma, che si abbandona in modo totale a un’infantile meraviglia nei confronti della natura. Ma anche a ciò che va oltre la natura, a quel fenomeno squisitamente umano che è la Storia. 

Nell’opera inedita che dà il titolo alla mostra, Larner rielabora alla sua maniera la figura di Lilith, il nome che dopo aver aleggiato in forma di spirito non troppo benevolo nella mitologia babilonese si è accasato nella tradizione ebraica come prima moglie di Adamo. Nata sua pari, impastata da Dio nella medesima terra del primo uomo, mica come quell’altra, Eva, e proprio perché sua pari, dunque, poco incline ad accettare una posizione subalterna, fino a rinunciare alle delizie del Giardino dell’Eden. Meglio la libertà, per quanto amara, rispetto a una prigione dorata. Anche se questo significa venire calunniata per secoli, identificata in un essere mostruoso che porta caos, disastri assortiti e, dulcis in fundo, si mangia pure i bambini. Larner, che ha spesso affrontato nei suoi lavori il tema dell’emancipazione della donna dai ruoli che la società patriarcale le impone, sposa la lettura contemporanea di una Lilith icona ante litteram del femminismo, finalmente restituita alla sua dimensione più autentica. 

L’attributo è quello dell’iconografia tradizionale, desunto dai bassorilievi mesopotamici conservati proprio al British Museum: la civetta, simbolo di una saggezza e un sapere che vanno oltre l’umana comprensione e affrontano anche i misteri più insondabili, come quello della morte, e si manifesta in forma di una zampa fusa in bronzo, aggrappata con solida tenacia al suolo mentre verso il cielo tende una gentile mano femminile, in posa di offerente. A unire i due elementi un arco realizzato in madrone del Pacifico, albero autoctono della costa ovest di Stati Uniti e Canada. Sì, una pianta che viene dalla stessa terra dell’artista, ma che non è stata scelta a caso. Perché cresce torcendosi in una sofferenza che alle nostre latitudini può ricordare quella dell’ulivo; ha un legno duro, non semplice da lavorare: quasi impossibile estrarne assi perfettamente dritte. Ha un carattere ispido e incontrollabile, con la tendenza a imbarcarsi, agitarsi fino a spaccarsi anche dopo essere stato tagliato ed essiccato. Una linea difficile da piegare, insomma. Come difficile, anzi, impossibile da piegare era la stessa Lilith. E come immaginiamo debba essere Liz Larner.

Francesco Sala, 16 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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