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Francesco Sala
Leggi i suoi articoliIl libro di Mathjis Deen «Per antiche strade» racconta frammenti della storia dell’Europa usando appunto le sue strade, vecchie e nuove, come filo conduttore, filo di sutura che cuce il passato e il presente, tratteggiando un’identità condivisa. Nelle prime pagine seguiamo le orme di un uomo di cui non sappiamo il nome, un uomo che è uomo da poco, o forse nemmeno lo è ancora pienamente. Sono orme diventate fossili, lasciate su una spiaggia del Norfolk 900mila anni fa. Sono le prime orme di un essere umano a essere rinvenute fuori dall’Africa. «Sotto ogni orma ce n’è una precedente», scrive Deen. E trova la sintesi di come tutto sia connesso, come i confini non abbiano ragione di esistere. Definisce quell’abbracico stretto tra ieri, oggi e domani. Passo dopo passo, la strada di Ana Mendieta (L’Avana, Cuba, 1948-New York, 1985) arriva alla Tate Modern per una grande retrospettiva dal 15 luglio al 17 gennaio 2027, la prima nel Regno Unito dopo oltre dieci anni. Ci sono almeno 150 opere, divise seguendo un percorso tematico che affronta le diverse stagioni di un’artista che ha centrato la propria parabola su esorcizzare lo sradicamento, sul costante desiderio di riconnettersi con le proprie radici. Mettendo i propri piedi su quelle orme che vengono da lontano, in senso ideale ma anche letterale. Come con la serie delle «Silueta», con il corpo a imprimersi nella terra e nella sabbia, lasciando impronte effimere destinate a sciogliersi nel tempo. «Nel gennaio del 1980, spiega Valentine Umanksi, che con Michael Wellen ed Elsa Collinson firma la curatela della mostra, Ana tornò per la prima volta a Cuba dopo vent’anni trascorsi in esilio negli Stati Uniti. Molte delle sue opere, e in particolare le “Esculturas Rupestres” (Sculture rupestri), iniziate nel 1981, testimoniano il desiderio dell’artista di creare immagini potenti e durature, profondamente connesse alla storia e alla sua esperienza del mondo. Questa serie specifica, che segna il suo ritorno nella terra natale, è presente nella prima sala della mostra, poiché abbiamo ritenuto che meritasse di occupare una posizione centrale».
Il percorso artistico di Mendieta è profondamente segnato dall’esperienza dello sradicamento e da un costante desiderio di riconnettersi con le proprie radici culturali. Quale messaggio spera di trasmettere la Tate con questa mostra in un momento in cui le questioni dell’identità, dell’appartenenza e della nazione sono al centro del dibattito pubblico internazionale, dalla crisi in corso a Gaza alle discussioni sempre più polarizzate sull’immigrazione nel Regno Unito?
La programmazione della Tate viene pianificata con molti anni di anticipo, il che significa che non rispondiamo necessariamente alle questioni più immediate del dibattito pubblico internazionale, ma siamo piuttosto interessati alla storia dell’arte nel suo sviluppo di lungo periodo. All’interno di questa prospettiva, tuttavia, possiamo dire che le donne e le pratiche artistiche femminili costituiscono un filo conduttore costante. L’attuale programma della Tate Modern, che comprende mostre dedicate a Tracey Emin, Frida Kahlo e Ana Mendieta, lo dimostra chiaramente. L’esperienza dello sradicamento vissuta da Ana Mendieta e il suo desiderio di ristabilire un legame con le proprie radici culturali sono al centro della sua pratica artistica e rappresentano probabilmente una delle ragioni per cui il suo lavoro risulta così vicino a molti dei nostri visitatori londinesi e internazionali. Molti di noi hanno infatti vissuto, direttamente o attraverso le proprie famiglie, esperienze di esilio, volontario o forzato.
Appartenenza a un’identità storica e politica, appartenenza a un’identità di genere. Nel lavoro di Mendieta, nel suo uso del corpo come mezzo espressivo, si è tentati di leggere un’adesione ai movimenti femministi.
L’impegno di Ana Mendieta in spazi come l’A.I.R. Gallery, un’organizzazione artistica femminista, senza scopo di lucro, gestita da artiste e dedicata a donne e persone non binarie a New York, riflette alcune delle sue convinzioni. Tuttavia, Mendieta non si definiva femminista e molte delle sue opere mettono piuttosto l’accento sul sentimento universale dell’essere umani e sulla nostra interconnessione con la natura. La silhouette umana occupa un posto centrale nella sua innovativa «Silueta Series», inizialmente basata sulle proporzioni del suo stesso corpo. Nel corso di oltre un decennio, le figure da lei create variarono nei materiali e si trasformarono progressivamente, diventando sempre più eteree e sempre meno riconoscibili come «femminili». In altre parole, si fusero gradualmente in modo sempre più armonioso con la natura. È comunque vero che Ana era profondamente connessa alla società del suo tempo e quindi consapevole del movimento di liberazione delle donne. Nel 1980 cocurò presso l’A.I.R. una mostra intitolata «Dialectics of Isolation» insieme all’artista Kazuko Miyamoto. Il testo che accompagnava l’esposizione si legge come un manifesto di solidarietà non allineata: «Noi del Terzo Mondo negli Stati Uniti condividiamo le stesse preoccupazioni dei popoli delle Nazioni Non Allineate. La popolazione bianca degli Stati Uniti, eterogenea ma fondamentalmente di origine europea, ha distrutto le civiltà indigene e marginalizzato le culture nere e le altre culture non bianche per creare una cultura omogenea dominata dagli uomini, al di sopra delle differenze interne». Successivamente Mendieta prese le distanze sia dal collettivo sia dallo spazio espositivo. Secondo Kat Griefen, ex direttrice dell’A.I.R., Ana descriveva la propria ambivalenza nei confronti della galleria affermando che si trattava di «un’organizzazione che poteva fungere da veicolo per questa mostra radicale, ma anche di un gruppo meno politicamente motivato e meno diversificato di quanto avrebbe desiderato». Una delle lezioni che questa esperienza sembra suggerire è l’importanza dell’intersezionalità, anche se, ancora una volta, questo non è un termine che Ana utilizzava direttamente per descrivere il proprio impegno. Non separava infatti il sostegno alle artiste donne dal suo interesse per le «Nazioni Non Allineate», ciò che oggi definiremmo il «Sud Globale», ma considerava queste questioni profondamente interconnesse.
E a proposito di Sud scopriamo, in questa mostra, una forte fascinazione per il Mediterraneo...
Essendo basati nel Regno Unito e quindi così vicini all’Europa, per noi curatori è stato particolarmente interessante scoprire che Ana scelse di trasferirsi in Italia dopo aver ottenuto il Prix de Rome nel 1983. Si trattava di una residenza annuale presso l’American Academy di Roma, che le offrì l’accesso a un grande studio e a una nuova sfida: riuscire a conservare le «qualità magiche» che sperimentava lavorando direttamente nella natura pur operando in uno spazio chiuso. Questo periodo si rivelò estremamente fertile dal punto di vista della sperimentazione materiale. Mendieta portò nello studio legno, foglie e terra. Le forme che aveva studiato per decenni si concretizzarono in sculture a bassorilievo in sabbia, forme lignee totemiche, disegni e stampe. Durante il soggiorno in Italia, Ana Mendieta visitò inoltre numerosi siti antichi e preistorici. Esplorò Villa Adriana a Tivoli, le rovine di Pompei e le necropoli etrusche di Cerveteri. In quegli anni si recò anche ai templi neolitici di Malta e alle tombe a corridoio preistoriche di Newgrange, nell’Irlanda meridionale. Le intricate incisioni e le configurazioni rituali di pietra e legno osservate in questi luoghi contribuirono in modo significativo alla trasformazione della sua pratica artistica. Mendieta affermò inoltre che vivere a Roma e più in generale in Italia le dava la sensazione di un ritorno alle proprie radici latine. Va ricordato che, in quel periodo, molti artisti concettuali americani e importanti scrittori si trasferirono a Roma; Ana non era dunque un caso isolato. Cy Twombly, ad esempio, dopo essersi trasferito in Italia negli anni Cinquanta, si stabilì definitivamente a Roma negli anni Settanta. Come Mendieta, trasse profonda ispirazione dalla mitologia classica, dalla storia grecoromana e dalla luce del Mediterraneo, elementi che contribuirono a orientare diversamente la sua ricerca artistica. Anche altri artisti americani trascorsero periodi a Roma grazie alla stessa borsa dell’American Academy, tra cui Philip Guston (1970-71). Altri ancora, come la poetessa e scrittrice afroamericana June Jordan, ottennero il Rome Prize già nel 1970 nella categoria Environmental Design. Questo precedente, dieci anni prima della residenza di Mendieta, contribuì a creare un contesto favorevole alla sua candidatura. Più in generale, sul piano delle influenze culturali, sappiamo che durante il suo soggiorno romano Ana Mendieta lesse, tra molte altre opere, il celebre «Romance Sonámbulo» di Federico García Lorca. Raccontò agli amici dell’American Academy il primo verso della poesia: «Verde que te quiero verde» (Verde, quanto ti desidero verde). Questo episodio dimostra come continuasse a portare con sé le proprie radici latinoamericane e a trarre ispirazione da autori cubani e dell’America Latina anche vivendo in Italia.
Una vita, quella di Mendieta, brevissima. Ana muore a nemmeno quarant’anni, vittima di un incidente domestico che ha gettato ombre inquietanti sul marito, lo scultore Carl Andre. Una vita spesa a riconnettersi con il passato, a essere archeologa di sé stessa. A seguire orme. Ma chi, oggi, segue le impronte lasciate da Mendieta?
Questa è una domanda interessante. Come curatrice, e avendo occasione di confrontarmi regolarmente con gli artisti, sono sempre cauta nel mettere a confronto pratiche artistiche diverse, poiché so che molti artisti non amano che il proprio lavoro venga interpretato come una semplice citazione o derivazione da altri. Detto ciò, direi che Nancy Spero e Tania Bruguera hanno sempre riconosciuto apertamente l’influenza diretta che Ana Mendieta ha esercitato sul loro percorso personale e sulla loro pratica artistica.
Ana Mendieta, «Untitled: Silueta Series» 1976, New York, Ana Mendieta Collection © The Estate of Ana Mendieta Collection, Courtesy Marian Goodman Gallery and Alison Jacques, Londra
Ana Mendieta, «Imágen de Yágul», 1973, New York, Ana Mendieta Collection © The Estate of Ana Mendieta Collection, Courtesy Marian Goodman Gallery and Alison Jacques, Londra