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Elena Giovanna Fillia
Leggi i suoi articoliLa Schirn Kunsthalle di Francoforte, in cooperazione con il Musée d’Art Moderne de Paris, fino al 21 febbraio 2027 dedica la prima grande retrospettiva in Germania all’artista italo-argentina Leonor Fini. Nata a Buenos Aires, ancora bambina è portata dalla madre, italiana in fuga dal marito, a Trieste, dove risiedeva la famiglia materna. A vent’anni si trasferisce a Parigi e vi rimarrà fino al 1996, anno della sua morte. Amica di de Chirico e di Magritte, nel 1936 fu una delle poche donne a partecipare alla prima mostra surrealista di Parigi, insieme a Meret Oppenheimer, Leonora Carrington e Dorothea Tanning. Ribelle e indipendente, definita surrealista anche se lei ha sempre veementemente rifiutato di essere etichettata tale, autodidatta coltissima, artista prolifica nei campi più diversi, in grado di padroneggiare qualsiasi tecnica. Ha collaborato con il teatro La Scala di Milano e ha creato per Fellini i costumi del film «Otto e Mezzo». Suo è il disegno per il flacone di un famoso profumo di Schiapparelli. Ha prodotto più di mille opere tra dipinti, disegni, creazioni, decorazioni per porcellane, illustrazioni per libri e, costantemente, ha messo in scena sé stessa, fotografata, tra gli altri, anche da Cartier-Bresson e da Dora Maar, di cui era amica. Settanta di queste opere, provenienti da collezioni private e da musei di tutto il mondo, sono ora esposte alla Schirn Kunsthalle. La curatrice Ingrid Pfeiffer spiega come si sia cercato, attraverso dieci sezioni divise per temi, di onorare la poliedrica creatività di Leonor Fini. È lei stessa che emerge da tutte le interpretazioni, siano esse fantastiche, riferite alla mitologia classica o in quanto icona della moda del suo tempo. È il suo ruolo di donna e di artista che è messo in discussione, nella vita come nell’arte. Significativa è la modifica che apporta al suo nome, che da Eleonora diventa Leonor, liberandolo così della connotazione esclusivamente femminile per esprimere meglio il suo essere androgino, fluido e al di fuori delle convenzioni. Il suo universo è popolato da donne potenti che definiscono la loro vita e quella degli altri. Rovesciato il tradizionale ruolo della donna, rifiutate le norme sociali. Le figure maschili, quando ci sono, sono passive, spesso non chiaramente definite nella loro mascolinità.
Dora Maar, «Leonor Fini», 1936 ca. © VG Bild-Kunst, Bonn 2026, Centre Pompidou, MNAMCCI, Dist. GrandPalaisRmn / Foto: Jaques Faujour, Schirn Kunsthalle Frankfurt
La prima sala ci introduce all’artista attraverso i suoi «Autoritratti», in molti dei quali è accompagnata da animali come in «Autoritratto con civetta» del 1936 o «Autoritratto con scorpione», con il quale nel 1938 fu presente alla Biennale di Venezia. In alcune opere compare la sfinge, scelta consapevolmente come suo alter ego. Ritroviamo nella sala delle Amicizie le persone cui è stata legata: accanto a ritratti dei compagni della sua vita, lo scrittore Constantin Jelenski e il pittore surrealista Stanislao Lepri, ci sono le sue amiche più care come Meret Oppenheimer e Leonora Carrington, ma anche registi, attori, scenografi, scrittori con cui, negli anni, l’artista si trovò a lavorare. Tra le fotografie anche una molto bella con Anna Magnani. Nelle sezioni «Streghe e donne sagge», identificate in alchimiste e chiromanti, si affronta il tema della vita e della morte che, esplicitamente, è poi esplorato nella serie di opere riunite nella sala «Morte e fugacità», ove emerge il fascino che l’anatomia esercitava su Leonor Fini.
Dal contatto con Max Ernst e la scoperta della tecnica sperimentale astratta della decalcomania nascono opere presentate come «Dipinti minerali», ove i corpi umani si fondono con strutture di cristalli e si perdono in sfumature di colore in un raffinato dialogo con gli elementi naturali. Il corpo centrale della mostra è costituito da una serie di opere della fine degli anni Sessanta, in cui dominano le tinte tenui in uno spazio scenico denso di significati e di simbolismi. Testimoniano quanto la psicoanalisi del XX secolo sia stata di fondamentale impulso per il Surrealismo. Sono tele dove è difficile distinguere tra la messa in scena teatrale e il sogno. Infine, non poteva mancare una rassegna delle maschere, delle scenografie e dei costumi da lei creati per innumerevoli produzioni, soprattutto per i teatri parigini ma anche per i palcoscenici di Venezia, Roma e Milano.
Elena Giovanna Fillia
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