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Lavinia Trivulzio
Leggi i suoi articoliNella Milano del secondo dopoguerra, tra gli studi degli artisti, le aule di Brera, le gallerie e i tavoli del Jamaica, si costruiva una parte decisiva della storia dell'arte italiana. Una città nella quale le distinzioni tra scultura, pittura, letteratura, teatro e musica erano meno rigide di quanto le successive ricostruzioni storiografiche abbiano talvolta lasciato intendere. In questo ambiente Alik Cavaliere (Roma, 1926-Milano, 1998) occupò una posizione singolare: scultore formatosi nella tradizione plastica, ma capace di trasformare il bronzo in racconto, la natura in costruzione fantastica, l'installazione in teatro e lo spettatore in parte attiva dell'opera. A cent'anni dalla nascita, Milano torna a interrogarsi su una figura che ha attraversato quasi mezzo secolo di sperimentazioni senza aderire stabilmente a un linguaggio o a una scuola. Lo fa con un programma di mostre, iniziative museali e acquisizioni, il cui appuntamento centrale è «100 Anni di Alik. Cavaliere e la Milano che inventò il contemporaneo», la giornata di studi in programma il 15 ottobre, dalle 9 alle 18, nella Sala Napoleonica dell'Accademia di Belle Arti di Brera.
Promosso dal Centro Artistico Alik Cavaliere, che custodisce l'Archivio dell'artista, e curato da Angela Vettese e Fania Cavaliere, il convegno riunisce studiosi, storici dell'arte e responsabili di istituzioni con un obiettivo che supera la ricostruzione monografica. Attraverso opere, documenti, relazioni personali e collaborazioni, l'incontro intende restituire la complessità di una Milano che, tra la ricostruzione postbellica e gli anni Settanta, divenne uno dei principali laboratori dell'avanguardia europea. Una città che la storia dell'arte identifica soprattutto con Lucio Fontana, Piero Manzoni e i gruppi sperimentali, ma che comprendeva una rete assai più ampia di figure e scambi intellettuali. «Dal dopoguerra agli anni Settanta, Milano è stata ben più del motore industriale italiano», osserva Vettese, ricordando un ambiente in cui uomini di teatro come Giorgio Strehler e Fantasio Piccoli, intellettuali come Umberto Eco, galleristi come Arturo Schwarz e artisti come Cavaliere e Bobo Piccoli partecipavano a una stessa vita culturale, nella quale trovavano posto anche Dario Fo e Franca Rame. «È una storia avvincente e ancora da studiare», sottolinea la storica dell'arte.
Cavaliere ne rappresenta un caso esemplare proprio per la difficoltà di circoscriverne la ricerca. Formatasi a Brera sotto la guida di Giacomo Manzù, Achille Funi e Marino Marini, la sua sensibilità plastica si sviluppò attraverso un rapporto continuo con la tradizione, senza rinunciare alle suggestioni dadaiste, alla sperimentazione concettuale e alla costruzione di grandi ambienti narrativi. All'Accademia avrebbe insegnato scultura per oltre trent'anni, succedendo a Marino Marini nella cattedra e contribuendo alla formazione di generazioni di artisti. Eppure la sua opera non coincide mai con la semplice definizione di un volume nello spazio. Alberi, frutti, rami, corpi, oggetti quotidiani e strutture architettoniche si intrecciano in composizioni che assumono progressivamente la forma di racconti tridimensionali, nei quali la natura convive con l'artificio, il mito con la cronaca, la memoria con l'ironia.
È proprio la natura a costituire uno dei fili conduttori della sua produzione. Elena Pontiggia, curatrice del Catalogo ragionato dell'opera scultorea, dedica il proprio intervento a questa dimensione, riconoscendo nelle foglie, nei cespugli, negli arbusti, negli alberi e nei frutti il vocabolario di una ricerca che non si è mai risolta nel naturalismo. In Cavaliere, il mondo vegetale appare contemporaneamente rigoglioso e sofferente, vitale e costretto, attraversato da una tensione che ne impedisce ogni lettura puramente decorativa. L'artista recupera la tecnica antica della fusione a cera persa, ma la utilizza per costruire organismi instabili, attraversati da suggestioni letterarie e filosofiche. La sua scultura nasce così dall'incontro tra una sapienza tecnica tradizionale e una concezione radicalmente aperta dell'opera.
Alla metà degli anni Cinquanta, come ricostruisce Flaminio Gualdoni, questa ricerca conosce una svolta decisiva. Nei «Giochi proibiti» la figura umana perde ogni stabilità formale e diventa il luogo di una trasformazione drammatica; nelle successive «Metamorfosi» il corpo si deforma, si espande e si ricompone secondo logiche che mettono in crisi la distinzione tra umano e naturale. Da queste esperienze nasceranno le «Storie di Gustavo B.», tra i cicli più significativi della sua prima maturità. La scultura si allontana progressivamente dalla concezione dell'oggetto isolato per diventare situazione, episodio, costruzione narrativa. Al Museo del Novecento, dal 6 ottobre, tre opere appartenenti al ciclo di Gustavo B. del 1962 tornano a essere presentate al pubblico, inserendosi nel programma delle celebrazioni.
Il rapporto con la letteratura costituisce un altro elemento fondamentale. Cavaliere scrisse per tutta la vita, raccogliendo pensieri, appunti e riflessioni in sessantuno taccuini compilati tra il 1953 e il 1997. Non si tratta soltanto di materiali preparatori, ma di un laboratorio intellettuale nel quale confluiscono letture, osservazioni sulla società, progetti e interrogativi sul mestiere dell'artista. Lorena Giuranna dedica il proprio contributo alla dimensione narrativa dell'opera, ripercorrendo il dialogo con autori come Lucrezio, Ariosto, Shakespeare e Brecht. La scultura, per Cavaliere, può diventare un palcoscenico di accadimenti, nel quale personaggi, oggetti e situazioni costruiscono un racconto senza necessariamente giungere a una conclusione. A questa riflessione si affianca l'intervento di Giorgio Zanchetti, che indaga la componente teorica e autoriflessiva della sua ricerca, mettendo in relazione la tradizione di Arturo Martini con le suggestioni di René Magritte e con la progressiva apertura dell'opera alla dimensione installativa.
Questa concezione raggiunge uno dei suoi esiti più ambiziosi con «I Processi», ideato nel 1971 e presentato alla Biennale di Venezia del 1972. L'installazione, di dimensioni monumentali, integra scultura, teatro, letteratura e musica, con testi di Roberto Sanesi e composizioni di Bruno Canino. Secondo la lettura proposta da Marco Meneguzzo, l'opera rappresenta un tentativo di costruire una forma artistica globale, nella quale lo spettatore cessa di essere un osservatore esterno e viene coinvolto in una situazione praticabile. È un passaggio importante anche per comprendere il contributo di Cavaliere alla sperimentazione del secondo Novecento: mentre happening, performance e installazione stavano definendo i propri linguaggi, l'artista elaborava una forma capace di mantenere riconoscibili le diverse discipline e, contemporaneamente, di trasformarle in un organismo unitario.
La dimensione collaborativa costituisce uno degli aspetti più interessanti del convegno, anche perché permette di riportare alla luce relazioni che la storiografia ha spesso lasciato ai margini. Cloe Piccoli ricostruisce il rapporto tra Cavaliere e Bobo Piccoli, dalla collaborazione per la scenografia di «Miracolo a Milano» di Vittorio De Sica nel 1951 alla condivisione del primo studio in via Santa Lucia, dietro il Duomo. È la testimonianza di un ambiente nel quale amicizia, lavoro e sperimentazione si alimentavano reciprocamente, attraverso incontri che non sempre assumevano la forma di gruppi organizzati. Un'altra collaborazione, quella con Vincenzo Ferrari, è al centro della ricerca di Bianca Trevisan, sviluppata attraverso documenti inediti. Il progetto «Attraversare il tempo» (1978-79), ricostruito anche in una mostra-studio alla Fondazione Galleria Milano, mette in relazione l'universo vegetale e narrativo di Cavaliere con la ricerca semiotica e alfabetica di Ferrari, affrontando questioni legate alla percezione del tempo, alla trasformazione dello spazio e all'identità dell'opera.
Non mancano, nella vicenda di Cavaliere, episodi che chiamano in causa direttamente il rapporto tra arte e politica. Elisabetta Longari dedica il proprio intervento a «Omaggio all'America Latina», l'opera realizzata insieme a Emilio Scanavino nel 1971 e rifiutata alla Biennale di San Paolo del Brasile. Un caso che consente di tornare sul tema della censura e sulla dimensione civile della ricerca dell'artista, ma che pone anche una questione di attualità museale: nonostante la sua importanza storica, l'opera non ha ancora trovato una collocazione stabile. Il centenario diventa così l'occasione per interrogarsi sulle responsabilità delle istituzioni nella conservazione e nella valorizzazione di lavori complessi, soprattutto quando la loro natura installativa rende più difficili il restauro, la gestione e l'esposizione.
Un altro nucleo di studi riguarda il rapporto tra scultura e disegno. Giulia Valcamonica prende in esame le centinaia di lavori su carta conservati nell'Archivio, tra carboncini, chine, acquerelli, tempere, collage e stampe. È una produzione ancora relativamente poco conosciuta, che accompagna quasi tutte le principali stagioni dell'artista e permette di osservare il processo attraverso il quale un'intuizione si trasforma in opera. In un taccuino del 1961 Cavaliere annotava che l'idea, concretizzandosi sulla carta, continuava a modificarsi fino a oltrepassarne i margini. Il disegno assume così una funzione autonoma, anticipando o rielaborando le soluzioni plastiche e ambientali. Il suo studio permette anche di comprendere la centralità della dimensione progettuale in un artista spesso associato soprattutto alla ricchezza fantastica delle forme.
L'ultima parte della sua ricerca torna con particolare intensità alla letteratura e al mito. Francesca Porreca approfondisce il ciclo dedicato all'«Orlando Furioso», avviato nel 1993 e documentato da un quaderno di lavoro nel quale scrittura, disegni, annotazioni e progetti accompagnano la rilettura del poema ariostesco. Le installazioni combinano scultura, pittura, oggetti trovati ed elementi naturali, traducendo amore, gelosia, tradimento, battaglie e apparizioni fantastiche in ambienti narrativi. «I Racconti dall'Orlando Furioso», realizzati per una casa romana e oggi concessi in comodato ai Musei Civici di Pavia, testimoniano questa capacità di trasformare la letteratura in spazio praticabile. La relazione tra natura e artificio ritorna invece nel ciclo «W la Libertà», analizzato da Francesco Tedeschi, dove la gabbia diventa una struttura simbolica attraverso la quale affrontare il contrasto tra costrizione e possibilità, tra ordine imposto e vitalità delle forme.
Il programma del centenario non si esaurisce nella giornata di studi. Alla Fondazione Galleria Milano, dal 3 ottobre al 13 novembre, la mostra «Attraversare il tempo. Alik Cavaliere e Vincenzo Ferrari» approfondisce il rapporto tra i due artisti. Lo Studio Guastalla presenta dall'8 ottobre al 2 dicembre «100 Alik. Omaggio ad Alik Cavaliere 1926-2026», mentre le Gallerie d'Italia organizzano il 14 e il 16 ottobre visite guidate dedicate a «W la libertà» (1976-77) e «Racconto» (1966), conservate nelle proprie collezioni. Dal 27 ottobre, a Palazzo Citterio, la mostra «Insegnare l'arte: Brera fra moderno e contemporaneo», dedicata ai 250 anni dell'Accademia, comprende anche «La Porta o Paesaggio e Dintorni» (1969-77), collegando la vicenda di Cavaliere alla storia dell'insegnamento artistico milanese.
Alle esposizioni si affiancano iniziative destinate ad ampliare la presenza delle sue opere nelle collezioni pubbliche. Il programma annunciato prevede l'acquisizione da parte del Comune di Milano di «Le porte» (1989), destinata a Palazzo Reale, con presentazione pubblica al Museo del Novecento. Il Museo MA*GA di Gallarate ha programmato l'acquisizione e la presentazione di «Ramo secco» (1979), mentre ai Musei Civici di Pavia è prevista l'esposizione e l'acquisizione di «Grande pianta Dafne» (1991), con una data ancora da definire. Sono passaggi importanti perché spostano il significato delle celebrazioni dal piano commemorativo a quello della conservazione e dell'accessibilità pubblica del patrimonio.
Un ruolo centrale continua a essere svolto dal Centro Artistico Alik Cavaliere, costituito nel 1998, pochi mesi dopo la morte dell'artista, e ospitato in via De Amicis 17, negli spazi di un antico convento che furono il suo ultimo studio per oltre dieci anni. Il Centro conserva opere, disegni, scritti, bozzetti e documentazione fotografica, configurandosi come un archivio fondamentale per lo studio non soltanto di Cavaliere, ma anche delle relazioni artistiche della Milano del secondo Novecento. La sua attività permette di ricostruire una storia che emerge spesso attraverso materiali apparentemente secondari: fotografie, corrispondenze, taccuini, collaborazioni occasionali e progetti rimasti ai margini delle ricostruzioni ufficiali.
Gli esiti della giornata di studi confluiranno in un volume bilingue pubblicato da Silvana Editoriale, destinato a diventare un nuovo strumento di riferimento per la ricerca. È forse questo uno degli aspetti più significativi del centenario: la possibilità di trasformare una ricorrenza in un'occasione di approfondimento storiografico, ampliando la conoscenza di un artista la cui opera continua a sfuggire alle classificazioni consolidate.
Rileggere oggi Alik Cavaliere significa anche tornare a interrogarsi su un momento nel quale Milano seppe costruire una cultura artistica fondata sulla prossimità tra discipline, sulla circolazione delle idee e sulla collaborazione tra personalità differenti. Una stagione nella quale la sperimentazione non coincideva necessariamente con l'appartenenza a un movimento e la scultura poteva diventare teatro, racconto, ambiente, azione e riflessione filosofica. Il centenario di Cavaliere offre così l'occasione per riportare al centro della storia del contemporaneo una figura che ne ha attraversato molte delle trasformazioni, contribuendo a inventare forme ancora difficili da ricondurre a un'unica definizione.
«100 Anni di Alik. Cavaliere e la Milano che inventò il contemporaneo», Accademia di Belle Arti di Brera, Sala Napoleonica, via Brera 28, Milano, 15 ottobre 2026, ore 9-18. A cura di Angela Vettese e Fania Cavaliere. Iniziativa promossa dal Centro Artistico Alik Cavaliere.
Lavinia Trivulzio
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