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Lavinia Trivulzio
Leggi i suoi articoliUna foresta di 336 colonne nelle profondità di Istanbul, costruita quasi millecinquecento anni fa per alimentare d'acqua i palazzi degli imperatori bizantini. E, a Pompei, i calchi delle vittime dell'eruzione del Vesuvio, protagonisti di un nuovo allestimento museale che affronta uno dei temi più delicati dell'archeologia: come esporre la morte e restituire dignità alle persone che la storia ha trasformato in testimonianze. Sono i due momenti di maggiore interesse storico e artistico della puntata di Passaggio a Nord Ovest, il programma di Alberto Angela trasmesso sabato 24 ottobre su Rai 1 e recuperabile su RaiPlay. Un appuntamento che attraversa epoche e continenti, dalle architetture monumentali dell'antica Costantinopoli alla tragedia di Pompei, passando per le immense serre industriali della Germania e per un sorprendente fenomeno meteorologico delle Montagne Rocciose.
Il racconto prende avvio da Istanbul, una delle città che più profondamente hanno segnato la storia del Mediterraneo. Capitale dell'Impero romano d'Oriente, poi centro politico e culturale dell'Impero ottomano, l'antica Costantinopoli conserva nel proprio tessuto urbano testimonianze di civiltà differenti, spesso sovrapposte in una stratificazione che attraversa quasi due millenni. Alberto Angela conduce gli spettatori nel sottosuolo della città, dove si trova uno dei capolavori meno visibili e più impressionanti dell'ingegneria bizantina: la Cisterna Basilica, conosciuta in turco come Yerebatan Sarnıcı, letteralmente la cisterna sommersa. Realizzata nel VI secolo d.C., durante il regno dell'imperatore Giustiniano, la struttura apparteneva al complesso sistema idraulico che garantiva l'approvvigionamento della capitale imperiale. Le sue dimensioni sono monumentali: circa 140 metri di lunghezza e 70 di larghezza, con una superficie vicina ai diecimila metri quadrati. A sostenere il soffitto, articolato attraverso volte in laterizio, si innalzano 336 colonne alte circa nove metri, disposte in dodici file parallele. Il risultato è un ambiente sotterraneo di straordinaria forza architettonica, nel quale le colonne sembrano moltiplicarsi all'infinito attraverso i riflessi dell'acqua.
La cisterna era destinata a rifornire il Gran Palazzo imperiale e gli edifici circostanti, assicurando alla città importanti riserve idriche anche durante i periodi di scarsità o di assedio. La sua costruzione testimonia il livello raggiunto dall'ingegneria romana e bizantina nella gestione delle infrastrutture urbane. Ma l'interesse dell'edificio non è soltanto tecnico. Molte colonne provenivano da costruzioni più antiche ed erano state riutilizzate nel nuovo complesso, secondo una pratica diffusa nell'architettura tardoantica. Tra gli elementi più celebri si trovano due grandi teste scolpite di Medusa, impiegate come basi di altrettante colonne, una collocata capovolta e l'altra di lato: frammenti della scultura classica che assumono una funzione nuova all'interno di una struttura bizantina. Dopo la conquista ottomana di Costantinopoli, nel 1453, la cisterna continuò a essere utilizzata per un certo periodo, ma perse progressivamente la propria centralità nel sistema di approvvigionamento della città. A metà del Cinquecento fu riportata all'attenzione degli studiosi europei dal naturalista e antiquario francese Pierre Gilles, conosciuto anche come Petrus Gyllius, che ne documentò l'esistenza durante le sue ricerche sulle antichità di Costantinopoli. La riscoperta restituì alla conoscenza occidentale un'opera che per secoli era rimasta pressoché invisibile, nascosta sotto una città profondamente trasformata. Oggi la Cisterna Basilica è uno dei luoghi più visitati di Istanbul e rappresenta uno straordinario esempio di come un'infrastruttura antica possa diventare patrimonio architettonico e spazio culturale contemporaneo.
Dalle profondità di Istanbul, la puntata si sposta in Germania settentrionale, a Emsbüren, dove si trova uno dei più grandi complessi europei dedicati alla coltivazione industriale delle piante ornamentali. Qui vengono prodotte ogni anno fino a 500 milioni di piante da balcone e da aiuola, destinate a raggiungere i mercati di tutto il continente. Un sistema produttivo che gestisce oltre duemila varietà vegetali, ciascuna con esigenze differenti di temperatura, luce, irrigazione e tempi di crescita. Il servizio mostra come la produzione su larga scala richieda tecnologie avanzate e un controllo preciso delle condizioni ambientali, ponendo al tempo stesso interrogativi sulla sostenibilità di un'attività che deve conciliare esigenze commerciali e rispetto delle risorse naturali. La natura è protagonista anche della tappa successiva, sulle Montagne Rocciose, tra Canada occidentale e Stati Uniti. Qui, durante l'inverno, si manifesta il Chinook, un vento caldo e secco capace di determinare improvvisi aumenti delle temperature e accelerare lo scioglimento della neve. In poche ore il paesaggio può assumere caratteristiche quasi primaverili, inducendo alcune specie animali e vegetali a reagire al temporaneo cambiamento climatico. Il fenomeno dura però poco: il ritorno delle temperature rigide ristabilisce rapidamente le condizioni invernali. Il racconto diventa così un'occasione per osservare la complessità degli equilibri ambientali e le risposte degli ecosistemi ai mutamenti improvvisi.
Il ritorno all'archeologia avviene a Pompei, dove Alberto Angela presenta il nuovo allestimento permanente dedicato ai calchi delle vittime dell'eruzione del Vesuvio del 79 d.C., inaugurato nel marzo 2026 presso la Palestra Grande del Parco archeologico. È uno degli interventi museografici più importanti realizzati negli ultimi anni nel sito, perché affronta direttamente il rapporto tra documentazione scientifica, memoria storica e rappresentazione della sofferenza umana. L'esposizione riunisce 22 calchi di vittime dell'eruzione, selezionati tra quelli meglio conservati e presentati in relazione ai rispettivi contesti di ritrovamento, dalle abitazioni della città alle strade percorse dagli abitanti nel tentativo di mettersi in salvo.
La tecnica dei calchi è strettamente legata alla storia moderna dell'archeologia pompeiana. Fu Giuseppe Fiorelli, nel 1863, a sviluppare il procedimento che consentiva di versare gesso liquido nelle cavità lasciate dai corpi delle vittime all'interno dei depositi vulcanici. Una volta indurito il materiale e rimossa la cenere circostante, riemergevano le forme delle persone sorprese dall'eruzione, spesso con le ossa ancora presenti al loro interno. Il risultato non era una scultura nel senso tradizionale del termine, ma la restituzione materiale dell'impronta lasciata da un essere umano nel momento della morte. È proprio questa condizione particolare a rendere l'allestimento della Palestra Grande così importante. I calchi non sono statue e non possono essere osservati come semplici reperti artistici. Costituiscono testimonianze dirette di una catastrofe, capaci di conservare le posture e i gesti delle persone che ne furono travolte. Il nuovo percorso museale, realizzato sotto la direzione di Gabriel Zuchtriegel, cerca di affrontare questa complessità attraverso un linguaggio sobrio, una documentazione scientifica approfondita e una particolare attenzione alla dignità delle vittime.
Lavinia Trivulzio
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